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Il boss è servito

Il sindaco di Napoli attacca L'espresso per l'inchiesta su ristoranti, camorra e fondi comunali. Ecco la nostra inchiesta
di Claudio Pappaianni

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Il sindaco di Napoli Rosa Russo Iervolino venerdì con un comunicato ha contestato l'articolo de L'espresso sul clan Misso. Il sindaco esprime "indignazione per il tentativo di accreditare proprie collusioni con elementi della malavita napoletana, Il tentativo si fonda sulla strumentalizzazione di racconti di pentiti ai magistrati e su conoscenze che - se vere - non erano certamente nella disponibilità del sindaco. D'altra parte i finanziamenti pubblici a favore delle attività terziarie sono deliberate, su istanze dei richiedenti, in base a procedure pubbliche di piena trasparenza e a graduatorie, da parte di organismi ai quali il sindaco non ha mai partecipato. Né ha mai sollecitato tali finanziamenti a favore di qualcuno". E conclude: "Il contenuto dell'articolo arreca grave pregiudizio all'onorabilità del sindaco ed all'immagine del Comune di Napoli".

Non è la prima volta che il sindaco attacca le inchieste del nostro giornale: lo fa da tre anni mentre le condizioni di Napoli continuano a peggiorare. Quando nel 2005 L'espresso dedicò la prima copertina alla crisi della città, il degrado del capoluogo campano era un caso nazionale: adesso purtroppo è diventato mondiale. Quanto all'ultimo articolo contestato, L'espresso ne conferma il contenuto: si tratta dell'analisi di atti giudiziari e documenti ufficiali, senza strumentalizzazioni. I problemi per l'immagine del Comune di Napoli, i problemi sono ben altri. Qui sotto, due immagini del sindaco all'inaugurazione del locale al centro della nostra inchiesta: non ha partecipato alle procedure di finanziamento, ma ai brindisi sì.

I camorristi, i commercianti in società con loro, i politici di destra e sinistra. Tutti pronti a sedersi alla stessa tavola, magari quella di uno dei ristoranti più famosi di Napoli, per banchettare con fondi pubblici d'ogni genere: il piatto forte erano i finanziamenti elargiti dal Comune attingendo alle casse municipali, a quelle statali e persino a quelle europee. Giuseppe Misso è uno dei padrini storici della criminalità partenopea: domina il cuore antico della città e ha costruito una rete di agganci in tutti i palazzi che contano, Curia inclusa. Da quando ha iniziato a collaborare con la magistratura, Misso, detto Peppe 'o Nasone, ha stupito con le sue rivelazioni: lui, quello della 'camorra di destra' teorizzata dal senatore Emidio Novi in commissione Antimafia nel settembre del 2000, ha dato nel recente passato il suo appoggio elettorale al centrosinistra. Una mossa trasformista motivata dal padrino con la volontà di punire i suoi vecchi referenti di Alleanza nazionale e conquistare così entrature nelle istituzioni campane.

Ma l'inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Napoli, coordinata dal procuratore aggiunto Franco Roberti, grazie anche alle dichiarazioni di altri fedelissimi del boss, intercettazioni ambientali e indagini societarie, è riuscita a ricostruire un pezzo significativo della storia e degli affari del clan. Nel blitz di fine gennaio che ha portato a sei arresti, sequestri di case, negozi, un albergo, un garage, auto e moto di lusso, sono coinvolti anche alcuni locali noti della ristorazione partenopea. L'elenco di perquisizioni e sequestri di quote societarie effettuati dai finanzieri del Gico di Napoli comprende nomi celebri, come Zi Teresa, storico ristorante di via Caracciolo davanti ai grandi alberghi, Giuseppone a mare, Il Delicato a Mergellina. Ristoranti che, secondo i pentiti, sarebbero parte del patrimonio personale del capoclan, socio occulto dei titolari tanto che non era insolito trovare i loro cuochi impegnati ai fornelli di casa Misso a largo Donnaregina, di fronte alla Curia arcivescovile.

Secondo Michelangleo Mazza, nipote del boss, Misso sarebbe in società anche con Giovanni Allinoro. Titolare di un ristorante a piazza Cavour, 'O Core 'e Napule (formalmente intestato al figlio), Allinoro siede nel direttivo dei commercianti partenopei (vicepresidente, secondo lo stesso sito Internet del locale). È stato consigliere circoscrizionale dei Ds e all'inaugurazione del suo ristorante c'erano il sindaco Rosa Russo Iervolino con mezza giunta comunale e il vicepresidente nazionale di Confcommercio, Maurizio Maddaloni. Secondo i collaboratori di giustizia, dalla cella il padrino volle partecipare all'evento: fece mandare per l'occasione una bottiglia del suo champagne preferito, il Dom Perignon, che Allinoro "avrebbe aperto il giorno in cui Misso sarebbe uscito dal carcere".

Nel retrobottega, un tempo negozio di abbigliamento, si sarebbero svolti pure incontri del clan: "Abbiamo tenuto riunioni anche con appartenenti alla famiglia Moccia", racconta a inizio gennaio Pasquale Amatrudi, un altro affiliato pentito. Proprio in quei giorni, per 'O Core 'e Napule arriva la notizia di un finanziamento di oltre 82 mila euro di fondi comunitari per un piano gestito dal Comune di Napoli. Con la stessa graduatoria Allinoro si assicura altri 66 mila euro per un negozio di abbigliamento praticamente accanto al ristorante. A luglio del 2005, intanto, altri 106 mila euro erano stati destinati al locale di Allinoro dalla legge 488 per il commercio, nata per sostenere gli imprenditori nelle zone depresse. In tutto, quasi 200 mila euro di finanziamenti pubblici che, se dovessero essere confermate le rivelazioni dei pentiti, avrebbero sostenuto una ditta di cui Misso era socio.

Ma non c'erano solo i ristoranti: un ruolo chiave negli affari del boss, secondo gli inquirenti, lo ricopriva Gennaro Palmieri, gioielliere del centro storico, tra i fondatori del consorzio Borgo degli Orefici. La sua gioielleria è descritta negli atti come un "importante punto di ritrovo anche per altri personaggi legati al clan Misso". È lui che reinveste il denaro del camorrista, lo accompagna a Milano per un processo e organizza il viaggio dalla Francia a Santo Domingo per la sua latitanza. Acquista per conto del padrino appartamenti e, in società con altre due persone, persino un albergo di proprietà dei Missionari del Preziosissimo Sangue, congregazione fondata nel 1815 da San Gaspare del Bufalo che, ironia della sorte, aveva avuto come prima missione quella di evangelizzare i banditi che a quel tempo imperversavano tra Roma e Napoli.

Devono esserci buoni rapporti con la Chiesa, se Misso riesce facilmente a mettere le mani su quell'immobile e anche a organizzare feste nei locali di un noto istituto religioso, il Calasanzio, che recentemente ha ricevuto anche la visita del presidente Giorgio Napolitano. Spiega il 'pentito' Maurizio Frenna: "La persona che permetteva a Misso di avere a disposizione i locali della Curia era un prete, di circa di 50 anni e con occhiali, di nome Salvatore che io vedevo spesso sopra l'abitazione di Misso e che ricordo bene anche in occasione di quella cerimonia del battesimo della figlia. Non so dire se Misso avesse rapporti anche con altre persone facenti parte della curia napoletana". Di sicuro, il gioielliere Palmieri aveva altri amici: nelle intercettazioni i carabinieri del comando provinciale di Napoli lo sentono più volte vantare entrature nel mondo ecclesiale.

In una di queste, il gioielliere parla al telefono con una collaboratrice di un "permesso" da ottenere. Sostiene di poter andare direttamente dal sindaco, se solo lo volesse: "Al massimo posso fare 10-15 minuti di anticamera. Mi deve ricevere per forza, perché lei è stata ricevuta da me in campagna elettorale". Precisa poi, scrivono i magistrati, "di averle dato una mano in campagna elettorale e che il sindaco si è interessata per fargli avere il finanziamento". Il sindaco ha fatto molto per il consorzio Borgo degli Orefici, dice Palmieri. E infatti la giunta Iervolino ha stanziato nel 2007 risorse europee per 9,5 milioni di euro per gli artigiani orafi della zona. Ne ha beneficiato pure Palmieri, quello che gli inquirenti chiamano il "fedele custode del patrimonio mafioso di Misso", per 38.276 euro



Affari e vendette da destra a sinistra

"Io avevo, negli anni '80, rischiato la vita e ammazzato per sostenere il Msi e venivo ripagato in questo modo". Spiega così, Giuseppe Misso, con una motivazione "sofferta", la decisione di appoggiare nel 2000 un candidato di centrosinistra per le elezioni regionali. Puntò su Roberto Conte, allora portavoce campano dei Verdi poi passato alla Margherita e approdato nel Pd che lo ha sospeso, nei giorni scorsi, poche ore dopo il suo arresto per corruzione. Quello di Misso fu uno smacco alla destra cui era stato sempre fedele, ma l'Msi, a suo dire, l'aveva abbandonato nella vicenda giudiziaria della strage del Rapido 904, nella quale furono coinvolti esponenti di mafia, camorra ed eversione nera. Misso ne era uscito con una condanna per detenzione di esplosivo dopo l'ergastolo in primo grado, stessa sorte dell'ex deputato della Fiamma tricolore Massimo Abbatangelo.

E così, forse anche per alzare la posta in vista delle elezioni del 2001, Misso rifiuta un incontro con esponenti di An e pensa al ribaltone. Si rivolge "all'amico Gianni Allinoro", il ristoratore di 'O core 'e Napule, per offrire il suo sostegno elettorale ai Ds: "Ma lui rispose negativamente declinando il mio invito". Fu Gennaro Palmieri, allora, a presentargli il verde Roberto Conte, per inaugurare quello che il gioielliere definiva "un ciclo delle vacche grasse". Conte, cioè, sarebbe stata la persona giusta per controllare gare di appalti per lavori pubblici e forniture di servizi. Intanto, secondo le dichiarazioni di Misso, Conte sborsa poco più di 100 milioni di lire al boss. Il quartiere si mobilita, viene inaugurato un comitato elettorale dove prima c'era una bisca clandestina, poi la campagna si estende ad altri quartieri. Ed ecco che dall'urna esce vittorioso l'esponente sostenuto dal boss con quasi 9 mila preferenze. Anche in questa vicenda gli inquirenti sottolineano il ruolo rilevante del "gioielliere della malavita napoletana" nei rapporti tra il boss e la politica. È lo stesso Misso a sostenerlo, in uno degli ultimi interrogatori, ricordando che è stato lui a farlo iscrivere al Msi e sottolineando che "Palmieri è uomo di destra, amico del senatore Pontone e di altri esponenti napoletani, tra cui Tagliatatela e Florino". C. Pa.

 

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