Il boss Ganci torna al carcere duro
ROMA - Il boss Mimmo Ganci torna in regime di carcere duro, come stabilito dal decreto firmato dal ministro della Giustizia Alfano. Il mafioso palermitano è detenuto dal '93 nel carcere di Rebibbia per una quarantina di delitti, tra cui la strage di Capaci). Il 30 dicembre il Tribunale di Sorveglianza di Roma aveva deciso la revoca del 41 bis, l'articolo che regola appunto il regime di carcere duro per i reati più gravi.
COMUNICAZIONE CON L'ESTERNO - Un provvedimento criticato dal ministro Alfano, che ha chiesto ai suoi uffici di valutare l'esistenza di elementi che richiedano l'isolamento. E le prove sono emerse: il boss aveva collegamenti con l'esterno. In particolare, nell'ambito dell'operazione antimafia "Perseo", in cui il boss è rimasto coinvolto, risulta indagato anche un cugino, Giuseppe Spina, figlio del fratello della madre di Ganci. Il difensore del boss, che al tribunale romano aveva consegnato un fascicolo di oltre 10mila pagine, sostiene che Mimmo Ganci non ha «neppure collegamenti con la moglie, che da detenuto al 41 bis ha visto di rado anche i familiari». Il legale ha annunciato ricorso contro il decreto del ministro Alfano.
SPECIALIZZATO IN SOPRALLUOGHI - Figlio di Raffaele Ganci, storico capo mandamento del mandamento mafioso della Noce di Palermo, fratello di Calogero, un killer di Cosa nostra divenuto collaboratore di giustizia, e cugino del pentito Francesco Paolo Anzelmo, Mimmo Ganci sconta varie condanne all'ergastolo, alcune delle quali definitive, per le stragi di Capaci, via D'Amelio e Chinnici e una quarantina di omicidi. La sua specialità era fare i sopralluoghi nei posti dove poi si sarebbe agito, ma è stato anche condannato in via definitiva quale killer dell'ex sindaco di Palermo Giuseppe Insalaco.
