Europee, patto tra Pdl e Pd
UGO MAGRI
ROMA
Mercoledì prossimo Pdl e Pd scorderanno le inimicizie, e per la prima volta voteranno una riforma insieme, perché fa comodo a entrambi. Sarà un unico articolo, condannerà a morte i mini-partiti che non raggiungono la soglia del 4 per cento. Lo sbarramento esisteva già per il Parlamento nazionale, ora verrà esteso a quello europeo, dove oggi si può eleggere un deputato e attingere al finanziamento pubblico con meno di 300 mila voti. Nulla vieterà ai «nanetti» di coalizzarsi per superare l'asticella. Anzi, ipocritamente il «barrage» viene motivato proprio come stimolo a unirsi, specie sulla sinistra. Ma (altra trappola) per fare fronte comune i partitini dovranno depositare almeno 300 mila firme entro il 28 aprile prossimo, altrimenti niente simbolo sulla scheda. L'accordo per far fuori i piccoli a vantaggio dei partiti più grossi è stato raggiunto con rapidità fulminea: martedì i contatti del ministro Vito, ieri pomeriggio era già tutto finito.
Sono d'accordo anche Idv, Udc (con qualche riserva sul 4 per cento, Casini avrebbe preferito il 3) e Lega. Bossi ha profittato astutamente della trattativa per portare a casa, col capogruppo Cota, la data di approvazione definitiva del federalismo fiscale: 13 marzo alla Camera. Nel Pd sembra che D'Alema abbia forti perplessità, tutti d'accordo invece nel Pdl alle prese con lo Statuto interno (saranno tre i coordinatori). Furibonde reazioni dai mini-partiti, com'era lecito attendersi. «Delinquenti!», è l'invettiva di Storace contro i grandi partiti. «Dittatori», esplode Mastella. «Patto bestiale», lo etichetta il socialista Nencini. «Colpo di Stato», chiama alla mobilitazione il rifondazionista Ferrero. Oggi si riunisce alla sede del Ps, piazza San Lorenzo in Lucina, il Comitato per la democrazia di cui fanno parte più o meno tutti i micro-partiti. Tenterà di coordinare la protesta con azioni politiche «eclatanti», forme di lotta drammatiche. Intanto si moltiplicano gli appelli al presidente della Repubblica, tirarlo per la giacca è lo sport nazionale. Già ieri, sommovimenti nei consigli regionali di Lombardia e Piemonte, blocco dei lavori al consiglio provinciale milanese, sit-in romano a due passi da Montecitorio animato da Verdi, Sd e «vendoliani».
Ferrero è andato a urlare il suo sdegno sotto la sede del Pd, poiché perfino più di Silvio viene incolpato Walter: con lui se la prendono i compagni della sinistra radicale, la «pugnalata alla schiena» viene vissuta come un tentativo di salvarsi con l'aiuto del Cavaliere. «E' una legge ad personam salva-Veltroni», ironizza Giordano. La Palermi: «Ormai è alla corte di Berlusconi». E Migliore: «Cosa è disposto a vendere il Pd in cambio di questo regalo?». Il pensiero corre subito a intercettazioni e giustizia, terreni ideali di «inciucio». Nel primo caso, effettivamente, Veltroni è più prudente che mai, forse per effetto del «caso Genchi» sospende il giudizio fino a quando le nuove proposte del ministro Alfano non verranno formalizzate (piccolo giallo sull'emendamento governativo che tarda, ma pare sia solo per la difficoltà di scrivere in giuridichese). Quanto alla giustizia, nulla fa pensare a una trattativa segreta. Anzi, nella durezza dello scontro, ieri il Pd ha incassato una sconfitta.
Perché la sua mozione è stata bocciata alla Camera, mentre sono passate quelle dei Radicali e dell'Udc con il sostegno del centrodestra. Segno che «il Pd è isolato», si compiace Alfano, il quale ha ricevuto i complimenti del premier per la brillante operazione politica. Se poi da cosa nascerà cosa come auspica Gianni Letta (grande sarto della trama «veltruscona»), si vedrà più avanti: magari in occasione della «spartizione Rai», come già la definisce Di Pietro. Per il momento, tanto a Veltroni quanto a Berlusconi fa più comodo mostrarsi in pieno antagonismo reciproco, come in fondo facevano (sostengono i post-comunisti) i celebri ladri di Pisa, che di giorno litigavano salvo agire insieme di notte. Dunque Veltroni attacca a fondo il Cavaliere sulla Sardegna, Bonaiuti risponde a nome del principale, e avanti così fino al 6 giugno, giorno delle elezioni europee
