Spataro: "Bene il piano di Fini ma senza sconti"
PAOLO COLONNELLO
MILANO
Ho apprezzato la piattaforma del presidente Gianfranco Fini: per una volta si ha la sensazione che al centro della questione giustizia ci sia finalmente una logica di servizio prima ancora di una logica ritorsiva, com'è stato finora». La speranza, aggiunge però il procuratore Armando Spataro, è che questa proposta non finisca per essere la solita strada lastricata di buone intenzioni. Che, come si sa, porta dritto all'inferno della politica. «Non vorrei che pur di celebrare il rituale dell'accordo si finisse per realizzare una mediazione sui principi che io ritengo comunque inderogabili».
A cosa si riferisce?
«Penso ad esempio all'obbligatorietà dell'azione penale, corollario del principio di uguaglianza dei cittadini dinanzi alla legge».
Non crede che talvolta vi siano stati arbitrii nelle scelte di priorità dei pm?
«Non lo credo. Sono luoghi comuni dovuti al fatto che le quantità dei carichi di lavoro e la loro ingestibilità danno la sensazione di condizionare talvolta le priorità. Ma le assicuro che nessun magistrato affronterebbe prima una truffa di un omicidio».
Per Fini l'obbligatorietà dell'azione penale potrebbe essere indirizzata, per un periodo limitato, dallo stesso Parlamento almeno per restituire "efficenza" al sistema.
«Sono contrario alla sospensione, sia pur temporanea, del principio. Trovo però che l'ordine dei problemi esposti dal presidente Fini non sia casuale. Vedo infatti che egli pone al primo posto la necessità di interventi organizzativi e finanziamenti per la giustizia per vincere la "sfiducia" dei cittadini».
E cosa c'entra con l'obbligatorietà dell'azione penale?
«C'entra, perchè se sull'obbligatorietà si scontano tanti pregiudizi la colpa è della perenne mancanza di risorse. Quindi, come ben spiega il presidente Fini, il problema è di come garantire l'effettività del principio. Mi pare evidente che se parla di soluzioni temporanee egli intende difendere e non modificare l'obbligatorietà dell'azione penale che è nella Costituzione. Mi sembra un atteggiamento apprezzabile».
Veniamo alle «logiche correntizie» che screditano il Csm e ne impongono una riforma. Ne conviene?
«Io appartengo al gruppo di magistrati di cui faceva parte Falcone, nato esattamente per denunciare le deviazioni correntizie. Fini denuncia un male che esiste ma per il momento non si sbilancia, come invece hanno fatto altri, vedi Mancino o Violante, per una modifica costituzionale. Io dico solo che la Costituzione ha previsto un modello di Csm dove la componente dei magistrati sia prevalente. Non a caso fu una decisione presa dopo la fine del fascismo allorchè le carriere dei magistrati erano amministrate dall'esecutivo. E ora trovo ridicole, se non reazionarie, proposte come quelle di chi vorrebbe estrarre a sorte i componenti del Csm. Così come mi sembra uno strano modo di risolvere il problema delle correnti aumentare la componente politica non certo estranea alle logiche di appartenenza».
E allora, tutto come prima?
«No, io credo che il valore della rappresentanza vada coltivato con la massima trasparenza mantenendo ferme le proporzioni attuali tra togati e laici. Siano i magistrati a saper reagire ai guasti che hanno concorso a determinare».
Separazione delle carriere e tirocinio dei magistrati.
«Su quest'ultimo punto il presidente Fini mi trova del tutto d'accordo. Mi sembra che nemmeno lui sia per la separazione delle carriere. Del resto non esiste in Europa un pm separato che non sia alle dipendenze dell'esecutivo. I ruoli sono già sufficientemente distinti».
Intercettazioni telefoniche: sì per tutti i casi previsti dalla legge ma basta fughe di notizie sui giornali. Giusto?
«Non c'è dubbio. Il problema, come dice Fini, non è limitare le intercettazioni ma impedire la gogna mediatica. E allora perchè non realizzare l'archivio riservato già proposto all'epoca dal ministro Flick e poi ripreso da Mastella? Il problema della tracimazione di certe intercettazioni non è certo causato dei magistrati. S'inaspriscano le sanzioni. Esiste un diritto alla riservatezza che si accompagna al diritto di cronaca e di cui bisogna tenere conto».
