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Giostra, dove c'è la «mafia alla messinese»

Operazione "Arcipelago" Depositate le motivazioni della sentenza che nel dicembre del 2007 stangò capi e gregari appartenenti al clan. L'ascesa di Giuseppe Gatto e Giuseppe Minardi ai vertici del gruppo dopo la loro scarcerazione...
Nuccio Anselmo

Carmelo Mauro "tirinnanna" era un «autarchico». Per questo è stato ammazzato a Giostra, nel suo quartiere, finito come un boss con un colpo di pistola in testa nel maggio del 2001.

Da questa esecuzione alle cinque del pomeriggio, ennesimo "omicidio d'assestamento" nella storia delle famiglie mafiose cittadine, è nata l'operazione "Arcipelago". Nel dicembre scorso il processo di primo grado si è concluso con la condanna di 17 appartenenti al clan, in particolare quattro ergastoli e oltre centocinquant'anni di carcere. Nelle scorse settimane, e si tratta di ben 1600 pagine, il presidente della corte d'assise che ha gestito il processo, il giudice Salvatore Mastroeni, ha depositato le motivazioni della sentenza per spiegare il perché di quegli ergastoli, delle condanne e delle assoluzioni, che furono otto.

La famiglia mafiosa di Giostra è in città quella che ha resistito meglio al "ciclone" pentiti, quella che è sempre riuscita a riorganizzarsi all'indomani di ogni operazione antimafia. E l'operazione "Arcipelago" parla proprio di questo, dell'ennesina riorganizzazione all'ombra del padrino storico, Luigi Galli, l'unico boss messinese che non si è pentito, all'indomani delle scarcerazioni di Giuseppe "Puccio" Gatto e Giuseppe Minardi, avvenute nel 2000. I due, spiega il giudice Mastroeni, costituirono una sorta di diarchia mafiosa allacciando una serie di contatti molto stretti. L'omicidio di Carmelo Mauro, vecchio esponente del clan che viene ucciso perché dà fastidio ai due, è il tappo che fa saltare tutto, e da quel momento la squadra mobile consolida un'attività investigativa che porterà poi agli arresti della "Arcipelago", e al processo. Non a caso due delle deposizioni-chiave contenute nelle motivazioni della sentenza sono quelle di due capi della Mobile che si sono susseguiti nel tempo, Gaetano Bonaccorso e Paolo Sirna.

In fondo questo è un vero e proprio libro sul clan di Giostra, che parla di «una serie di gruppetti - come scrive il giudice Mastroeni -, che è "mafia alla messinese". Il termine, privo di improprie valenze dispregiative, è volto a differenziare la specifica realtà territoriale della città di Messina rispetto a mafie consolidate quali cosa nostra più tipicamente presente in Palermo e in varie altre province della Sicilia. Ma è pacifico in diritto che, pur rappresentando il paradigma massimo delle mafie, cosa nostra come la 'ndrangheta non esauriscono le realtà mafiose ravvisabili nei vari ambiti territoriali, che vanno individuate, più semplicemente, lungo lo schema normativo della fattispecie. E nella specie la prova, sia sotto profili storici che d'attualità, fornisce univoci elementi per ritenere la sussistenza di una realtà associativa mafiosa».

IL NOME "ARCIPELAGO" Il perché del nome "Arcipelago" lo spiega nella sua deposizione l'allora capo della Mobile Paolo Sirna: «... per dire come nel clan di Galli, nel clan di Giostra. vi erano dei gruppi che si relazionavano tra di essi, che appunto come delle piccole isole bagnate dallo stesso mare, che però avevano delle loro autonomie, nel senso che poteva verificarsi che il gruppetto che faceva capo a Minardi commettesse della attività delittuose e quello di Puccio Gatto sostanzialmente si occupava di altri aspetti».

DA GALLI A MINARDI È certa - scrive il giudice Mastroeni -, in una parola, la discendenza del gruppo in esame da Galli Luigi, acclarato capo di una struttura mafiosa in base a sentenze passate in giudicato. È certo che vi è una tradizione del potere a Gatto («che era l'autista di Galli»), è certo che resta, per metodo, obiettivi, struttura e operatività un gruppo con connotazioni mafiose, pur se scade qualitativamente, è certo che emerge un nuovo gruppo che si richiama al Minardi, anch'egli però originario associato alla struttura Galli e per il quale aveva commesso già da minorenne un omicidio, e che il Minardi, scontata la pena per tale reato, al di là di una serie di reati, ma tutti già basati da un intento di dominio del territorio, si scontra per tale ragione di fondo con il Mauro e ne consuma l'omicidio, e che anche tale fatto lega i due capi, Gatto e Minardi, in una struttura di comando su un gruppo incontrastato sul territorio con effetti di assoggettamento e omertà diffusa, e impegno su tutte le attività illecite lucrose possibili».

Il contesto A Giostra - prosegue il presidente della corte d'asssise -, non si può leggere la realtà criminale in esame nel processo senza fare riferimento al padre storico dell'associazione mafiosa, quel Luigi Galli ristretto al "41 bis" e sostanzialmente unico dei capi della criminalità messinese che non sia passato per morte o pentimento, che quindi mantiene il suo carisma criminale e proietta la sua lunga ombra sulle associazioni in esame. Il fatto è evidente, le conseguenze che ne derivano molto lineari. Arrestati i principali responsabili di quella associazione, ma non scompaginata la stessa anche per mancanza di pentiti di rilievo nel suo interno, le nuove leve si sostituiscono ai morti e agli arrestati ma si continua nell'alveo dell'associazione madre.

L'OMICIDIO MAURO Secondo quanto è emerso nel processo - scrive Mastroeni -, è da escludere qualsiasi elemento che ricolleghi l'omicidio a fatti familiari, a casualità e anche a guerre o nemici esterni. A Vadalà, capo della criminalità a Minissale ma con potere fino al centro di Messina, il Mauro aveva chiesto la pistola, intuendo pericoli per la sua vita. Spartà Giacomo, capo a S. Lucia, giudica il suo omicidio un atto ingiusto. E sono capi. Del resto nessuna reazione vi sarà alla sua morte. Pacificamente risulterà che Mauro spacciava droga e già, si vedrà, come aver spacciato droga a Giostra, senza piegarsi ai capi, è stato spesso pagato caro, ciò anche ai tempi del Galli e anche per mano degli odierni imputati. Nel contesto criminale interno emergerà un concorso di causali: fa ombra a Gatto avendo più diritti di lui alla successione di Galli e agli emergenti, che sono palesemente i Minardi, che hanno esigenza di farsi spazio.

LA VARAC'è una foto-simbolo che venne diffusa dopo il blitz della "Arcipelago", che ritraeva il boss Puccio Gatto mentre trainava la Vara. A questo proposito nel corso del processo il pentito Antonino Stracuzzi, cognato di Gatto, ha fatto alcune dichiarazioni che sono contenute in sentenza: «... il Gatto ottiene attualmente le assunzioni di persone a lui vicine presso una ditta di pulizie che opera all'interno del Policlinico di Messina attraverso i suoi rapporti con tale Liguori che è una persona che ha una cointeressenza nel settore delle pulizie. Ritengo che tale persona corrisponda al giovane napoletano cui ho fatto riferimento nel verbale del 17 settembre 2002... tale persona nell'ultimo ferragosto (siamo temporalmente nel 2002) ha tirato la Vara insieme a mio cognato Puccio Gatto ed a Tibia Luigi nel posto d'onore dove sono collocati i cosiddetti "Timonieri". A tale proposito faccio presente che i posti di coloro che sono posti al "Timone" della Vara sono riservati da tempo immemorabile agli aderenti al clan Giostra o a loro amici per cui nessuno può inserirsi in tali postazioni senza il preventivo assenso dei maggiorenti del clan e adesso di mio cognato Puccio, e preciso che quest'anno addirittura è stata creata una collocazione anche a mio suocero Gatto Paolo che è stato fatto sedere sulla Vara, attese le sue condizioni di salute».

LE CONDANNE Nel dicembre del 2007 furono 17 le condanne inflitte. Ecco il dettaglio: ergastolo per il boss Giuseppe "Puccio" Gatto, per i fratelli Giuseppe e Giovanni Minardi, e per Domenico Cavò. Inoltre, considerando anche gli altri capi d'imputazione a Gatto inflitti altri 28 anni e 6 mesi di reclusione, a Giuseppe Minardi altri 30 anni, a Giovanni Minardi e a Cavò altri 10 anni. E poi: 8 anni a Gaetano Barbera, 7 anni a Pietro Coppolino, 7 anni a Giovambattista Cuscinà, 8 anni e 6 mesi a Giuseppe Cutè, 7 anni a Stellario Fusco, 4 anni a Lorenzo Rossano, 8 anni a Giuseppe Villari, 6 anni a Letterio Fusco, 9 anni a Carmelo Ventura, 4 anni a Pietro Minardi, 2 anni a Giuseppe Bertuccelli (per quest'ultimo fu esclusa l'aggravante mafiosa).

 

L'inchiesta

I verbali dell'ex pentito Antonino Stracuzzi hanno rappresentato uno dei capisaldi dell'accusa, gestita in questo processo dai sostituti della Dda Vincenzo Barbaro e Emanuele Crescenti, e dalla collega della Procura Francesca Ciranna. Agli atti di questo processo, "figlio" dell'operazione antimafia della squadra mobile che nel 2005 disarticolò completamente il clan più agguerrito della città, quello di Giostra, e ne descrisse in dettaglio l'attività, come il commercio della droga e le estorsioni, c'è anche un omicidio: quello di Carmelo Mauro, freddato a 43 anni il 22 maggio del 2001 perché "dava fastidio" (i quattro ergastoli inflitti al boss Giuseppe "Puccio" Gatto, ai fratelli Giuseppe e Giovanni Minardi, e a Domenico Cavò riguardano proprio l'esecuzione di Mauro); ma c'è anche il tentativo d'uccidere a Bisconte, il 18 ottobre del 2002, Letterio Stracuzzi, per lanciare un chiaro messaggio al fratello Antonino.

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