Il Paese della giustizia part-time
RAPHAËL ZANOTTI
Sono le 12,04. Al tribunale di Cosenza il giudice Biagio Politano chiude il fascicolo che ha davanti e gli avvocati sciamano fuori dall'aula. Per oggi, nella città calabrese, le udienze penali chiudono i battenti. Si ricomincia domani. Al tribunale di Milano, invece, sono le 12,50. Il signor Costanzo Maletti prende il cellulare e chiama: «Mi sa che anche oggi non se ne fa niente». Poi si volta e spiega: «Sono qui per mio nipote. È testimone a questo processo per lesioni, ma l'hanno già chiamato due volte e in entrambe le occasioni ha perso un giorno di lavoro senza che riuscissero a sentirlo. Così questa volta ha mandato me: se vedo che stiamo quagliando, lo avverto e lui viene». E il pomeriggio? «Ah, no, finita la mattina lo rimandano». A Venezia idem. A Napoli pure. A Caltanissetta anche. È così in tutta Italia. Giustizia part time. O meglio, udienze. I processi, siano essi penali o civili, trovano la pausa pranzo «indigesta»: è raro che proseguano oltre. Cosenza era uno degli ultimi baluardi dell'attività pomeridiana ordinaria. «Ora non più, tranne singoli processi in corte d'assise per ‘ndrangheta o altro - spiega Renato Greco, presidente del tribunale bruzio -. Ho pressanti richieste da parte del dirigente amministrativo. A novembre ho dovuto inviare una circolare ai miei giudici: l'orario previsto finisce alle 14». Perché? «Semplice: non ci sono più soldi per pagare gli straordinari ai cancellieri». I magistrati non hanno orari, i dipendenti statali sì. E se nessuno li paga, chi glielo fa fare? E così il reato comune, l'omicidio colposo, restano fuori. Così come i giudici che, senza più personale, il pomeriggio rientrano a casa a studiare le sentenze. Il presidente Greco non è l'unico ad avere questo problema. Francesco Scutellari, presidente del tribunale di Bologna, ha dovuto siglare un accordo con i sindacati: «Le udienze non potranno più superare le 17,30, in nessun caso - dice -. Ad Arezzo addirittura è stato chiesto come orario limite le 14, ma lì hanno carichi diversi».
Eppure quella dei sindacati sembra una cautela eccessiva. Alle 16 a Palazzo Baciocchi, dove si svolgono i processi penali, le luci delle aule sono spente. C'è il militare di guardia e qualche anima, più che altro magistrati che studiano sentenze o preparano processi. Nel palazzo di fronte, sede della presidenza, la donna delle pulizie è già all'opera. Appesi fuori dalle aule ci sono i ruoli d'udienza del civile: gli orari non si spingono oltre mezzogiorno. «Se c'è la necessità si va oltre - spiega Scutellari - altrimenti no. È anche una questione di sicurezza, l'ho spiegato ai miei magistrati: nelle ore pomeridiane il palazzo non è presidiato e non è bene che ci siano testimoni o imputati che circolano liberamente». E infatti non ci sono. Per lo straordinario quel che si può pagare, si paga. Il dirigente amministrativo Emanuela Barca è riuscita ad accedere a un fondo del ministero con cui forse, si spera... E poi c'è il fondo elettorale. Ma ormai è la presenza fisica a mancare. «Molti cancellieri non volevano più restare "imprigionati" in udienze che a volte finivano anche alle 11 di sera senza che neppure venisse loro pagato lo straordinario, così hanno richiesto il part time. A un part time non si possono chiedere straordinari, quindi niente udienze». A Bologna ci sono 246 cancellieri in pianta organica, 207 in servizio a cui vanno sottratti 13 applicati fuori. Poco meno di un terzo sono part time. Ci sono situazioni ancora più drammatiche. Il piccolo tribunale di Sulmona sopravvive con tre magistrati (uno dei quali è il presidente). Come dire: non si riesce nemmeno a comporre il collegio. «È così da quando il nostro quarto magistrato si è fatto male giocando a una partita di calcetto - spiega il presidente Antonio Gagliardi -. Ora dovrei spiegare al Csm come intendo organizzare l'ufficio. Non so a che santo votarmi». Ma le udienze pomeridiane, le fate? «Sembrerà paradossale, ma sì. D'altra parte non potremmo fare diversamente. Siamo talmente ridotti all'osso che quando c'è la possibilità andiamo avanti fino alla fine».
Poi, magari, non ci sono gli straordinari. E allora si «paga» col riposo compensativo. Ma è un cane che si morde la coda: il lavoro del cancelliere che manca il giorno dopo qualche collega lo deve pur coprire. A Trento, qualche mese fa, il tribunale ha prospettato una riduzione di orario nelle cancellerie civili da 5 a 3 ore giornaliere e gli avvocati hanno minacciato di ricorrere al Tar visto che i regolamenti ministeriali pongono le 5 ore come orario minimo di apertura al pubblico. A Milano, due anni fa, i processi avevano subìto un'ulteriore riduzione: processi non oltre le 14 e ridotti da 5 a 4 alla settimana per ogni sezione penale. Il signor Maletti, intanto, dovrà probabilmente tornare un'altra volta a «coprire» il nipote.
