Aperta un' inchiesta sulla privatizzazione dell'ex Amt
La madre di tutte le bad company finisce sotto inchiesta. Certo, ci sono Alitalia e tante altre, ma la prima e' stata AMI, l'Azienda Mobilita' e Infrastrutture di Genova, la societa' pubblica nata per liberare dalle voci meno redditizie l'azienda municipale dei trasporti rendendone cosi' possibile la parziale privatizzazione. Ma oggi la nascita di AMI e' sotto la lente di ingrandimento della Procura e della Corte dei Conti. Inchieste che hanno portato il pm Francesco Pinto ad aprire un fascicolo per abuso d'ufficio. Fino a oggi l'indagine condotta dal nucleo di polizia tributaria e' carico di ignoti, molto presto, pero', potrebbero arrivare i primi indagati. Ma non e' una storia soltanto ligure: potrebbe mettere in discussione tutte le bad company che sono fiorite in Italia, fino al caso Alitalia. L'ultimo capitolo Come in tante vicende giudiziarie, si comincia da quello che doveva essere l'ultimo capitolo della storia di AMI: nel novembre 2007 il cda della societa' pubblica genovese prende atto dell'impossibilita' per AMI di continuare a esistere. Il neo sindaco Marta Vincenzi lo aveva gia' chiarito in campagna elettorale: l'operazione voluta dal suo predecessore, Giuseppe Peri'cu, non la convince. Vincenzi non intende continuare a tenere in piedi una societa' che, secondo lei, divora soldi pubblici. Passano pochi mesi e all'inizio del 2008 arriva la liquidazione. Da qui nascono le due inchieste che nelle prossime settimane potrebbero far tremare ancora il mondo politico genovese. Un'operazione necessaria per privatizzare (e salvare) l'azienda di trasporto genovese AMT o un disastro che ha dissipato soldi pubblici? Inquirenti e investigatori sembrano propendere per la seconda ipotesi. Tutto ruota intorno a un numero: 20 milioni di euro che, secondo l'ultima stima dell'accusa, sono andati persi con un vantaggio indebito per il socio privato. Ma si punta anche il dito sulle scelte del Comune che, per l'accusa, ha sottratto ad AMI le entrate previste. Che ha garantito al socio privato consulenze milionarie in grado di rimpinguare gli utili. Che avrebbe portato a una privatizzazione con rischio d'impresa pari a zero per i privati, in grado, pero', di guidare l'azienda. L'inizio Tutto comincia nel 2001. L'AMT (Azienda Municipalizzata Trasporti) presenta l'ennesimo bilancio in rosso: 40 milioni di perdite l'anno e, dopo i tagli agli enti locali, il comune di Genova deve integrare il fondo nazionale per i trasporti sborsando 30 milioni l'anno. Un masso che rischia di tirare a fondo il Comune e che avvia l'AMT sulla china del crac. Allora Peri'cu gioca la carta della privatizzazione. Ed ecco un'altra analogia con Alitalia: per seguire l'operazione si sceglie la societa' Dexia, che a sua volta si appoggia allo studio Bonelli Erede e Pappalardo, lo stesso che ha seguito la cessione della compagnia di bandiera. E' il 2004 quando si arriva alla gara, vince Transdev, colosso (pubblico) francese che gestisce il trasporto pubblico di decine di citta' transalpine, spagnole, inglesi, olandesi e canadesi. Da AMT nasceranno due societa'. La prima, la stessa AMT, vedra' la partecipazione del Comune (con il 59%) e di Transdev (41%) che investe 22 milioni per gestire il servizio fino al 2011. La seconda sara' AMI, interamente pubblica, che si occupera' delle voci meno redditizie. Ad AMI verranno conferite le attivita' di manutenzione dei mezzi, le rimesse e il patrimonio immobiliare, e la progettazione delle reti. Ma, per rendere accettabile l'operazione anche alle casse pubbliche, il Comune prevede un patto ben preciso: la manutenzione svolta da AMI sara' pagata 158 milioni in sei anni ai quali si aggiungeranno 28 milioni di affitti. E questo e' il nodo delle inchiesta: le condizioni del contratto cambiano rapidamente. I 28 milioni previsti per gli affitti scendono a 18. Non solo: negli anni i milioni previsti per la manutenzione passano da 158 a 93. In cambio, promette il Comune, AMI ricevera' altre attivita' che la compenseranno delle perdite. Un impegno non mantenuto. «Ci sono scelte che, a prima vista, sembrano irrazionali per la parte pubblica», sostengono inquirenti e investigatori. Cosi' e' anche per alcuni dettagli della vendita del patrimonio immobiliare di AMT, tra cui la rimessa a Boccadasse, uno dei quartieri piu' belli di Genova. Compra Abitcoop (che prevede di realizzare una contestatissima operazione immobiliare con torri firmate dall'archistar Mario Botta) e sborsa 33 milioni a fronte di una base d'asta di 18 milioni. «Un prezzo altissimo, ma negli anni successivi AMI sborsa inspiegabilmente quasi cinque milioni di euro per affittare la struttura che ha appena ceduto», ricorda l'accusa. Anche su questo si indaga. Ma c'e' il capitolo consulenze: AMT paga oltre cinque milioni di euro in tre anni al socio privato per una consulenza. «Perche' il pubblico paga il privato per un'attivita' di impresa che dovrebbe svolgere in qualita' di socio?», si chiedono gli inquirenti. Infine c'e' anche il contenuto finora riservato del contratto. «In pratica il privato acquista una societa' senza alcun rischio, sembra un contratto di investimento piu' che di impresa. Il privato alla scadenza puo' vendere recuperando i 22 milioni investiti piu' un 5 per cento annuo». L'altra verita' Pericu, pero', non ci sta a vedere messa in discussione la sua «creatura»: «Senza questa operazione l'azienda dei trasporti sarebbe fallita come e' successo a Padova con pesanti conseguenze economiche e giuridiche per il Comune. E con un forte disagio sociale per i cittadini». E le perdite di denaro pubblico su cui indagano Procura e Corte dei Conti? «L'operazione ha fatto risparmiare denaro: prima le perdite erano di circa 40 milioni di euro l'anno, oggi, considerando i bilanci di AMI e AMT, non superano i 20 milioni. Invece Standard&Poor's ha confermato la classificazione A ai conti del Comune proprio grazie a questa operazione. Se AMI non fosse stata liquidata nel giro di qualche anno sarebbe tornata in pareggio, per me non era una vera bad company, perche' le avevamo conferito attivita' e beni che producevano utili». Restano i 490 milioni di debiti di AMT nel passivo del Comune di Genova (che ha un'esposizione finanziaria complessiva di un miliardo di euro). Luciano Coccoli, procuratore regionale della Corte dei Conti, durante l'inaugurazione dell'anno giudiziario ha dedicato un passaggio a queste operazioni: «Vogliamo verificare la sussistenza o meno di danni erariali in casi di costituzione, con capitale interamente pubblico, di una sorta di bad company che ha realizzato cospicue perdite di esercizio». L'ultima parola su AMI, e sul futuro delle bad company italiane, passa ai magistrati. Da queste decisioni dipenderanno, forse, le scelte di citta' che, come Torino, avevano pensato di applicare il modello genovese.
Ferruccio Sansa
