L’Italia e quei confini che non esistono. Porte (dei Porti) aperte a tutto e tutti (per Legge)
Come Casa della Legalità segnalammo il “dettaglio” anche alla Commissione Parlamentare Antimafia nel luglio 2014, con la Relazione per la nostra audizione, ma nulla è cambiato.
Problema tanto noto quanto ignorato, si potrebbe dire.
La questione è molto semplice: i porticcioli turistici sono porte aperte, senza controllo alcuno, in entrata ed in uscita. Dai porticcioli turistici può passare senza problemi la qualunque cosa (armi, droga, rifiuti,…) e chiunque (da latitanti a ricercati, terroristi compresi)…
I porticcioli turistici non sono soltanto, quindi, strumenti utili per poter promuovere riciclaggio e truffe, ma sono un varco spalancato all’illegalità e criminalità, dalla ‘ndrangheta ai narcotrafficanti, dai mercanti di armi sino ai terroristi. Non c’è dogana. Non c’è alcun controllo di frontiera. Non c’è altro che un registro delle imbarcazioni in entrata ed uscita che viene compilato ed autocertificato dalla società privata che ha in concessione il porticciolo stesso (in taluni casi imprese con soci aventi radici e sedi in paradisi fiscali o in società fiduciarie di cui si ignorano i veri proprietari).
Così è nell’Italia, dopo la nota riforma dell’allora ministro Burlando, dove i Porticcioli turistici sono proliferati come funghi lungo le coste, da nord a sud.
In Calabria uno di questi, quello di Amantea, è finito sotto sequestro perché costruito in modo totalmente abusivo. Sul versante adriatico le rotte sono quelle criminali con i balcani. In Liguria è risultato quel Porto di Lavagna (il più grande porto turistico del Mediterraneo) che era stato segnalato inequivocabilmente dalla Guardia di Finanza per la pericolosità delle attività che mascherava. Ecco un estratto del Rapporto, scritto nel 2002, della Finanza su quella realtà ed il suo “intoccabile” fulcro, il Jack Rock Mazreku: «Il MAZREKU sarebbe in stretto contatto con numerosi imprenditori albanesi coinvolti in attività criminali (traffico di stupefacenti, armi, immigrazione clandestina) i cui proventi sarebbero poi reinvestiti in attività commerciali lecite (centri turistici, alberghi, ristoranti), riferibili sia alla criminalità comune, sia a frange dell'estremismo islamico. Con specifico riferimento al PORTO DI LAVAGNA, gli interessi economico-finanziari del MAZREKU potrebbero essere finalizzati non solo al riciclaggio di denaro, ma anche alla creazione di una struttura portuale più ampia ed articolata idonea a favorire traffici illeciti, ora più difficilmente realizzabili presso porti italiani di rilevanza primaria nel mare adriatico (Ancona, Bari, Brindisi) strettamente controllati dalle Forze di Polizia. La gestione dello scalo portuale levantino permetterebbe il riciclaggio di capitali di provenienza illecita, attraverso il noleggio plurimo e fittizio di posti barca già effettivamente locati ed occupati da persone ignare; le operazioni di pagamento sarebbero effettuate, con la causale del citato noleggio fittizio, da parte di più soggetti compiacenti/coinvolti, utilizzanti carte di credito riferibili a conti bancari diversi e riconducibili all'organizzazione del MAZREKU».
Più di recente, anzi recentissima, è l’Operazione italo-francese contro i traffici di droga della ‘ndrangheta che ha colpito gli esponenti delle note famiglie MAGNOLI, GIOVINAZZO e SGRO’ con i propri sodali tra Antibes e ponente ligure. Un traffico di stupefacenti (e per esattezza hashish e cocaina) per cui, come se nulla fosse, utilizzavano una bella imbarcazione a vela con cui raggiungere il continente europeo eludendo quindi i controllo doganali. Se non ci fosse stata l’attività d’indagine in corso, con intercettazioni e pedinamenti, questo canale via mare, lontano dai grandi porti, non lo avrebbe notato nessuno.
Quindi: quali controlli si possono assicurare sui confini quando si hanno questi veri e propri “porti franchi”, varchi senza controllo, lungo tutta la costa italiana?






