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'Ndrangheta: chiesta condanna di La Rupa e Garofalo...

Ndrangheta: pm Luberto chiede condanna di La Rupa e Garofalo per concorso esterno in associazione di stampo mafioso. Tace Mario Oliverio, presidente della Provincia di Cosenza?...

CATANZARO - È proseguita ieri pomeriggio, nell'aula bunker di Catanzaro, la requisitoria del pubblico ministero della Dda Vincenzo Luberto davanti al giudice per le udienze preliminari del tribunale Abigail Mellace, dove di sta svolgendo il troncone abbreviato del processo Omnia con rito abbreviato. Il procuratore della direzione distrettuale antimafia che ha coordinato l'operazione contro il clan Forastefano dopo il resoconto dell'udienza del sei ottobre scorso, nella quale ha spiegato l'attività di usura messa in piedi dalla potente organizzazione mafiosa che nella Sibaritide, ieri ha evidenziato il grado di coinvolgimento dei due politici di spicco nella trama criminosa del clan di Cassano: l'ex sindaco di Amantea ed ex consigliere regionale Franco La Rupa, e il consigliere provinciale Luigi Garofalo, eletti nelle file dell'Udeur.

Secondo le accuse, i due avrebbero ottenuto sostegno elettorale da parte del clan dei Forastefano in cambio di finanziamenti pubblici al clan. La Rupa - avrebbe riferito il collaboratore di giustizia Francesco Elia - sarebbe stato favorito dai Forastefano in particolare per l'elezione al consiglio regionale in cambio di finanziamenti pubblici a membri della ndrina. Per i due il pm ha chiesto al gip di condannarli secondo il dettato dell'articolo 416 bis del codice penale - ovvero "concorso esterno in associazione di stampo mafioso" - che si applica a chi, pur non essendo affiliato all'organizzazione criminale, ne favorisce consapevolmente l'attività, o, in subordine secondo il 416 ter: "chi ottiene la promessa di voti in cambio della erogazione di denaro".

Il pm ha poi ricostruito alcuni passaggi importanti relativi all'attività di truffa ai danni dell'Istituto nazionale della previdenza sociale e di società finanziarie, realizzate attraverso la predisposizione di documentazione attestante falsi rapporti di lavoro nel settore agricolo e false documentazioni contabili.

Ma nella lunga lista dei reati di cui sono accusati, a vario titolo, gli 81 imputati (34 hanno scelto il rito abbreviato) ci sono - oltre l'associazione mafiosa, l'usura a tassi con tre cifre e la truffa - anche la rapina, l'estorsione, e l'immigrazione illegale. In particolare gli uomini del clan Forastefano avrebbero imposto in modo generalizzato e indiscriminato pagamenti a titolo estorsivo agli imprenditori agricoli, agli imprenditori del terziario e agli appaltatori di opere pubbliche e private in tutta la Piana della Sibaritide, rinforzando la carica intimidatoria attraverso il sistematico ricorso al danneggiamento.

Nella sua ricostruzione, il magistrato ha spiegato come, attraverso il controllo di una serie di cooperative agricole, riciclava gli introiti delle estorsioni e controllava anche l'immigrazione clandestina e il mercato del lavoro nero in tutta la Sibaritide.

Infine, secondo gli elementi di indagine in mano ai magistrati, gli associati della cosca gestivano in regime di monopolio 'ndranghetistico dell'offerta del pescato nel territorio di Cassano Ionio, attraverso imprese, vicine al sodalizio, che rivendevano i prodotti ittici.

La prossima udienza è fissata per il 14 novembre, data in cui il magistrato della direzione distrettuale antimafia di Catanzaro dovrebbe terminare la sua requisitoria e comunicare le sue richieste di pena.

Francesco Mollo

Il Quotidiano della Calabria

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Mario Oliverio, presidente della Provincia di Cosenza, continua forse a ignorare la permanenza di Luigi Garofalo nel consiglio provinciale di Cosenza.

Più volte pubblicamente sollecitato dagli scrittori antimafia Emiliano Morrone e Francesco Saverio Alessio a imporne le immediate dimissioni, per un fatto etico, in attesa del verdetto della giustizia.

Oliverio, ricandidato presidente della Provincia di Cosenza, le elezioni si terranno nella primavera del 2009, fu eletto nel 2004 anche coi voti di Luigi Garofalo, candidato nella lista dell'Udeur e accusato d'aver mediato, alle regionali del 2005, fra La Rupa e la famiglia Forastefano.

Il 18 ottobre scorso, Salvatore Borsellino, fratello del giudice Paolo Borsellino, non ha partecipato a un convegno della Provincia di Cosenza intitolato "Per un ambiente libero da tutte le mafie", ufficialmente per motivi familiari. Sul suo sito, www.19luglio1992.com, ha però dichiarato la propria inquietudine in seguito alla lettura d'un articolo di Morrone e Alessio con rilievi su comportamenti politici di Oliverio rispetto a vicende dell'area cosentina.

Il 3 novembre prossimo, Oliverio parteciperà alla lettura di "Gomorra" a San Giovanni in Fiore (Cosenza), organizzata dal deputato Franco Laratta, membro della nuova Commissione parlamentare Antimafia. Morrone ha scritto a Roberto Saviano una lettera aperta, chiedendogli di intervenire. Per il giornalista di origine calabrese, la politica deve agire, davanti a pendenze come quella di Garofalo, per evitare contraddizioni. Morrone ha precisato, in sostanza, che non si può presenziare alla lettura di "Gomorra" senza assumere una posizione ferma davanti a un rappresentante istituzionale accusato di concorso esterno in associazione mafiosa.

La stampa Calabrese mantiene in generale il silenzio su questa posizione di Morrone, che lo stesso non definisce giustizialista e che, sottolinea, "deve entrare nelle coscienze di ciascuno, se davvero si vuole un cambiamento della Calabria, ormai sprofondata nel degrado e in mano alla 'ndrangheta".

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Siamo nel 2008 ma questo articolo di Marco Lillo è ancora attuale e ci ricorda di alcuni politici implicati in faccende poco chiare; continua il silenzio assordante di molti che invece sono chiamati a rispondere ai cittadini dei comportamenti di loro compagni di partito

La questione morale di 'questo' centro-sinistra in Calabria

1 ottobre 2006. Da Marco Lillo, Il clan dei calabresi, nel settimanale ‘L'Espresso' n. 39 anno LII di fine settembre-5 ottobre 2006 "Quando Agazio Loiero martedì 18 settembre ha presentato la nuova giunta, tutti sono rimasti di stucco: su 12 assessori solo due facce nuove. Troppo poco per chi aveva promesso: «Rilancerò la regione con una giunta nuova e più snella».

Un anno e mezzo dopo la vittoria alle regionali con 20 punti di scarto, Loiero si ritrova un consiglio pieno di indagati (si dice siano 22, uno su due) e i principali alleati fiaccati dalle inchieste.

Era stato accolto in Calabria come un salvatore. È andata in modo diverso.

Prima la 'ndrangheta uccide il vicepresidente del Consiglio regionale, Francesco Fortugno. Poi si scopre che i presunti mandanti sono amici di Domenico Crea, proprio il primo dei non eletti che prende il posto del collega ucciso.

Infine la mazzata del 5 settembre scorso, quando i carabinieri arrivano a casa di Nicola Adamo, vicepresidente diessino della Regione. La perquisizione è stata ordinata dal pm di Catanzaro Luigi De Magistris che indaga sugli appalti dell'informatizzazione.

Loiero perde la sua stampella rossa e, lestamente, si appoggia al centro. Il 18 arriva il rimpasto. Pasquale Tripodi dell'Udeur incarna bene il nuovo corso. L'ex assessore ai Trasporti è divenuto celebre quando "Le iene" lo sbeffeggiarono in tv per l'assunzione di tre cugine nel famigerato concorsone regionale. Loiero lo ha piazzato al posto giusto: assessore al Personale.

Adamo, indagato per le attività informatiche della moglie, Enza Bruno Bossio, non è stato rimosso. Anzi, è stato premiato con deleghe importanti, come il Turismo.

A far precipitare la crisi in Regione è stata l'indagine sull'uso dei fondi nel settore dell'informatica. Ma, all'origine del caso, c'è la saga di "Adamo ed Eva", la breve storia d'amore del leader dei Ds con l'ex sindaco di Cosenza Eva Catizone. A seguito di quella storia nasce un bambino e muore un'esperienza politica.

Pochi mesi dopo l'esplosione del caso, i Ds fanno cadere la Catizone, mentre sui giornali si ironizza sui finanziamenti regionali che finiscono «in un clic». Clic, con la maiuscola, è un consorzio informatico che somiglia a una piccola bicamerale degli affari. Presidente, fino allo scorso anno, è proprio la moglie di Adamo, ma nel suo azionariato troviamo, oltre alla Compagnia delle Opere, due società della famiglia Abramo, quella che esprimeva il sindaco di Catanzaro, Sergio, candidato alle elezioni contro Loiero per la Casa delle Libertà.

Inevitabilmente l'insolito consorzio Clic, con il suo assetto bi-partisan, attrae l'attenzione del pm. Adamo è indagato con la moglie per associazione a delinquere finalizzata alla truffa. Per giustificare la scelta di mantenerlo al suo posto, Loiero ha detto: «Noi siamo per la Calabria ciò che la Fiat rappresenta per Torino. Non mi scandalizzo, dunque, se accadano fatti di questo tipo».

A suo modo, ha colto nel segno. In una regione dove la disoccupazione è salita al 26 per cento, un lavoratore su tre è irregolare e le esportazioni calano del 10 per cento, l'unica industria è ormai quella dell'aiuto pubblico.

Nel periodo 2001-2006, l'Europa ha riversato sulla Calabria 1 miliardo e 100 milioni di euro a cui vanno aggiunti 4 miliardi di incentivi alle imprese del governo e della Regione. Nelle inchieste, i pm parlano di reati: concussione, corruzione, truffa... Ma ciò che emerge dalle carte è un nuovo e allarmante sistema di impresa: il capitalismo assistito consociativo. Nel decreto di perquisizione dei coniugi Adamo, ad esempio, si fa riferimento a un secondo affare trasversale: la Digitaleco di Rogliano, in provincia di Cosenza, una srl che ha ottenuto 2,5 milioni di euro di finanziamento pubblico per fabbricare compaci disc sulla Sila. A fondarla, alla fine degli anni Novanta, sono quattro persone, tutte legate alla politica: il segretario dell'Udc Lorenzo Cesa, il braccio destro di Franco Frattini, Fabio Schettini, l'ex responsabile dell'emergenza rifiuti in Calabria in quota An, Giovan Battista Papello. Un terzetto di destra più un'ala sinistra: Silvio Grandinetti, figlio di Giulio, oggi segretario di Nicola Adamo. Grandinetti è uscito subito dalla partita, ma è finito ugualmente nel mirino del pm. Per De Magistris, Digitaleco è una truffa perché lo stabilimento avrebbe superato il collaudo quando era ancora in costruzione. Augusto Pelliccia, l'imprenditore che oggi manda avanti la società, dichiarava nel 2005: «Ritengo che il solo fine per cui Papello e Cesa avessero deciso di creare la società fosse accedere alle sovvenzioni europee». Oggi precisa a "L'espresso": «Lo stabilimento lavora e ha assunto 28 dipendenti».

Resta un quesito: perché in Calabria dietro ogni impresa troviamo soldi pubblici, politici e parenti? Le indagini forniscono una risposta impietosa: «Dall'analisi delle compagini societarie e dei flussi finanziari emerge uno scenario devastante circa la gestione del denaro pubblico... colleganze affaristiche tra società riconducibili anche ad amministratori pubblici facenti parte di opposti schieramenti che delineano un controllo che si potrebbe definire blindato di fette rilevanti della spesa pubblica».

Uno dei consorzi informatici nel mirino è Tecnesud: 37 milioni di euro da spendere nei prossimi anni per creare 340 posti di lavoro. Tra le 26 società del consorzio c'erano anche quelle dirette dalla moglie di Adamo. Quando l'allora sottosegretario alle Attività produttive Giuseppe Calati ottenne la firma di Berlusconi, il 26 luglio del 2005, il primo a esultare fu proprio il vicepresidente della regione. Finora le società dove lavorava la Bossio però non hanno preso un euro e si sono sfilate. In compenso una delle cinque aziende finanziate, la Forest di Lamezia, vanta tra i suoi azionisti il primo dei non eletti dell'Udeur: Giuseppe Luppino, consulente della vecchia giunta di destra, già perquisito nell'inchiesta sui rifiuti che ha dato origine al filone informatizzazione.

Microchip o cassonetti fa lo stesso, in Calabria computer e inceneritori sono in fondo comparti dello stesso settore economico: l'industria del finanziamento.

La storia della truffa Printec-Sensitec spiega bene il "sistema". Gli insediamenti industriali di Corigliano erano stati presentati come un modello: il governo stanzia 6 milioni e mezzo di euro, una società tedesca impianta due fabbriche per produrre sensori e materiale di cancelleria. I contadini si trasformano in tecnici grazie ai corsi di formazione.

L'applicazione reale è però diversa: l'imprenditore tedesco compra macchinari vecchi e incamera la differenza. I corsi sono fasulli. E anche la sinistra a caccia di voti piazza un po' di raccomandati. Risultato: gli operai frequentano corsi fantasma e riscuotono lo stipendio senza nemmeno essere in grado di far partire le macchine. Racconta un operaio cassintegrato della Printec: «Nel corso del 2000 partecipai, su indicazione di Franco Pacenza, a una selezione di persone da assumere e mi resi subito conto che il colloquio era una pura formalità anche perché si era tenuto presso la sede dei Ds e verteva su domande futili non attinenti l'attività lavorativa». Un altro ha dichiarato: «Fui contattato dall'ex sindaco di Terranova del partito dei Ds, che fa capo a Pacenza, il quale mi informò che a breve sarebbero stati effettuati dei corsi di formazione che garantivano un'occupazione a tempo indeterminato. Chi passava veniva poi assunto obbligatoriamente nelle società. Le competizioni elettorali successive alla mia assunzione sono state pubblicizzate all'interno dell'azienda da parte dei procuratori delle aziende stesse, i quali dicevano che bisognava votare Pacenza perché grazie a lui avevamo avuto le assunzioni». Alle regionali il capogruppo dei Ds Franco Pacenza prende tanti voti. La fabbrica chiude. I cassintegrati protestano e Pacenza finisce in carcere. Poi viene liberato con tante scuse per mancanza di indizi, mentre i politici calabresi organizzano un sit in di protesta e presentano un'interrogazione contro i magistrati che avevano ordinato l'arresto.

I politici della maggioranza, comunque, al momento del rimpasto hanno lasciato le indagini della magistratura fuori dalla porta. I Ds hanno preteso la riconferma di Adamo ( « Non vedo nessun conflitto di interessi tra il ruolo di mio marito e le mie attività», dice a "L'espresso" Enza Bruno Bossio). E la Margherita ha tentato fino all'ultimo di far nominare assessore il capogruppo in Regione, Enzo Sculco, sotto processo per una storia di frode in pubbliche forniture risalente ai tempi in cui era vicepresidente della Provincia di Crotone.

Commenta sconsolato il deputato della Margherita Franco Laratta: «Avevamo vinto con 20 punti di scarto, ma abbiamo deluso i calabresi. Bisognerebbe prendere atto del fallimento, chiedere scusa e tornare a votare."(pp.83-84)

Francesco Saverio Alessio
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