La donna che garantiva l’omertà sulla ‘ndrangheta stragista
REGGIO CALABRIA Giusy Pesce, Lea Garofalo, Maria Concetta Cacciola. Negli ultimi anni le pentite di ‘ndrangheta sembrano aver guidato la rivolta contro i clan. Ma la loro storia rimane un’eccezione,...
REGGIO CALABRIA Giusy Pesce, Lea Garofalo, Maria Concetta Cacciola. Negli ultimi anni le pentite di ‘ndrangheta sembrano aver guidato la rivolta contro i clan. Ma la loro storia rimane un’eccezione, perché in Calabria sono le donne a tramandare di generazione in generazione il credo criminale che antepone agli interessi di figli e familiari quelli del casato mafioso. Per questo – ha spiegato oggi l’ispettore Giuseppe Briguglio interrogato dal procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo nel processo “’Ndrangheta stragista” – è toccato ad una donna tentare di mantenere il segreto sugli attentati contro i carabinieri del ’93-’94.
NON C’È PREZZO Marina Filippone è nata in una famiglia di ‘ndrangheta. È la sorella di Rocco Filippone, il boss finito in carcere perché considerato insieme a Giuseppe Graviano il mandante degli attentati ai carabinieri con cui la ‘ndrangheta ha partecipato alla stagione degli attentati continentali ed è la madre di uno degli esecutori materiali, Giuseppe Calabrò. Ma soprattutto è una donna che della ‘ndrangheta conosce le regole. Sa che il clan pesa più della «carne». Sa che non c’è mai prezzo troppo alto da pagare, anche se per lei questo ha significato regalare due figli al clan, uno morto ammazzato in circostanze ancora misteriose, uno condannato appena ventenne all’ergastolo. Ed è proprio su di lui che Marina “veglia”, ordinandogli silenzio.
LA DURA LEGGE DI MARINA «Fede... fedeltà... fedeltà» e «bocca chiusa... che non sbagli mai». Sono questi gli ordini di Marina, che di fronte al figlio – giovanissimo, condannato a vivere in carcere più anni di quelli che abbia passato fuori – non ha un moto di pietà o comprensione. Al contrario – emerge dalle informative agli atti del procedimento – neanche troppo velatamente lo minaccia, rammentandogli cosa potrebbe succedere se parlasse. «Hai fatto vent’anni di galera, ricordati che hai due fratelli a Reggio Calabria, uno è ragazzo. Pensaci bene a quello che fai, perché hai sofferto tanto tutti hanno sofferto tanto», si legge nella trascrizione di uno dei colloqui. «Abbiamo perso tanto, abbiamo perso oltre ai soldi anche Francesco», dice la donna, che sembra aver accettato l’omicidio del figlio come un sacrificio inevitabile. E che l’altro figlio – quello da oltre dieci anni non può neanche abbracciare perché chiuso in carcere – non deve rendere vano con un cedimento.
LE CONFIDENZE DEL MONACO Passano i mesi, le stagioni, ma colloquio dopo colloquio, gli ordini di Marina sono sempre gli stessi. Silenzio, o – se necessario – «tutto dietro... di ritornare tutto indietro». Qualora si fosse fatto sfuggire qualcosa – ordina la madre – Calabrò deve ritrattare. Così come deve fare in modo di smentire quello che altri pentiti, come Consolato Villani o Nino Lo Giudice, possano aver detto. Marina Filippone sa che stanno parlando. Alcune indiscrezioni sono filtrate sulla stampa, altre le ha ottenute dal legale che ha avuto modo di visionare un fascicolo connesso, altre arrivano da ambienti vicini alle indagini. «Il Monaco – si legge nella trascrizione di uno dei colloqui – ha un’amicizia con qualcuno e si è informato gli hanno detto che la Finanza è andata e ha preso i nomi di tutta la famiglia ma ora non sanno cosa stanno facendo». Il clan dunque era informato delle indagini in corso. Per questo era in allarme. E la voce era arrivata anche a Calabrò.
C’ERA UNA REGIA E lo aveva capito anche Calabrò dalle domande che gli aveva rivolto il sostituto procuratore della Dna Gianfranco Donadio. Domande di fronte a cui aveva finito per capitolare, ammettendo che c’era stata una regia dietro quegli attentati fatti passare come “cosa da balordi”. Dopo, di quello slancio si era pentito. Aveva informato il legale nominato dalla famiglia e i suoi e da lì erano iniziate le pressioni della madre, cui – contrito come uno scolaretto – più volte ripete «tranquilla, ho smentito tutto». E davvero Calabrò lo ha fatto o ci ha provato. Ma probabilmente sa che i magistrati sono sulla pista giusta e la sua improvvisa ritrattazione può divenire solo un’ulteriore conferma.
«HANNO TUTTO» Quando la madre gli parla dell’indagine in corso, non è molto sorpreso, ma di certo è preoccupato. Teme che dietro ci sia un confidente, quasi disperato ripete «sanno tutto, sanno tutto... dove vai... come sono... la foto dello zio... tutto sanno». Ma quel che più sembra preoccuparlo sono i riferimenti al “mostro”, soprannome – ha dichiarato Calabrò quando ha iniziato a collaborare seriamente con la magistratura – che per molto tempo ha coperto l’identità dell’ex poliziotto della Mobile di Palermo, Giovanni Aiello.
L’OMBRA DI AIELLO Ma già prima si era fatto sfuggire il suo nome. Quasi terrorizzato aveva detto alla madre di averne letto il nome sulla stampa e che – si legge nelle trascrizioni – «non sa da dove sia uscito e spiega alla madre che è un agente di Polizia, che sono convinti sia colpevole, uno che spara ma che non c’entra niente». Parole – spiega l’ispettore Briguglio – che non solo dimostrano come Calabrò conoscesse Aiello, ma fosse anche a conoscenza di informazioni non alla portata di tutti. Nelle parole del giovane detenuto, il “mostro” è un poliziotto, ma anche «uno che spara» e questo – sottolinea l’ispettore – «è da intendere ben oltre il ruolo istituzionale». Un elemento che già all’epoca – testimoniano le note di servizio – ha messo in allarme gli investigatori. Tanto per Calabrò come per Lo Giudice e Villani prima di lui, il solo evocare “il mostro” ha scatenato preoccupazione, se non terrore. E anche seguendo questa traccia inquirenti e investigatori hanno continuato a scavare per arrivare a dipanare la matassa di silenzi e omertà che per decenni ha coperto gli attentati del ‘93-’94.
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