Margiotta (Pd): «Sono perseguitato da quel Woodcock»
Il no alla richiesta d'arresto, in linea con quasi tutti i precedenti, è stato preannunciato da Antonio Leone (Pdl) e dal Democratico Pierluigi Mantini al termine della seduta: «Da una prima lettura veloce non ha molto fondamento la richiesta. Contiene contraddizioni e incongruenze tecniche che dovrebbero portare a non dare l'autorizzazione», ha detto Leone e il deputato del Pd gli ha fatto eco: «La richiesta ha una base inconsistente». A rovinare il clima di intesa su questo punto è l'Italia dei Valori di Antonio Di Pietro che annuncia il voto favorevole del suo gruppo alle richieste di autorizzazioni nei confronti di qualunque parlamentare coinvolto in inchieste della magistratura, quindi anche all'arresto. «La questione morale è un virus che può colpire tutti i partiti» e «ora bisogna fare una scelta di campo ed essere chiari», ha detto Di Pietro. «Le indagini servono ad accertare la verità e chi non ha nulla da temere deve esserne contento. Se invece la politica attacca la magistratura per ogni indagine, si impedisce di scoprire la verità e si perde di credibilità e fiducia nel Paese» ha concluso l'ex pm.
Intanto, con gli interrogatori di garanzia di tre degli indagati, l'inchiesta sul «comitato di affari» è entrata ieri in una nuova fase, nella quale spicca il «tesoro» (oltre un milione di euro) dell'imprenditore Francesco Rocco Ferrara. Sono stati interrogati il sindaco di Gorgoglione (Matera), Ignazio Giovanni Tornetta (per circa due ore), Roberto Pasi e Roberto Francini, entrambi della Total, la compagnia francese che sta realizzando un centro oli e che è al centro dell'inchiesta: il suo amministratore delegato per l'Italia, Lionel Levha, è in carcere e sarà interrogato oggi. Le persone ascoltate ieri hanno risposto alle domande, ma i loro avvocati hanno preferito evitare qualsiasi dichiarazione. Le risposte degli indagati serviranno agli investigatori coordinati dal pm, Henry John Woodcock, per collegarle agli elementi raccolti finora. A proposito del «tesoro» che Ferrara aveva in casa, e che usava - secondo l'accusa - nei suoi «viaggi d'affari», si è appreso che uno lo fece una mattina del 2007 per far visita, a Roma, ad un «influente esponente» del Ministero dell'Ambiente. All'aeroporto di Bari, la polizia gli trovò 150 mila euro nella borsa. Ferrara aveva detto alla moglie, la sera prima, di preparargli «150 litri di vino»: cioè soldi, nel gergo dell'imprenditore. E «le mozzarelle» erano i fondi neri che aveva preparato attraverso false fatturazioni.
