Inchiesta su Amt: «Come l'Alitalia»
Nel trasporto pubblico su scala genovese, ammettono gli inquirenti, «vi fu un'operazione analoga a quella che si è realizzata ora, su scala nazionale, per salvare Alitalia». Dividere il buono dal cattivo, il produttivo dal perdente. E dare il meglio al privato per consentire il rilancio sul mercato, tenendo tutto il peggio in mano pubblica per contenere i danni. Sull'operazione che nel 2005 portò allo smembramento della genovese Amt e all'ingresso del socio francese Transdev, la procura del capoluogo ligure ha aperto un'inchiesta, affidata al sostituto procuratore Francesco Pinto, ipotizzando «indebiti vantaggi» per l'acquirente privato. E il Pm, nelle ultime settimane, ha ufficialmente acquisito tramite un gruppo di finanzieri specializzati nella tutela della spesa pubblica centinaia di documenti sull'operazione, ora raccolti in un corposo faldone...Quattro anni fa, quando la compagnia aerea nazionale mieteva il suo mirabolante passivo e ancora non si parlava di bad-company e trattative di vendita, a Genova avveniva la scissione di Amt, l'azienda mobilità e trasporti, oggi società pubblico-privata che gestisce la rete degli autobus nel capoluogo ligure. E che alla fine del 2004 fu a un passo dal portare i libri in tribunale, dichiarare il fallimento e mettere sulla strada quattromila dipendenti.
Sull'affare che portò alla nascita della "sorella" Ami (azienda mobilità e infrastrutture, titolare delle manutenzioni, della gestione delle rimesse e soprattutto gravata dai debiti), da mesi sotto la lente della Corte dei conti, ecco concentrarsi, oggi, le attenzioni del pm Pinto, magistrato protagonista da sempre delle più scottanti indagini sulla pubblica amministrazione genovese. É un'inchiesta contro ignoti, affidata alle Fiamme Gialle, che al momento non è arrivata alla formalizzazione di un'accusa precisa pur avendo subito nelle ultime ore una decisa impennata.
Si parla genericamente di abuso d'ufficio e lo sguardo degli investigatori è rivolto alle decisioni e ai ruoli di una rosa circoscritta di nomi composta dal sindaco di allora, Giuseppe Pericu, il regista dell'intera operazione, gli assessori della sua giunta, che diedero il proprio via libera, gli ex presidenti di Amt e Ami Enrico Zanelli e Giovani Vassallo, e i componenti dei rispettivi consigli di amministrazione. Per la Corte dei conti il danno all'Erario sarebbe pari a 70 milioni di euro. È cosa nota. Per la Procura - e questa è la novità - al danno si sarebbe accompagnato «un indebito vantaggio» di privati dello stesso ammontare. E il pensiero va ai francesi di Transdev, tuttora titolari del 41 per cento di Amt.
Come sarebbero stati «indebitamente» favoriti? Lo spirito dell'operazione era chiaro: trasformare Amt in una nuova società capace di attrarre l'interesse di un'azienda privata disposta a salvare posti di lavoro e servizio pubblico. L'unico modo era dividere la gestione della rete da quella delle infrastrutture, «come per altro prevede la legge», avverte uno degli assessori della giunta Pericu chiedendo l'anonimato nel rispetto della magistratura. L'anima nera di Amt è diventata così una società nuova, Ami, in perdita e responsabile della gran parte dello stato passivo della ex municipalizzata. Tradotto in cifre: il danno subito dalle casse pubbliche costrette a ripianare i bilanci e a sostenere contratti di fornitura "in perdita" ammonterebbe a 40 milioni di euro, che sono i buchi del periodo 2004-2007, ai quali vanno sommati crediti inesigibili per 4 milioni circa. A 70 milioni si arriva contando le svendite del patrimonio immobiliare, tra cui la rimessa di Boccadasse, oggetto di un altro filone di inchiesta della magistratura contabile.
Ciò che è rimasto dalla scissione - la parte pregiata e ancora feconda - è stato messo sul mercato.
Il pm Pinto sta lavorando, attraverso l'analisi delle leggi e della loro interpretazione adottata negli anni dai giudici italiani, alla ricerca della possibile condotta illecita. Le ipotesi sono due: sotto accusa potrebbe finire l'operazione in sé, studiata espressamente per attrarre i privati e salvare un'azienda pubblica sull'orlo del collasso. Era lecita? Il sindaco di allora Giuseppe Pericu, per dar corpo all'affare, chiese la consulenza di uno dei principali studi professionali italiani. Nel mirino potrebbero invece finire le modalità con le quali è stata condotta l'operazione (anche considerandola di per sé virtuosa) perché "cucita" su misura per un determinato acquirente.
Sulla seconda opzione si starebbero concentrando le attenzioni del pubblico ministero. E in particolare sul tipo di gara prescelto per consentire l'ingresso dei privati nella ex municipalizzata. Il bando metteva "all'asta" la rete e non le manutenzioni. Un dettaglio che mise fuori mercato la totalità dei concorrenti, e prima fra tutte la società pubblica francese Ratp, che invece si offriva di assumere entrambi i rami di azienda. Vinse Transdev. Azienda che, dopo aver tratto beneficio dall'acquisizione di Amt, ha in seguito assorbito pure le attività di Ami, messa in liquidazione a distanza di tre anni dal salvataggio.
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Amt-Ami, viaggio fra gli interrogativi
19 ottobre 2008| Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. - Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
La creazione della bad-company Ami, che ha pesantemente penalizzato i conti pubblici favorendo forse troppo gli acquirenti della "polpa" Amt. Le consulenze d'oro. Il riassorbimento della prima nella seconda, a due anni di distanza. Sono i fardelli con i quali la scissione Ami-Amt ha fatto i conti fino ad oggi, calamitando spesso le attenzioni della magistratura contabile - la Corte dei conti - e però mai quelle della Procura, come invece accade in questi giorni.
Il punto di partenza dell'inchiesta di cui dà conto Il Secolo XIX è tanto semplice quanto dirompente: quando l'azienda di trasporto pubblico, gravata da un "buco" che rasentava i 25 milioni, fu smembrata in due parti (Amt, virtuosa, destinata a gestire la mobilità con un 41% di partecipazione privata, e Ami, totalmente pubblica, in perdita e delegata alle manutenzioni) è possibile che i nuovi acquirenti abbiano tratto «un indebito vantaggio» dalle condizioni eccessivamente favorevoli nelle quali fu presentata la parte da comprare. Ecco perché a palazzo di giustizia il caso genovese viene accostato dal punto di vista tecnico a quello di Alitalia, e alle polemiche sulla cessione super-conveniente del ramo sano agli imprenditori radunati nella cordata di Cai. Il sostituto procuratore Francesco Pinto ha aperto un fascicolo per far luce sui meccanismi di smembramento Amt-Ami, ma non va dimenticato che la vita della seconda è stata (perlomeno) turbolenta e contraddittoria. Basti pensare che proprio il nostro giornale rivelò come nel suo primo anno di vita, fra il 2005 e il 2006, Ami spese oltre 1,5 milioni di euro in consulenze, innescando la rabbia dei sindacati che ritenevano spropositate certe cifre a fronte d'un blocco nelle assunzioni e dei paventati esuberi di personale. La giustificazione fornita allora era sempre la stessa: pur essendo Ami la componente più ingombrante del binomio, gravata da debiti pesantissimi allo scopo di far decollare la sorella Amt, si era comunque deciso di darle valore incaricandola di svolgere servizi di qualità, come l'avvio del servizio di taxi collettivo. Ed era uscito dalle casse già asfittiche un fiume di denaro destinato ad architetti, ingegneri, 300 mila euro alla sola "T-Bridge" per una serie di collaborazioni professionali ed elaborazione dei piani strategici e industriali. Iniziative che, sulle prime, avevano fatto pensare alla nascita d'un gruppo duraturo. Quegli esborsi, come detto, erano finiti sotto la lente della Corte dei Conti, che aveva acquisito tutte le pratiche sulle "esternalizzazioni" del lavoro. E il polverone aveva fatto da preludio a una nuova rivelazione sui costi di Ami, stavolta in termini di stipendi ai dirigenti e di gettoni ai consiglieri di amministrazione: si era scoperto infatti che l'amministratore delegato Marco Vezzani svettava in testa alla classifica dei manager pubblici genovesi con un lordo annuo di 160 mila euro. «Azienda destinata a crescere nei servizi e nella sua autonomia», si diceva insomma di Ami per giustificarne la macchinosità. Ma con l'elezione di Marta Vincenzi a sindaco di Genova si è registrato un clamoroso cambio di direzione rispetto all'amministrazione Pericu.
Nell'estate 2007 la giunta ha deciso di fare marcia indietro e riassorbire la bad-company in Amt, progetto che ha preso corpo all'inizio di quest'anno con l'avvio della liquidazione della stessa Ami: oltre due terzi dei 450 dipendenti tornano all'ovile, il resto finisce in altre partecipate del Comune. Nel frattempo sono stati concepiti - e abortiti - vari progetti faraonici, in un gioco di chiaroscuri costato evidentemente parecchio, mentre la componente sana decollava senza fardelli. E adesso i magistrati vogliono capire se il divario fra le due creature non fosse dolosamente eccessivo.
