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Follia il rito abbreviato per i reati più gravi

Il primo atto del processo per l'omicidio di Meredith Kercher dimostra che, tra le tante distorsioni italiane, c'è un'autentica follia che mina alla base la credibilità del sistema giustizia. Ed è la concessione del giudizio abbreviato, il rito "con lo sconto", anche per reati gravissimi. Questione sulla quale il governo e il ministro guardasigilli Angelino Alfano dovrebbero porre qualche attenzione. La riforma annunciata della giustizia non può prescindere da questo punto fondamentale...

«Il nostro Paese è diventato l'unico al mondo in cui al colpevole dei più gravi delitti sia riconosciuto il potere - a costo zero - di impedire l'applicazione della massima pena prevista dalla legge». Non sono parole di oggi. Era il 27 marzo 2001, centinaia di mafiosi rischiavano di uscire dal carcere per gli effetti perversi degli sconti di pena e Massimo Cusatti, giudice della corte di Assise di Genova e grande esperto di cose di legge, lanciava l'allarme. Un breve saggio, pubblicato da Cittadino Lex, tratteggiava "la lenta eutanasia dell'ergastolo e della Corte d'Assise". Quella corte, per intenderci, dove anche i giudici popolari possono dire la loro e partecipare al giudizio. Ma da quell'allarme non è cambiato nulla o quasi.

Il problema ha un nome: il rito abbreviato, che permette lo sconto di un terzo della pena se l'imputato chiede di farsi giudicare dal giudice (uno solo) dell'udienza preliminare, sulla base degli elementi raccolti fino a quel momento, rinunciando al processo vero e proprio. E quindi, detto in soldoni, facendo risparmiare lo Stato.

La prima formulazione del rito abbreviato, nato nel 1988 con il "codice Vassalli", impediva di utilizzarlo per i reati punibili con l'ergastolo. Poi la modifica arrivò durante il primo governo D'Alema, ministro della Giustizia Oliviero Diliberto. Via libera al processo "con lo sconto" per tutti i reati, anche i più gravi.

Il procedimento per l'omicidio della studentessa inglese Meredith Kercher a Perugia dimostra proprio in queste ore la follia schizofrenica del sistema. Si svolgono due processi paralleli. Il primo a Rudy Guede: ha chiesto l'abbreviato, ha ottenuto lo sconto di pena, la decisione del giudice è già "la" sentenza. Il secondo ad Amanda Knox e Raffaele Sollecito: hanno chiesto il rito ordinario. Il giudice, lo stesso giudice che ha sentenziato da solo su Guede, ha deciso di mandarli davanti alla corte d'Assise. Per loro il processo sarà completamente diverso. Nulla vieta, per il libero convincimento dei giudici, che si arrivi a due verità diverse, se non contrapposte e contraddittorie. Nulla, davvero, lo vieta.

Ma proviamo a fare qualche esempio delle assurdità che il sistema può produrre. Come spiega Cusatti, in astratto l'ergastolo può essere inflitto anche con l'abbreviato , ma solo a chi ha compiuto più delitti ognuno dei quali punibile con la massima pena. Donato Bilancia, per esempio, non avrebbe potuto ottenere lo "sconto". Ma un uxoricida? Sì, lo può ottenere. Un parricida? Anche. Chi ha compiuto un omicidio premeditato "per futili motivi"? Idem.

Di più: «Il colpevole di una strage con centinaia di morti avrebbe il diritto di vedersi irrogare una pena massima di 30 anni, mentre l'autore di un solo omicidio a scopo di rapina potrebbe essere punito, anche con l'abbreviato, con l'ergastolo».

Assurdità? Il libro "Toghe rotte" di Bruno Tinti, procuratore aggiunto di Torino, spiega come può essere possibile, utilizzando tutti gli sconti di pena tra cui l'abbreviato, uccidere la moglie e farla franca. Cioè non fare un giorno di galera.

Ma le considerazioni sui paradossi di questa norma di legge non finiscono qui. Ricordiamo il caso di Cogne, il processo ad Annamaria Franzoni. Primo grado: il gip Eugenio Gramola condanna la Franzoni, in abbreviato, a trent'anni di reclusione. Gramola ha studiato a Genova ed è stato uditore del procuratore capo Francesco Lalla. Che all'epoca commentava: «Questo è un caso che farebbe tremare le ginocchia a un collegio di giudici esperti e viene deciso da un giovane giudice da solo in camera di consiglio. Immagino la responsabilità che deve sentire su di sé».

Gramola in realtà ci azzecca, visto che i gradi successivi confermeranno la condanna. Ma in secondo grado una corte la riduce a sedici anni. Stavolta i giudici popolari ci sono, ma con i limiti imposti dalla struttura del rito abbreviato: molti atti, ovvi nel processo ordinario, non vengono svolti. Non viene interrogata ad esempio la dottoressa Ada Satragni, una delle testimoni chiave. Questo procedimento è un altro mostro giudiziario.

Un caso che ha fatto scalpore è quello, genovese, di Stefano Diamante. Uccise a martellate e coltellate la madre Silvana Petrucci, preside di scuola cinquantenne, la mattina del 22 ottobre 1999. Per anni aveva raccontato alla madre di aver sostenuto gli esami universitari regolarmente. In realtà ne aveva superati solo sette. Quando capì che la madre poteva scoprire l'inganno, la massacrò. Primo grado: il giudice Roberto Fucigna assolve Diamante per incapacità di intendere e volere al momento del fatto. Lo studente viene scarcerato senza alcuna misura di sicurezza, perché «non pericoloso socialmente». Diamante è difeso dall'avvocato Maurizio Mascia, che in secondo grado lascia la mano a Carlo Taormina. In appello, davanti a una corte con i giudici popolari, Stefano Diamante viene condannato a trent'anni. «Questi episodi - insiste Cusatti - lasciano attonita l'opinione pubblica». Non perché tra i giudici non possano esistere difformità anche enormi di giudizio, ma perché il destino di una persona viene deciso, a seconda dei gradi di giudizio, in situazioni radicalmente diverse tra di loro.

Nemmeno l'avvocato Mascia, che pure chiese l'abbreviato in quell'occasione, è d'accordo con un utilizzo così indiscriminato di questo strumento. I difensori usano l'abbreviato soprattutto per limitare i danni, ma un processo con un dibattimento darebbe maggiori possibilità di una disamina completa delle prove, anche quelle a favore: «Diciamo la verità: casi terribili di omicidio vengono giudicati da quello che, una volta, si chiamava pretore». Mascia puntualizza: «La cancellazione della componente popolare dal giudizio non ha senso. Paradossalmente dovrebbe esistere in primo grado, quando le prove vanno valutate con freschezza e genuinità, mentre in appello, dove il discorso è più tecnico, potrebbe bastare un giudice esperto».

Questo è uno dei due corni del problema. Il primo: l'assenza dei giudici popolari intacca «la partecipazione diretta del popolo all'amministrazione della giustizia», sancita dall'articolo 102 della Costituzione. Nella più alta forma di partecipazione: la corte d'Assise che deve raccogliere le prove, ascoltare i testi, guardare in faccia l'imputato.

Il secondo: tutti questi procedimenti avvengono in camera di consiglio. Il pubblico non è ammesso. Unica eccezione: che sia l'imputato stesso a chiederlo, com'è accaduto nel caso Franzoni. Insomma: processi di fantasmi (almeno per l'opinione pubblica) destinati ad essere raccontati solo da chi era in aula. Nei fatti, solo dagli avvocati, con tutte le distorsioni che questo può provocare. Processi celebrati in aule semideserte, sentenze pronunciate davanti al piccolo uditorio dei diretti interessati. In cui si giudicano delitti spaventosi in maniera semiclandestina.

L'esatto contrario di quel che deve essere il valore anche pedagogico della giustizia per uno Stato. Per tutti questi motivi, sarebbe opportuno un passo indietro. Per il governo la soluzione non sarebbe difficile: basterebbe escludere dall'abbreviato i reati da ergastolo, così come nella formulazione originaria.

Marco Menduni

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