La bomba e i messaggi cifrati
Beffa per gli investigatori: le telecamere a circuito chiuso della porta carraia del tribunale avrebbero potuto riprendere tutta l'azione degli attentatori, ma non erano funzionanti. Il pm Maffeo: «Attentato opera di professionisti»...Lei, Maria Antonova, è l'altra metà del giallo. È la compagna di Roman Antonov, ex spia russa, che rimane il principale indiziato, come mandante, dell'autobomba piazzata la notte tra sabato e domenica nel parcheggio del palazzo di giustizia. Complice del marito, hanno sostenuto i pm, nello spaventoso delitto del 2006: una vittima innocente tramortita e bruciata viva nell'auto dell'ex agente del Kgb. Per accreditare la morte di quest'ultimo e incassare così l'assicurazione sulla vita: un milione e mezzo di euro. I giudici, gli stessi giudici che hanno avuto la mano pesantissima con Antonov (ergastolo) l'hanno invece condannata solo per favoreggiamento e calunnia.
Oggi Maria vive in una casa-comunità di Sanremo. Ha 29 anni e già cinque figli, ma i più grandi sono già stati dichiarati adottabili. Rimane con lei solo il più piccino. I rapporti con il marito, detenuto in carcere a Palermo, all'Ucciardone? Assolutamente inesistenti, almeno ufficialmente. L'ex spia è in isolamento, la sua corrispondenza deve passare il vaglio della censura.
Si scopre adesso che Antonov ha cercato più volte di contattarla. L'ha fatto nascondendo dei bigliettini scritti in russo nelle lettere che ha inviato al suo avvocato di Imperia, Elena Pezzetta. Ma quei messaggi non sono mai arrivati a destinazione. Il legale li ha impacchettati e rispediti al mittente. Cosa c'era scritto? «Non lo so, non li ho mai fatti tradurre», spiega l'avvocato Pezzetta.
Pericoloso consegnarli. Non solo perché è, di per se stesso, un reato. Ma perché Antonov, come ha dimostrato tutta l'indagine, era un esperto di crittografie, di messaggi cifrati, di allusioni simboliche nascoste nelle sue comunicazioni. L'esempio più clamoroso? La data in cui si celebra Giovanna d'Arco (morta sul rogo), il 14 maggio, segnata sul suo calendario con una croce. Il giorno in cui, nel 2006, avrebbe poi ucciso la vittima tra le fiamme della sua macchina.
Maria Antonova è una donna dall'aspetto gentile. Così innamorata (o succube?) del suo uomo che chi la conosce dice di lei: «Se Roman le avesse detto di buttarsi sotto un treno, forse non lo avrebbe fatto, ma ci avrebbe pensato».
È incredula, spaventata. «Ma come potrei - spiega a chi l'ha sentita - aver organizzato una cosa del genere? Io ho solo un obbligo di firma, ma nei fatti è come se fossi agli arresti domiciliari. La mia vita è tutta qui dentro, con scarsissime possibilità di movimento». Certo, però, che gli inquirenti le destinano in queste ore un'"attenzione" del tutto particolare. Così come a tutto l'intrico di rapporti sospetti che Antonov aveva creato sull'asse tra Italia e Francia.
Ci sono foto che lo ritraggono, in compagnia della moglie, in Camargue, a Montecarlo, a Nizza. Gli stessi atti giudiziari spiegano che alcuni passi preliminari allo spietato omicidio per cui è stato condannato sono stati preparati "in concorso con altri soggetti rimasti ignoti". Ossia: Roman Antonov aveva altri complici, ma non è mai stato possibile identificarli. Non tanto in Italia, ma oltralpe.
Così si fa strada l'ipotesi illustrata proprio ieri sera dagli investigatori: un gruppetto di attentatori arrivati dalla Francia, che ha agito e poi ha fatto ritorno alla base. Ed è per questo che la polizia ha cercato anche l'appoggio dei colleghi di oltre confine.
Maria Antonova potrebbe essere il perno del fallito attentato? Il pm Filippo Maffeo, durante il processo, ha sostenuto che fosse stata addirittura lei stessa l'ideatrice del piano: attirare in chat, su internet, una vittima da sacrificare. Poi immolarla tra le fiamme e denunciare la morte del marito, per riscuotere infine l'assicurazione sulla sua vita in Francia. I giudici hanno deciso diversamente.
Ma dal passato di Maria affiora anche un altro strano, inquietante mistero. Un altro incidente, avvenuto in Russia. la vittima, in quel caso, sarebbe stata la sorella di Maria, Margarita. Anche in quel caso Antonov cercò di farsi pagare un'assicurazione sulla vita della donna. Ma il cadavere non fu mai ritrovato e quella cifra non gli fu mai corrisposta.
Antonov ha sempre sostenuto di esser stato sposato prima con Margarita e poi con Maria. E che i primi tre figli fossero dell'una e i secondi dell'altra. Poi però Maria ha rivelato di esser sempre stata lei la compagna di Roman Antonov. Che tutti i cinque figli sono i suoi. E che non è mai esistita una Margarita. Margarita è lei stessa, da sempre soprannominata Maria. E così anche sull'incidente in Russia si allunga l'ombra di un'altra truffa. Perché poi anche una terza ragazza, che doveva essere la vera vittima di quell'incidente, fu ritrovata viva e vegeta in un'altra città.
Insomma, un dedalo di misteri che sfiorano l'assurdità. Così come tutta l'incredibile storia di Roman e di Maria-Margarita, raccontata ieri dal Secolo XIX. Di sicuro c'è il rancore furibondo di Antonov nei confronti dei giudici che l'hanno condannato. E che accreditano, almeno per ora, la pista che porta a lui come la principale di quest'indagine.
Marco Menduni
