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Oscura intimidazione ai pentiti Vitelli

Cosenza Sei colpi di pistola calibro 9 esplosi in piena notte contro le saracinesche del loro ex panificio nel quartiere popolare di Gergeri. Indagano i Cc. I due collaboratori di giustizia hanno aiutato la magistratura a far luce su una ventina di omicidi...
Arcangelo Badolati

cosenza

Peppino Vitelli non spara più da dodici anni. Da quando ha deciso di collaborare con la giustizia e di lasciare quella vita maledetta che l'aveva trasformato in uno dei più feroci sicari di 'ndrangheta del Cosentino. I suoi occhi, però, sono ancora quelli d'un predatore: neri e mobilissimi, capaci d'irradiare una luce sinistra.

La luce che nasconde l'ombra della morte. Peppino guidava il gruppo di fuoco più temuto nel capoluogo bruzio. Una macchina da guerra capace di stritolare amici e nemici. Con il fratello, Francesco Saverio, capo e stratega della famiglia, aveva messo in piedi, negli anni del maggior fulgore mafioso, un panificio nel quartiere popolare di Gergeri. Era un'attività di copertura come tante altre, ma conferiva ai due germani l'aura degli imprenditori. Un titolo che significa tutto e niente, ma che poteva essere speso in occasione di "disguidi" con le forze di polizia. Peppino non poteva certo presentarsi come l'autore dei sedici omicidi, poi confessati senza esitazione in Corte d'assise durante il maxiprocesso alle cosche del Crati.

Il panificio, dopo il pentimento, è stato naturalmente chiuso. Tutti, però, hanno continuato a indicarlo, con rispetto ed a bassa voce, come una struttura dei Vitelli. Nessuno, perciò, avrebbe mai potuto immaginare quanto poi è realmente accaduto l'altra notte. Un pistolero, armato d'una semiautomatica calibro 9, ha scaricato contro le due saracinesche dello stabile sei colpi. Sei pallottole incamiciate rimaste conficcate - in segno di ulteriore sfregio - nei muri interni dell'immobile. Il fatto è stato denunciato ai carabinieri da alcuni parenti, residenti a Cosenza, dei due pentiti. Quale sia il significato dell'azione criminosa è difficile dirlo: il pm Adriano Del Bene, che ha assunto la direzione delle indagini, non sembra certo orientato a sottovalutare la portata dell'evento. Giuseppe e Francesco Vitelli (e con loro il fratellastro Ferdinando) sono tra le fonti d'accusa primarie del maxiprocesso "Missing" che ricostruisce 40 delitti di 'ndrangheta avvenuti in provincia di Cosenza tra il 1978 e il 1990. I Vitelli, rei confessi in fase d'indagini preliminari, dovranno nei prossimi mesi deporre in dibattimento. Il loro contributo all'inchiesta, coordinata dal procuratore antimafia di Catanzaro Mario Spagnuolo, è stato determinante. Peppino ha parlato delle azioni di fuoco condotte con la sua "squadretta", mentre Francesco ha rivelato al magistrato inquirente ed ai carabinieri del Ros, le strategie poste in essere per anni dalla sua cosca. Il capo del gruppo Vitelli ha persino fatto ritrovare il cadavere di un uomo, Carmine Luce, scomparso per lupara bianca negli anni della mattanza mafiosa. I sei colpi esplosi contro le saracinesche del vecchio panificio rappresentano dunque un messaggio lanciato ai germani prima della loro deposizione in Assise? Nessuno, al momento, è in grado di rispondere a questa domanda. Nel Cosentino, negli ultimi dieci anni, nessun collaboratore di giustizia ha subito attacchi diretti. Tranne in un'occasione: accadde a Corigliano, nel maggio del 2001, quando venne ferito mortalmente Giorgio Cimino, padre dei pentiti Antonio e Giovanni. Poi non avvenne più nulla. O meglio: anzichè diminuire aumentò il numero dei "cantanti" in tutta la Sibaritide.

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