I giudici: limitare il rito abbreviato
Si può uccidere la moglie (o il marito) e non fare un giorno di carcere. Bruno Tinti e Antonio Pizzi sostengono la proposta de Il Secolo XIX...Ora che Rudy Guede è stato condannato a trent'anni, toccherà ad Amanda Knox e a Raffaele Sollecito subire il processo in corte d'Assise per l'omicidio di Meredith Kercher. La studentessa inglese dal viso d'angelo che, secondo i magistrati di Perugia, ha cercato di sottrarsi all'orgia organizzata dai suoi aguzzini. Rudy è stato condannato da un giudice solo, perché ha scelto il rito abbreviato che gli ha fatto scampare, con lo sconto di pena, l'ergastolo. E potrà comunque ricorrere in appello. Amanda e l'ex fidanzatino, invece, finiranno davanti a una corte di due giudici di professione e sei giudici popolari.
«Ora il giudice dovrà scrivere le motivazioni della condanna di Rudy. Correttamente dovrebbe evitare qualunque riferimento alla colpevolezza degli altri due imputati, perché saranno giudicati da diversi magistrati. E voglio vedere come farà». L'opinione è di un nome nobile della magistratura italiana. Ferdinando Imposimato è stato il giudice istruttore dei processi per i delitti della banda della Magliana, per il rapimento di Aldo Moro, per l'attentato al papa Giovanni Paolo II, per gli omicidi del vicepresidente del Csm Vittorio Bachelet e dei giudici Riccardo Palma e Girolamo Tartaglione.
Oggi sferra un attacco durissimo alla possibilità di concedere il rito abbreviato, il "processo con lo sconto", ai protagonisti di reati gravissimi, come ha argomentato nell'edizione di ieri il Secolo XIX. E spiega: «A me appare anche una violazione gravissima dell'articolo 3 della Costituzione, dove si dice che tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge».
«La pretesa dell'abbreviato - spiega Imposimato - è quella di accelerare i tempi del processo. Ma in realtà, non avviene: in questo caso il processo ad Amanda e Raffaele andrà celebrato lo stesso. Di più: il giudice che ha condannato Rudy è ora costretto a scoprire le sue carte, oppure dovrebbe tacere della presenza degli altri due ragazzi, che è una cosa ovviamente impossibile. Questa è una disfunzione assurda, un vulnus gravissimo al processo stesso».
Per quale motivo? «In astratto, potrebbe essere addirittura una strategia raffinatissima per costringere il giudice a scoprire tutte le carte prima che gli altri due imputati vadano a giudizio. E in ogni caso, davvero non si comprende la ragione dello sconto di pena. Capirei se ci fosse una sorta di patteggiamento, una qualche ammissione di colpevolezza. Ma si può andare in abbreviato anche professandosi innocenti! E così si ottiene lo sconto se va male, potendo comunque fare appello, si incassa un'assoluzione se va bene».
Tra i magistrati ostili all'applicazione tout court degli sconti di pena c'è Bruno Tinti, procuratore aggiunto a Torino, autore del libro Toghe Rotte (Chiarelettere) da cui è tratto anche il paradossale esempio pubblicato alla destra di quest'articolo.
«Il patteggiamento - spiega Tinti - è nei fatti un baratto, più ancora che un patto. Si dice: tu fai risparmiare, a me Stato, i costi di un processo più articolato. Io, in cambio, ti garantisco uno sconto sulla pena. Il problema è che anche nel caso di reati da corte d'Assise, quelli più gravi, quelli da ergastolo, per intenderci, la sentenza può essere appellata. E il processo si svolge comunque davanti a una corte d'Assise di secondo grado, con le stesse identiche modalità che se il processo iniziale si fosse svolto con il rito ordinario, l'unica sostanziale differenza è che è a porte chiuse. E allora a questo punto qualcuno dovrebbe spiegare dove sta il risparmio, sia nei tempi, sia nei costi».
C'è un'altra considerazione di Bruno Tinti: «Io capisco benissimo che lo Stato abbia bisogno di risparmiare e ottimizzare le risorse per la giustizia. Ma io mi chiedo: in tutto il sistema giudiziario, uno Stato serio può pensare di risparmiare proprio sui reati più gravi, sui più crudeli, su quelli che più colpiscono l'opinione pubblica?».
Nella commissione giustizia della Camera siede Roberto Cassinelli (Pdl), avvocato. Tra gli incarichi che la commissione dovrà affrontare c'è anche la riforma completa di tutto il sistema, da tempo annunciata dal premier Silvio Berlusconi e dal ministro guardasigilli Antonino Alfano.
«Il carcere - spiega Cassinelli - dovrebbe sempre mirare al recupero della persona. Non sono ostile di principio al fatto che possa essere concesso qualche sconto a chi si incammina lungo un percorso di resinserimentonella società, anche a chi ha commesso i reati più gravi».
Il nostro discorso è però più mirato: ci sono una questione di opportunità sulla concessione dell'abbreviato per i reati gravissimi e una seconda questione legata ai paradossi e alle assurdità che questa scelta determina. «C'è una scuola di pensiero secondo la quale il solo fatto che un imputato chieda il giudizio abbreviato, facendo così risparmiare tempo e denaro alla Stato, sia di per se stesso la dimostrazione di un principio di ravvedimento».
Il caso di Perugia sta però dimostrando tutte le anomalie di questo sistema. «Assolutamente sì. In questo caso non c'è alcun risparmio, perché il processo dovrà comunque essere svolto. E c'è anche il rischio di trovarsi di fronte a sentenze contraddittorie tra di loro, alla fine di tutto il procedimento. Io credo che la prima cosa da fare sia affrontare questa situazione: come si può evitare che un processo con più imputati dello stesso reato possa svolgersi su binari paralleli? Questa è la prima stortura su cui riflettere e da eliminare in fretta».
Sulla concessione dell'abbreviato anche per i reati gravi? «Il ragionamento va fatto in termini di etica. La motivazione del risparmio di per se stessa non sta molto in piedi. In Italia, per fortuna, non si celebrano così tanti processi per reati gravissimi da poter affermare che incidano significativamente sulla spesa».
Antonio Pizzi è il procuratore capo di Monza e prima di Busto Arsizio. È il pm delle Bestie di Satana, uno dei casi più truculenti e orribili della cronaca nera degli ultimi anni. Andrea Volpe, il leader del gruppo omicida, è stato condannato a vent'anni con il rito abbreviato, che ne ha scontati dieci sulla richiesta originaria.
«Io capisco - spiega Pizzi - che vent'anni per quattro ragazzi morti possano sembrare una pena esigua. Una cosa va però considerata: Volpe ha collaborato, ha dato impulso alle indagini, ci ha fatto arrestare tutta la banda. Ecco: io credo che in un caso del genere uno sconto di pena possa essere, in qualche modo, comprensibile».
Ma ecco l'incongruenza: «La vera contraddizione sta nel fatto che è stato eliminato il consenso del pm alla richiesta dell'abbreviato. Chiunque lo chieda, lo ottiene automaticamente. Insieme allo sconto. Questa è stata una scelta politica e noi, come magistrati, altro non possiamo, anzi, non dobbiamo fare altro che applicarla. Però posso esprimere la mia opinione: questa situazione non ha molto senso. Capisco lo sconto per chi collabora, per chi, pentito dei suoi gesti, aiuta la giustizia. Molto meno per chi, pur professandosi innocente o non aprendo bocca, pur non dando alcuna collaborazione, godrà comunque di un abbattimento della pena».
Le soluzioni? «Io credo che il parere del pm debba essere reintrodotto. O se non si vuole lasciare l'incombenza al pubblico ministero, almeno che si fissino dei parametri, delle regole precise che delimitino il diritto all'abbreviato, nel caso di reati gravissimi, vincolandoli a comportamenti precisi. Un via libera così indiscriminato è eccessivo. E, soprattutto, produce sentenze che la pubblica opinione non capisce».
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