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Omicidio dell'A7, interrogato l'indagato, caccia al complice

Il fermato è un ex collega, italiano, interrogato dal pm. Molte le contraddizioni durante la sua deposizione, caccia al complice dell'esecuzione per motivi fdi droga. E si allunga l'ombra della criminalità organizzata. La presenza di un complice è confermata anche dalle tracce repertate sull'auto del fermato...

INTERROGATO IL FERMATO

Si è più volte contraddetto, non ha potuto dare spiegazioni né sul sangue trovato a bordo della sua Lancia né sulle ripetute telefonate fatte alla vittima Santo C., 41 anni, siracusano di Pachino arrestato per l'omicidio di Amhed Jamal, il cui cadavere è stato gettato da un cavalcavia dell'autostrada A7 Genova-Milano tra giovedì e venerdì scorsi.

Il siciliano, fermato ieri dai carabinieri del Reparto operativo di Genova, è stato interrogato dal pm Francesca Nanni che gli ha contestato l' omicidio volontario in concorso.

La presenza di un complice è confermata anche da alcune tracce repertate sulla Lancia di Salvo C. dai carabinieri della sezione investigazioni scientifiche di Genova, reperti che sono già stati inviati al Ris di Parma.

Sull' auto, infatti sono state trovate, oltre a tracce di sangue compatibile con quello della vittima, anche segni di una terza presenza rispetto a quella di Salvo C. e del cadavere di Jami

L'ARRESTO
una storia di droga, ma non solo. Perché sul delitto del viadotto, la morte del marocchino Ahmed Jamil, 37 anni, ucciso con due colpi di pistola alla nuca e gettato dall'A7 nella notte tra giovedì e venerdì, si allunga pesante l'ombra della criminalità organizzata. Lo conferma il blitz dei carabinieri del nucleo investigativo che, ieri mattina, hanno posto in stato di fermo - con l'accusa di omicidio volontario - un italiano quarantenne, «incensurato» ma ritenuto vicino a famiglie della malavita, un ex collega di Jamil con il quale era entrato in contatto gestendo alcuni cantieri edili e condividendo forse lo spaccio di stupefacenti. I militari, dopo averlo raggiunto nella sua casa genovese, gli hanno sequestrato l'auto e lo hanno interrogato fino al tardo pomeriggio a palazzo di giustizia: davanti al sostituto procuratore Francesca Nanni ha respinto gli addebiti. Ma perché è andata in scena l'esecuzione? Di quale sgarro era stato protagonista il nordafricano? La prima svolta all'inchiesta è arrivata l'altro ieri, con l'identificazione precisa della vittima, che ha permesso di ripercorrere la sua tortuosa biografia (mentre ieri è stata eseguita l'autopsia dal medico legale Marco Salvi).

Jamil è in Italia da almeno quindici anni, ma nel nostro paese ha trascorso metà della sua esistenza chiamandosi Ebrahim Hassan. Non si tratta, come accade in altri casi, di un criminale che ha usato molti nomi per dribblare le forze dell'ordine: è diventato Ahmed Jamil quando nel 2002 (assistito dal legale Gianfranco Pagano) ottenne miracolosamente il permesso di soggiorno grazie all'aiuto della donna, un'italiana oggi quarantasettenne, cui ha dato un figlio nel 1998. E sopra riportiamo una lettera scritta dal carcere di Favignana (Sicilia) nel 2003, nella quale lui stesso rivela la doppia identità.

Avuto un quadro certo dei dati da usare nelle ricerche d'archivio, ecco ricostruito un profilo di contatti e precedenti penali abbastanza anomalo. Perché Jamil-Hassan è stato sì un pusher da centro storico, ma anche un operaio, poi divenuto imprenditore in proprio, nel settore dell'edilizia. Era titolare di partita Iva e della dita "Arte Pachino", che ancora recentemente aveva eseguito lavori di ristrutturazione nella provincia di Imperia. Era un punto di riferimento per i pusher marocchini nei caruggi (al punto che già anni fa il connazionale con cui aveva avuto uno screzio lo definì in un verbale di polizia «grosso personaggio nell'ambiente e ben rifornito»), ma allo stesso tempo ha sempre intessuto contatti personali e "professionali" con gli italiani e il ponente della città. Dopo aver lasciato M. C. (la madre di suo figlio), ha avuto una breve relazione con una spacciatrice algerina, quindi un fidanzamento più lungo con una trentenne di Cornigliano, tanto che l'ultimo indirizzo ufficiale in mano alle forze dell'ordine era via Tonale.

Qui i vicini lo ricordano di sfuggita, «riservato quasi troppo», prima che a inizio anno sparisse dalla circolazione. In precedenza aveva abitato in vico dietro il coro della Maddalena e piazza Cinque Lampadi (centro storico), ma la sede della ditta a lui intestata era in via Ciro Menotti a Sestri, e l'ultimo arresto per spaccio - 8 ottobre 2007 - avvenne in via Pacinotti, Sampierdarena. Non solo vicoli, non solo marocchini, non solo piccoli malviventi, soprattutto negli ultimi tempi. Ecco perché gli inquirenti hanno spulciato l'evoluzione criminale di Jamil.

Per i vecchi complici era un pezzo grosso, mentre in ambienti più strutturati, e italiani appunto, appariva uno che cercava di farsi strada, forse troppo, incapace a volte di trattenere aggressività e violenza (finì in carcere nel ‘96 per atti di libidine violenta e per aver massacrato di botte un pusher che rivoleva una misteriosa valigetta). I legami con il sospetto assassino, nel tentativo di avanzare e guadagnare, sono iniziati nei cantieri, dove all'inizio era soltanto un manovale.

Ai margini di quegli ambienti, specie nell'estremo ponente della regione (e forse non è un caso se i piccoli appalti da "padroncino" Jamil li aveva presi nell'imperiese) la criminalità organizzata mescola racket e gestione dello spaccio, affari nei quali forse ha osato troppo. Al mosaico, ora, manca probabilmente il tassello d'un complice. Ma il quadro è sempre più chiaro.

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Si è contraddetto l'arrestato per l'omicidio del viadotto

Il siracusano Santo C. non ha saputo dare spiegazioni agli inquirenti

Si è più volte contraddetto, non ha potuto dare spiegazioni né sul sangue trovato a bordo della sua Lancia né sulle ripetute telefonate fatte alla vittima Santo C., 41 anni, siracusano di Pachino arrestato per l'omicidio di Amhed Jamal, il cui cadavere è stato gettato da un cavalcavia dell'autostrada A7 Genova-Milano tra giovedì e venerdì scorsi.

Il siciliano, fermato ieri dai carabinieri del Reparto operativo di Genova, è stato interrogato dal pm Francesca Nanni che gli ha contestato l' omicidio volontario in concorso.

La presenza di un complice è confermata anche da alcune tracce repertate sulla Lancia di Salvo C. dai carabinieri della sezione investigazioni scientifiche di Genova, reperti che sono già stati inviati al Ris di Parma.

Sull' auto, infatti sono state trovate, oltre a tracce di sangue compatibile con quello della vittima, anche segni di una terza presenza rispetto a quella di Salvo C. e del cadavere di Jamil.

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