Lo sdegno di Maria Falcone: così si indebolisce la lotta alle cosche
«Cos´è? La solita logica che il 41 bis non può essere mantenuto a vita?». Chiede notizie, cerca di capire Maria Falcone prima di esprimere tutto il suo sdegno per questo nuovo provvedimento a favore di un esponente di spicco di Cosa nostra, uno di quelli che uccisero suo fratello Giovanni...
«Non si può fare un passo avanti e due indietro nella lotta alla mafia. E proprio adesso, proprio adesso che la coscienza civile sembra risvegliarsi».
Signora Falcone, secondo i giudici di sorveglianza di Roma Domenico Ganci non mantiene più i suoi legami con l´organizzazione. Le sembra possibile?
«È ridicolo, è semplicemente ridicolo. Vengano qui, vengano in Sicilia questi signori, per cercare di capire quello che abbiamo vissuto e che ancora stiamo vivendo. Lo sanno tutti che i mafiosi non interrompono mai i loro legami con la famiglia, con l´organizzazione, neanche dopo anni e anni di carcere perché quello è il loro potere, il loro humus. Quelli risorgono sempre dalle ceneri».
Il 41 bis, così com´è prevede che l´accusa debba dimostrare nel tempo il permanere di questi rapporti.
«Bisogna capire che questo non è un provvedimento punitivo, che il 41 bis non è una vendetta, un atto di cattiveria da parte dello Stato, ma un provvedimento assolutamente necessario perché queste persone, i mafiosi, devono essere escluse, a loro bisogna assolutamente impedire di mantenere qualsiasi contatto. E considerato che ogni inchiesta della magistratura conferma che anche dal carcere, anche dal 41 bis continuano a comandare, figuriamoci cosa succede se sono riammessi a vita comune. È una logica perversa».
Quindi lei è d´accordo con la nuova norma che inasprisce il carcere duro?
«Io non voglio parlare di casi singoli, dico solo che se lo Stato vuole vincere questa battaglia non si può continuare con provvedimenti che vanno incontro a questa gente e spuntano le armi della magistratura, delle forze dell´ordine e della Sicilia pulita che con la mafia non vuole avere più niente a che fare».
Alessandra Ziniti
