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Firenze, Napoli, Roma, Genova, Perugia. L'ondata di inchieste mostra il potere dei comitati d'affari. E rischia di travolgere le giunte rosse. Ora il Pd si trova a fare i conti con gli scandali...




di Gianluca Di Feo

Quel parco "mi fa cagare da sempre". Quando il sindaco di Firenze vuole cancellare 80 ettari di alberi, unico polmone previsto tra fiumi di cemento ligrestiano, per inserire lo stadio di un imprenditore amico e per farlo è pronto a "smitizzare il parco e dire che questo è tutto contro una certa sinistra", allora è il segno che non si tratta solo di una questione morale. Da Firenze a Napoli, da Genova a Perugia, da Crotone a Trento, dall'Aquila a Foggia le inchieste giudiziarie che continuano ad abbattersi sulle giunte rosse aprono una questione più profonda: mettono in discussione la capacità di costruire il futuro delle città italiane. Più delle dimensioni degli illeciti, spesso poche migliaia di euro, sorprendono i loro effetti: le opere inutili e i cantieri eterni figli di questa malapolitica che ama il cavillo come strumento di potere. Più che le guerre intestine tra correnti del Pd, stupisce la capacità di impastare ogni genere di interesse privato in danno del bene pubblico: trasversalità e consociativismo sono mode condivise con la destra e con speculatori d'ogni risma.

Le giunte traballano sotto il peso di intercettazioni che svelano intrallazzi più che tangenti: i pm contestano contributi elettorali, come le cene dei Ds pagate con i 250 mila euro che sarebbero stati estorti ai broker dal presidente del Porto di Napoli; sponsorizzazioni, come quella del gruppo Ligresti all'opuscolo sulla crociata anti-lavavetri dell'assessore fiorentino Graziano Cioni; oppure incarichi professionali smistati a figli, amici e compari. È una Via Crucis di piccoli episodi, spesso di dubbia rilevanza processuale, e di grandi favori intrecciati in consorterie dove la politica giustifica il disprezzo di qualunque regola, etica o penale, arrivando a negare il buonsenso. Le parole di Leonardo Domenici, presidente di tutti i sindaci italiani, sul parco da cancellare e "smitizzare" testimoniano un male che va oltre la corruzione addebitata ai due assessori di Palazzo Vecchio in rapporti troppo intimi con Salvatore Ligresti.

Inutile invocare la questione morale. Finora c'è stata a malapena una questione legale. Si muove solo la magistratura, che arresta o manda avvisi di garanzia. La segreteria nazionale non interviene e i vertici locali si barricano dietro la presunzione di innocenza: rinviano qualunque valutazione alla sentenza definitiva e così proseguono sulla stessa strada con le stesse persone. Persino le dimissioni arrivano solo se inevitabili. E la valanga che rischia di sommergere la sinistra toscana ha smascherato figure molto differenti. Ci sono i piccoli Machiavelli di Palazzo Vecchio, maestri dell'intrigo e dell'intesa sottobanco, circondati da una corte di professionisti. Il provvedimento del giudice è spietato nelle imputazioni: l'assessore Gianni Biagi costringe la Provincia a entrare nel progetto Castello e costruire la nuova sede sui terreni di Ligresti. Lo fa - scrivono - con ogni mezzo, arrivando a sfruttare la suo carica per intimidire ogni immobiliarista e impedire soluzioni alternative. I magistrati lo accusano di avere amputato pezzi di parco per consentire altre colate di cemento, di avere fatto passare in secondo piano le opere di urbanizzazione, ossia gli impianti per migliorare la vita dei cittadini. In compenso, infila architetti suoi amici, con parcelle da mezzo milione di euro per progetti che i tecnici di Ligresti predicono come inutili ("Finirà che vi paghiamo e li buttiamo"). Il risultato finale è un mostro, il progetto urbanistico che determina lo sviluppo di Firenze assomiglia "a una discarica", affollata di uffici e abitazioni, dove i palazzi di Provincia e Regione fanno strage di alberi e poi si inserisce anche lo stadio voluto da Diego Della Valle con rischi di ingorghi epocali.

Se Biagi si è dimesso, lo 'sceriffo' Cioni invece promette battaglia. È l'altra faccia dello scandalo: il barone rosso, arrogante, populista, con un feudo che garantisce voti. "Chi ha la puzza sotto il naso, cambi mestiere. Io sto con chi combatte", lo difende pubblicamente uno dei suoi consiglieri. Ma Cioni è anche la storia del Pci fiorentino: da 35 anni passa da una poltrona all'altra, dalla Provincia al Comune, poi Montecitorio, il Senato e di nuovo al Comune dove puntava adesso alla fascia di sindaco. Ha conquistato la platea nazionale lanciando il celebre regolamento contro mendicanti e lavavetri. Poi lo hanno intercettato mentre rassicurava gli uomini di Ligresti: "Sto lavorando per voi". In cambio lo 'sceriffo' chiede e ottiene in un paio di minuti da Fondiaria un contributo di 30 mila euro per i 200 mila opuscoli che pubblicizzano la sua tolleranza zero. Chiede un premio, ottenuto, e una promozione, in valutazione, per il figlio che lavora proprio per Fondiaria. Chiede e ottiene al prezzo politico di 600 euro mensili una casa di oltre sette vani "di pregio e in centro" per una sua amica. Alza il telefono per tutto. C'è da mettere la parabola di Sky nell'appartamento della sua amica? Chiama direttamente il braccio destro di Ligresti, Salvatore Ligresti.




Inutile invocare la questione morale. Finora c'è stata a malapena una questione legale. Si muove solo la magistratura, che arresta o manda avvisi di garanzia. La segreteria nazionale non interviene e i vertici locali si barricano dietro la presunzione di innocenza: rinviano qualunque valutazione alla sentenza definitiva e così proseguono sulla stessa strada con le stesse persone. Persino le dimissioni arrivano solo se inevitabili. E la valanga che rischia di sommergere la sinistra toscana ha smascherato figure molto differenti. Ci sono i piccoli Machiavelli di Palazzo Vecchio, maestri dell'intrigo e dell'intesa sottobanco, circondati da una corte di professionisti. Il provvedimento del giudice è spietato nelle imputazioni: l'assessore Gianni Biagi costringe la Provincia a entrare nel progetto Castello e costruire la nuova sede sui terreni di Ligresti. Lo fa - scrivono - con ogni mezzo, arrivando a sfruttare la suo carica per intimidire ogni immobiliarista e impedire soluzioni alternative. I magistrati lo accusano di avere amputato pezzi di parco per consentire altre colate di cemento, di avere fatto passare in secondo piano le opere di urbanizzazione, ossia gli impianti per migliorare la vita dei cittadini. In compenso, infila architetti suoi amici, con parcelle da mezzo milione di euro per progetti che i tecnici di Ligresti predicono come inutili ("Finirà che vi paghiamo e li buttiamo"). Il risultato finale è un mostro, il progetto urbanistico che determina lo sviluppo di Firenze assomiglia "a una discarica", affollata di uffici e abitazioni, dove i palazzi di Provincia e Regione fanno strage di alberi e poi si inserisce anche lo stadio voluto da Diego Della Valle con rischi di ingorghi epocali.

Se Biagi si è dimesso, lo 'sceriffo' Cioni invece promette battaglia. È l'altra faccia dello scandalo: il barone rosso, arrogante, populista, con un feudo che garantisce voti. "Chi ha la puzza sotto il naso, cambi mestiere. Io sto con chi combatte", lo difende pubblicamente uno dei suoi consiglieri. Ma Cioni è anche la storia del Pci fiorentino: da 35 anni passa da una poltrona all'altra, dalla Provincia al Comune, poi Montecitorio, il Senato e di nuovo al Comune dove puntava adesso alla fascia di sindaco. Ha conquistato la platea nazionale lanciando il celebre regolamento contro mendicanti e lavavetri. Poi lo hanno intercettato mentre rassicurava gli uomini di Ligresti: "Sto lavorando per voi". In cambio lo 'sceriffo' chiede e ottiene in un paio di minuti da Fondiaria un contributo di 30 mila euro per i 200 mila opuscoli che pubblicizzano la sua tolleranza zero. Chiede un premio, ottenuto, e una promozione, in valutazione, per il figlio che lavora proprio per Fondiaria. Chiede e ottiene al prezzo politico di 600 euro mensili una casa di oltre sette vani "di pregio e in centro" per una sua amica. Alza il telefono per tutto. C'è da mettere la parabola di Sky nell'appartamento della sua amica? Chiama direttamente il braccio destro di Ligresti,Fausto Rapisarda. Il capoufficio sgrida suo figlio e lo rimprovera per i ritardi? Il papà assessore mobilita Rapisarda, la voce del padrone, che bacchetta il capoufficio e poi blandisce il rampollo: "Mi telefoni per qualunque cosa".

Per Cioni non c'è il partito né il Comune, ma uno schieramento che chiama "la famiglia". Né lui né gli altri indagati temevano la legge, sembravano sentirsi protetti. L'inchiesta del nuovo procuratore capo Giuseppe Quattrocchi e le registrazioni del Ros li hanno spiazzati. È uno choc, che rischia di abbattere il mito dello sviluppo sostenibile toscano, di uno stile di vita capace di coniugare progresso e tradizione costruito dal Pci in mezzo secolo di governo. Gli eredi di questa tradizione sembrano avere smarrito il contatto con la realtà della città. Progettano opere discusse e discutibili come la linea tramviaria. Infilano nei contratti pubblici società personali, come quella del capogruppo Alberto Formigli: il consiglio comunale che ha respinto le sue dimissioni si è trasformato in una rissa. E l'inchiesta è solo agli inizi. Ogni giorno il Ros va in altri uffici a setacciare capitolati: ci sono accertamenti su decine di progetti di Comune, Regione e Provincia con migliaia di telefonate scottanti da analizzare. Insomma, in Toscana si prepara un inverno di passione.

Non ci sono pregiudiziali etiche: le porte restano sempre aperte per presunti corrotti o tangentisti. Quando al sindaco pd di Perugia Renato Locchi i magistrati hanno chiesto se aveva incontrato un costruttore, finanziatore della sua campagna, poi arrestato per mazzette e scarcerato, lui risponde: "Il fatto che sia stato 50 giorni in cella non significa che non possa continuare a svolgere il suo lavoro". Anche a Trento la presunzione di innocenza ha un sapore beffardo. Prima delle elezioni un'inchiesta ha coinvolto i vertici dell'Autostrada A22, ipotizzando reati bipartisan: c'era un uomo di Forza Italia ma anche il presidente Silvano Grisenti, legatissimo al governatore pd della Provincia, Lorenzo Dellai. Grisenti viene accusato di corruzione, turbativa d'asta, tentata concussione per sponsorizzazioni e contratti da assegnare a società di suoi familiari: è l'uomo della 'magnadora', la mangiatoia. Una grana a poche settimane dalle elezioni? Dellai l'ha trasformata in un punto di forza, costringendo l'indagato a dimettersi senza se e senza ma. La condanna politica ha trasmesso negli elettori un'immagine di pulizia, contribuendo alla vittoria del centrosinistra. Ma lunedì 1 dicembre, tre settimane dopo il voto e 70 giorni dopo le dimissioni, si scopre che Grisenti ha ottenuto un incarico nell'ente presieduto da Dellai: un ufficio creato su misura per coordinare i programmi di cooperazione internazionale. "Ha il pieno diritto di tornare al lavoro", ha spiegato Dellai, citando la Costituzione. Sintetico il commento dell'interessato: "Ho una famiglia numerosa".

'Tengo famiglia' è un argomento che funziona meglio dell'indulto: fa perdonare tutto. Così come si chiude un occhio per cavalleria sulle frequentazioni femminili. A Foggia, per esempio, il sindaco è sotto processo per i favori concessi alla sua "segretaria particolare". L'ha assunta nello staff, con stipendio di 3.500 euro al mese, l'ha poi nominata nel consiglio d'amministrazione di una municipalizzata, ma la signora avrebbe continuato a usare beni del Comune senza titolo: solo di telefonino 6 mila euro di bolletta. Per difenderla il sindaco, sempre secondo i magistrati, avrebbe anche falsificato documenti. Peccati veniali? Orazio Ciliberti è sotto processo per questa storiaccia e per un'altra vicenda, ma rimane primo cittadino, membro della Costituente del Pd e vicepresidente nazionale dell'Anci.

Restano relegati in periferia anche i peccati d'omissione, veri o presunti. A Crotone la procura ha preso di mira Europaradiso, il faraonico insediamento turistico dove si sarebbero concentrati gli interessi della nuova mafia calabrese. I pentiti hanno parlato di summit tra emissari delle cosche e i dirigenti locali del Partito democratico: il capogruppo Giuseppe Mercurio si è dimesso dopo un avviso per concorso esterno in associazione mafiosa. Il problema è che questo scenario era stato denunciato un anno fa da Marilina Intrieri, all'epoca parlamentare Pd, per cercare di bloccare l'ingresso nelle liste dei nomi vicini ai clan. Si rivolse a Marco Minniti, all'epoca sottosegretario agli Interni e oggi ministro ombra, e a Marina Sereni, vicepresidente dei deputati Pd. Spiega Marina Sereni: "Vista la gravità di quanto sosteneva, le dissi di rivolgersi alla magistratura". Il Pd non c'entra: l'etica non riguarda il partito, ma è compito esclusivo delle procure. E allora a cosa si riduce la politica?

Perché tutta la mappa dell'Italia rossa è costellata di inchieste che rischiano di esplodere o che hanno sfiorato il sistema di potere passato dal vecchio Pci al Pd. Prendete l'Umbria. Il sindaco di Perugia nello stesso verbale in cui difendeva la presunzione di innocenza del costruttore inquisito, parla delle sue frequentazioni con Carlo Carini, il re dell'asfalto. Nello scorso maggio Carini è finito in manette assieme ad altri 30 tra impresari e funzionari di Regione, Provincia e di alcuni comuni. Tre assessori provinciali hanno presentato le dimissioni, subito respinte. Le intercettazioni hanno fatto emergere una cupola che dominava i lavori stradali e che si compiaceva di usare il lessico mafioso: "Sì, sono il capo dei capi". Nessuno ha collaborato, l'istruttoria non è arrivata ai piani alti: è rimasta una storia di geometri. Almeno per ora.



Quei corrotti vanno trattati da mafiosi
di Emiliano Fittipaldi

Il Paese vive una crisi etica sempre più grave. Per affrontarla bisogna adottare gli stessi metodi usati per il crimine organizzato. Parola di professore. Colloquio con Marco Vitale

La crisi etica del Paese, la questione morale che soffoca la società, il rapporto perverso tra politici e appalti. Marco Vitale, economista, docente a Pavia e alla Bocconi, traccia un quadro a tinte fosche dell'Italia del 2008, incancrenito da una corruzione che, nonostante Tangentopoli, continua a viaggiare a tassi da Guinness. "Serve una scossa, una rivoluzione", dice: "Prima che sia troppo tardi".

Quasi ogni settimana escono fuori inchieste su illeciti da parte di politici. Di destra e di sinistra. Qualcuno, per uscire dal tunnel della corruzione dilagante, invoca un ricambio generazionale della classe dirigente.
"È una grande illusione pensare che sia solo una questione di età. Le statistiche di Transparency International pongono stabilmente l'Italia in una posizione pessima nella classifica della corruzione. Da sempre siamo tra gli ultimi paesi sviluppati, e poco più in alto di quelli del Terzo Mondo. E abbiamo sotto gli occhi tanti esempi di giovani che sono più intrinsecamente corrotti degli anziani. Almeno la mia generazione è cresciuta avendo a modello politici integerrimi, da De Gasperi a Don Sturzo, passando per Vanoni. Il loro ricordo serve a conservare la speranza per un futuro migliore".

Come si potrebbe migliorare a trasparenza nella pubblica amministrazione?
"Non credo al potere magico delle regole. Sarebbe necessaria un'azione culturale e politica profonda. Peccato che per il momento non vedo maestri in giro. Bisogna lavorare perché nascano esempi da seguire, solo dal basso del Paese sofferente potrà nascere un nuovo movimento etico. Tangentopoli è stata una grande occasione perduta. L'azione salutare della magistratura, per qualche verso esagerata e sbagliata, esprimeva nel fondo un bisogno di rinnovamento. Sfortunatamente essa non si è saldata con una risposta politica e culturale adeguata".

Qualcuno ha proposto che gli appalti vengano gestiti direttamente dalle prefetture. Un'ipotesi realistica?
"L'idea è ridicola. Quando ero presidente del terminal container di Gioia Tauro, nell'ambito di un accordo di collaborazione tra il mondo imprenditoriale e la prefettura, inviai alla stessa l'elenco
di tutti i fornitori pregando di identificare se ci fossero aziende a rischio, chiedendo che mi guidassero nella scelta. Non ebbi mai risposta. Purtroppo il 90 per cento degli appalti locali sono in un modo o nell'altro manipolati".

Che soluzioni propone?
"Forse tutti gli appalti potrebbero essere giudicati da una commissione formata solo da persone esterne all'ente locale. Da una rosa di professionisti scelti a caso da alcuni albi professionali (dottori commercialisti, ingegneri, avvocati), con rigorosa e assoluta esclusione di assessori, segretari, direttori generali e altri soggetti che in via politica o amministrativa fanno capo all'ente interessato".

Mi sembra pessimista. Riusciremo mai a battere il fenomeno?
"Noi stiamo diventando sempre più corrotti, e il trascorrere del tempo peggiorerà la situazione. Negli anni '50 eravamo certamente più virtuosi di oggi, sia a livello centrale che locale. Fosse per me, estenderei ai casi di corruzione tutte le norme possibili nate e dettate per la mafia. Non voglio fare una provocazione, lancio solo un suggerimento. Chi ha lavorato in certe zone del Sud, ma il fenomeno si sta pericolosamente estendendo anche al Nord, e in particolare a Milano, non ha dubbi nell'affermare che la corruzione endemica e la mafia sono fenomeni contigui e autoalimentantisi".

Davvero pensa che la corruzione possa essere equiparata alla criminalità organizzata?
"La corruzione è ormai altrettanto pericolosa. Per la tenuta democratica del Paese, per la salvaguardia di quel che resta della solidarietà civile, per la ricostruzione economica. Bisognerebbe introdurre quelle norme che hanno toccato con efficacia Cosa nostra sul fronte patrimoniale, regole scritte solo dopo il sacrificio del generale Dalla Chiesa e dei giudici Falcone e Borsellino. La corruzione è diventata sufficientemente alta e pericolosa da richiedere un approccio, da parte dello Stato, non dissimile".



Fantasma Tangentopoli
di Marco Damilano

Dalla periferia monta l'onda degli scandali. E anche le primarie finiscono sotto accusa. Ma i vertici del Pd scelgono il silenzio. In attesa della resa dei conti

Tangentopoli è un fantasma che prende corpo nel piccolo Teatro due, alle spalle della sede nazionale del Pd di largo del Nazareno, la parola maledetta risuona più volte nella sala dove un centinaio di militanti si sono autoconvocati per invocare il ricambio della classe dirigente. "Ho iniziato a fare politica due anni fa perché pensavo che il Pd avrebbe fatto la rivoluzione morale", si lamenta tra gli applausi Maurizio Colace di un circolo romano al quartiere Prati. Come dire: e ora, invece, Tangentopoli riguarda anche noi. Una denuncia che anticipa di poche ore quella ben più autorevole del presidente della Repubblica in visita a Napoli. "L'impoverimento culturale e morale della politica è sotto gli occhi di tutti.

Si fa enorme fatica a dirlo e a reagire", scandisce Giorgio Napolitano. Frasi pesanti e mirate, nel pieno di un dramma politico-giudiziario, inchieste della magistratura e suicidi, che riporta ai primi anni Novanta: e chissà se qualcuno ha informato il capo dello Stato della discussione nella sede di largo del Nazareno di pochi giorni prima. Si discute di un documento sul Mezzogiorno, preparato dal vice-ministro ombra Sergio D'Antoni. L'ex leader della Cisl espone lo scritto, poi interviene Marco Minniti, ieri uomo di fiducia di Massimo D'Alema, oggi ministro ombra degli Interni. "Condivido l'impostazione, ma sulle classi dirigenti del partito al Sud dobbiamo essere molto più precisi e rigorosi...", attacca Minniti. Subito interrotto da Giuseppe Fioroni: "Ti ricordo che sei il segretario regionale della Calabria, lo sai bene, serve gente che porti i voti". E il documento, per ora, viene rimandato.

Si fa fatica a parlare di Napoli, nel Pd, e di tante altre situazioni. Comportamenti disinvolti, come quello dell'assessore laziale Mario Di Carlo, fedelissimo di Francesco Rutelli, che ha vantato davanti alle telecamere solo in apparenza spente di 'Report' i suoi rapporti privilegiati col re della monnezza romana Manlio Cerroni. Suicidi, quello dell'ex assessore napoletano Giorgio Nugnes. Sospetti, vedi il governatore sardo Renato Soru, sicuro che i primi a volersi sbarazzare di lui siano i comitati d'affari allocati nel Pd. E primarie inquinate.

Dimenticare Firenze. Come la Palermo del film di Francesco Rosi dei primi anni Novanta, il capoluogo toscano è un buco nero nella memoria dei dirigenti nazionali del Pd. "Non posso parlarne, non conosco bene la vicenda", ripetono all'unisono. Walter Veltroni la settimana scorsa ha ricevuto a Roma i quattro concorrenti alle primarie per eleggere il candidato sindaco del partito a Firenze. All'uscita, tutti soddisfatti. "Le primarie sono una rivoluzione epocale", gongolava l'assessore-sceriffo Graziano Cioni. "Ci ha detto: state buoni se potete", ha fatto sapere il presidente della Provincia di Firenze Matteo Renzi, il più giovane e ambizioso tra i candidati. Ma i due competitors (insieme all'europarlamentare Lapo Pistelli e all'assessore Daniela Lastri) non hanno motivi di cattiveria, stando alle intercettazioni dei Ros: il 16 settembre i due parlano di un'imprenditrice, Sonia Innocenti, amica di Cioni, ma che alle primarie appoggerà Pistelli. "Quanti voti sposta?", s'informa Renzi. Pochi, per Cioni: "Ma il voltaspalle lo deve pagare". Il giorno dopo Renzi richiama Cioni: "Alla Sonia quel messaggio che mi avevi detto ieri gliel'ho fatto dare in modo molto brutale". Uno scambio sorprendente tra rivali, ma che Cioni spiega in un'altra telefonata: "O vinco io o vince Renzi e va bene... o vince la Lastri e è un disastro... o vince Pistelli ed è un'epoca di quelle micidiali... quindi bisogna che si corra tutti e due, Renzi e io: se vince lui gli fo da vicesindaco, se vinco io fa il vicesindaco lui". Conversazioni che fanno tremare Firenze, inserite nelle carte dell'inchiesta che vede indagato il potente Cioni per corruzione.

Più che Firenze sembra Chicago: quella degli anni Trenta, però, non quella di Obama. Eppure, al vertice romano con Veltroni, nessuno ne ha parlato. Un silenzio che preoccupa i leader che hanno fatto della questione morale la loro bandiera. "Nel partito siamo in una stagione di chiarimento politico, ci sarà una direzione importante il 19 dicembre, dovremo discutere anche di questo: come esercitiamo il potere nelle regioni del Sud e in quelle dove governiamo da sempre", avverte Rosy Bindi, che la sua carriera politica l'ha cominciata nella Dc veneta decapitando il gruppo dirigente dell'epoca travolto dagli scandali, beccandosi dagli avversari il nomignolo di khomeinista. In estate fu tra i pochissimi a invocare un repulisti interno, dopo gli arresti in Abruzzo, chiedendo una direzione sul tema. Appello caduto nel vuoto. Stessa sorte per la ex diessina Marina Sereni: "Ricordo bene quella riunione. Il giorno prima avevano arrestato Ottaviano Del Turco e noi ci occupavamo di cose burocratiche. Ho chiesto la parola per ricordare che il Pd ha approvato un codice etico, ma non basta. Oggi dico che non bastano neppure le primarie, da sole. Sono una scelta coraggiosa, ma in alcune zone possono diventare un'arma in mano a poteri che con il Pd e con la politica non hanno niente a che fare. Con un rischio da evitare: utilizzare strumentalmente queste vicende per una lotta politica interna".

E già: la qualità morale dei dirigenti come oggetto contundente da scagliare contro gli avversari interni. Il gioco al massacro è appena partito: l'ex dalemiano Claudio Velardi chiede a Napoli le dimissioni della giunta Iervolino e le elezioni anticipate, in Calabria Minniti e la ex deputata Ds Marilina Intrieri sono alle querele, a Firenze i veleni si sprecano: i dalemiani insinuano che dietro alle intercettazioni ci sia la manina dei veltroniani, e viceversa. Una marea di fango che dalla periferia sale minacciosamente verso Roma. Dove, prima o poi, anche i big dovranno cominciare a parlarne.

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