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NELL’INCHIESTA ANCHE MAXIMILIANO GANDOLFO, MARIO TARICCO, ROBERTO DE MAESTRI, VITTORIO BAGHINO E ANDREA BACCINO Tutti Fotia, chiesto il rinvio a giudizio False fatture per frodare il fisco: coinvolti altri cinque imprenditori
MARCO RAFFA
SAVONA Inchiesta «Dumper»: la Procura di Savona ha chiesto il rinvio a giudizio per Pietro Fotia e per altri cinque inprenditori sotto accusa per un intreccio di false fatturazioni che avrebbe coinvolto, oltre alla Scavo-Ter della famiglia Fotia, anche altre aziende accusate di averle fornito documentazioni fasulle allo scopo di frodare il fisco. L’inchiesta madre aveva portato all’arresto tra gli altri del responsabile dell’ufficio tecnico di Vado Ligure, Roberto Drocchi, accusato di corruzione. Questa parte dell’inchiesta è sta stralciata ed è ancora in corso.
Oltre a Pietro Fotia gli altri indagati - l’inchiesta è coordinata dal sostituto procuratore Ubaldo Pelosi - sono Maximiliano Gandolfo, titolare della Cg Quasar di Altare (gli viene contestata anche la bancarotta fraudolenta); Roberto De Maestri, titolare della Società Costruzioni Generali; Mario Taricco, già titolare dell’omonima ditta di ferramenta e duplicazione chiavi in via Giacchero; Andrea Baccino (Bbg Costruzioni) e Vittorio Baghino (Sale Scavi). A suo tempo in questo stralcio dell’inchiesta era coinvolto anche il legale rappresentante di ScavoTer, Donato Fotia, fratello di Pietro, che però non solo non risulta indagato, ma anzi figura come «danneggiato»: nell’ipotesi di reato a carico del fratello Pietro si legge infatti «...all’insaputa del legale rappresentante dell’azienda».
La tranche fiscale dell’inchiesta Dumper aveva preso le mosse nel 2009 da una verifica della Guardia di Finanza presso gli uffici della Scavo-Ter a Vado Ligure. Dalla verifica - si legge nelle 50 pagine dell’ordinanza di custodia cautelare firmata nel maggio 2011 dal gip Fiorenza Giorgi - «emergevano rilevanti rapporti economici e finanziari con diverse società risultate essere evasori totali e che non risultavano in attività».
Dai successivi controlli era emerso che queste società (Quasar Cg Srl, Società Costruzioni Generali Srl, Aaronne Srl, Aaronne Consorzio, Badrock Srl) «avevano emesso fatture in tutto o in parte inesistenti nei confronti della Scavo-Ter, la quale aveva in tal modo ottenuto vantaggi fiscali illeciti e la costituzione di fondi occulti, realizzati anche attraverso complessi passaggi fiscali e triangolazioni». Alcuni esempi, ricavati sempre dall’ordinanza del giudice Giorgi: nel 2006 la sola Quasar di Gandolfo aveva emesso fatture a favore di Scavo-Ter per oltre 466 mila euro, pur non avendo una sua sede operativa, non aver presentato le dichiarazioni dei redditi negli anni 2007 e 2008 e non avendo né i mezzi né ilpersonale per svolgere le prestazioni indicate nelle fatture. Situazione analoga per la Scg di De Maestri che avrebbe lavorato per Scavoter nei cantieri di Andora-San Lorenzo e Savona Metalmetron, fatturando 97 mila euro pur evidenziando irregolarità fiscali nel 2007 e diventando evasore totale nel 2008. Molti dei pagamenti a Scg passavano attraverso i conti di Mario Taricco, a sua volta indagato per riciclaggio.
Fotia, sulla confisca dei beni il tribunale decide tra 10 giorni Gli “auguri” di Abbondanza: slip in una busta e la frase: “Resterete in mutande”
MARCO RAFFA
SAVONA
Pietro Fotia
Cristian Abbondanza
Si saprà tra una decina di giorni se il collegio del tribunale di Savona - presidente Giovanni Zerilli, giudici Marco Canepa e Francesco Meloni - accoglierà o meno la richiesta della Direzione Investigativa Antimafia di Roma per la confisca di buona parte dei beni di Pietro Fotia, del fratello Donato e del padre Sebastiano. Appartamenti, auto, mezzi di cantiere: un patrimonio che secondo la Dia - rappresentata ieri in udienza dal sostituto procuratore di Savona Ubaldo Pelosi, che già coordina l’inchiesta «Dumper» per appalti e mazzette al Comune di Vado nel cui contesto Pietro Fotia venne arrestato nel maggio 2011 - i Fotia non sarebbero in grado di giustificare.
Su questo assunto ieri l’udienza si è svolta in camera di consiglio, quindi a porte chiuse - c’è stato un contraddittorio tra Pelosi e i legali di Fotia, Giovanni Ricco e Giancarlo Pittelli. Da una parte infatti l’accusa ha in parte ridimensionato, sulla base dei calcoli presentati dalla difesa, la «discrepanza» tra i valori contestati e le somme di cui - tra mutui, stipendi delle mogli, introiti dell’attività imprenditoriale - i Fotia hanno potuto giustificare il possesso, ritenendo però in ogni caso molto alto il divario tra il patrimonio «lecito» e quello «sospetto», tanto da chiederne la confisca.
Dall’altra parte la difesa ha invece sostenuto di aver giustificato punto per punto, evidenziando anche voci che la Dia non aveva indicato, la provenienza di tutto il denaro utilizzato per l’attività e l’acquisto di immobili. «La Dia - ha commentato l’avvocato Ricco a fine udienza - può chiedere la misura di prevenzione solo in due casi: se i destinatari fanno parte di associazioni di stampo mafioso o se vivono di proventi di reato. L’ultima condanna per Fotia padre è del ‘91, 21 anni fa mentre i figli sono incensurati».
Pietro Fotia e i due fratelli Donato e Francesco hanno assistito all’udienza. Poco prima di cominciare, il patron della Scavo-Ter ha mostrato una busta ricevuta a dicembre, inviatagli da Cristian Abbondanza della Casa della Legalità: dentro, un paio di slip rossi e l’augurio di «rimanere in mutande». Un chiaro riferimento alla richiesta di confisca da parte della Dia che però - rileva Fotia - a dicembre 2011 non era ancora stata formalizzata (è stata depositata a fine febbraio).
In attesa che il collegio dei giudici sciolga la riserva sull’istanza della Dia, proprio ieri i legali di Fotia hanno depositato nella cancelleria del giudice Fiorenza Giorgi una richiesta di revoca dell’ interdizione (nove mesi) nei rapporti con la pubblica amministrazione. Uno strascico dell’inchiesta Dumper - per la quale è imminente da parte del pm Pelosi la richiesta di rinvio a giudizio per Drocchi, Fotia, Balaclava e altri - legato a presunti reati commessi nell’ottenimento di appalti pubblici. Allegata all’istanza, una busta con un assegno circolare di 40 mila euro intestato al Comune di Vado.
«Ci accusano, noi neghiamo ma oggi intendiamo dimostrare la massima disponibilità, di aver ottenuto soldi in più per alcuni appalti - spiega Ricco. «La richiesta di revoca è stata riformulata modificando il modello gestionale dell’azienda, come richiesto: esclusione assoluta di sponsorizzazioni (i soldi dati al basket Vado di Drocchi erano, secondo la Procura, lo stratagemma per coprire le tangenti, ndr) e, per gli appalti superiori ai 20 mila euro, il parere vincolante di un collegio di esperti con due professionisti esterni all’azienda. Nessuno offre tante garanzie di trasparenza».
INCHIESTA DUMPER «INTERDIZIONE DAL TRATTARE CON LE PUBBLICHE AMMINISTRAZIONI». DECISIONE ENTRO MARTEDI’ “Escludete Fotia dagli appalti” Richiesta al giudice Giorgi per Scavo-Ter, Edil Ambrosiani e Cemen-Bit
MARCO RAFFA
SAVONA
La Procura di Savona ha chiesto al giudice delle indagini preliminari Fiorenza Giorgi che la società Scavo-Ter (o Fotia Group) di cui è amministratoredi fatto PietroFotia, indagato e a suo tempo arrestato insieme al capo dell’ufficio tecnico di Vado Roberto Drocchi nel contesto dell’operazione «Dumper» della Guardia di Finanza, venga interdetta a trattare con la pubblica amministrazione. Un provvedimento cautelare che, previsto dal decreto legge 231 del 2001, si applica nel caso di illeciti amministrativi dipendenti da reato, commessi da persone che esercitano, anche di fatto, la gestione e il controllo ddi un’azienda. Analoga richiesta è stata avanzata anche per altre due ditte - la Edil Ambrosiani e la Cemen Bit - pure coinvolte nel giro di mazzette al comune di Vado Ligure. Ieri davanti al giudice Giorgi si è svolta un’udienza speciale in cui il pm Ubaldo Pelosi ha ribadito e motivato la richiesta di misure cautelari, mentre i difensori (Giovanni Ricco e Tiziana Parenti per Fotia), Amedeo Caratti, Massimo Badella, Marco Fazio e Gianni Scella per le atre due aziende) hanno esposto le loro tesi in opposizione. Sempre nel corso dell’udienza di ieri, la Procura di Savona ha ufficializzato la richiesta di «sequestro per equivalente» degli importi dei lavori appaltati, secondo l’accusa, come conseguenza della corruzione. Nel caso di Scavo-Ter si tratterebbe di circa 40 mila euro mentre per le altre due aziende, dopo le memorie presentate dai rispettivi difensori, il pubblico ministero ha deciso di revocare la richiesta: a quanto pare infatti sia Cemen-Bit che Edil-Ambrosiani avevano stornato i pagamenti ricevuti dal Comune per gli appalti ottenuti, eliminando alla radice il presunto «utile» su cui si sta indagando.Il giudice Giorgi si è riservato di decidere su entrambe le richieste: riserva che potrebbe essere sciolta entromartedì prossimo.
Se venisse accolta,la misura interdittiva a trattare con la pubblica amministrazione (la legge fissa da un minimo di tre mesi a un massimo di due anni) avrebbe conseguenze devastanti per le aziende coinvolte, che hanno negli appalti pubblici la maggior parte del loro fatturato. I difensori di Fotia, Tiziana Parenti e Giovanni Ricco, hanno sostenuto in udienza come a loro avviso la misura richiesta sia «tardiva, in quanto arriva a dieci mesi dall’apertura dell’inchiesta e priva di presupposti concreti in quanto non c’è alcuna possibilità di reiterazione del presunto reato». In più hanno sostenuto che le sponsorizzazioni «regolarmente fatturate» a favore della squadra di basket di cui era presidente Drocchi «ammontavano a oltre il 41 per cento degli appalti ottenuti. Altroche mazzette».