La Finanza appone i sigilli ai beni di Gioacchino Campolo per 30 milioni
"Sequestrati al "re dei videopoker" lussuosi appartamenti e noti locali Sette indagati. Accuse di associazione, frode fiscale, appropriazione indebita e riciclaggio...REGGIO C. - Sigilli al patrimonio del "re dei videopoker". La Guardia di Finanza ha sequestrato immobili e quote societarie riconducibili all'imprenditore Gioacchino Campolo, per un valore di trenta milioni di euro.
Ieri mattina le Fiamme Gialle hanno dato esecuzione al provvedimento di sequestro emesso dal sostituto procuratore Beatrice Ronchi. Provvedimento maturato al termine di complesse indagini durate oltre un anno che hanno riguardato le attività dell'imprenditore del settore dei videogiochi. Sessantanove anni, un passato con qualche ombra (accusato di usura e considerato contiguo ad ambienti della ‘ndrangheta), Gioacchino Campolo è riuscito nella sua attività di gestione e di noleggio di videogiochi ad accumulare nel tempo una fortuna colossale grazie, soprattutto, all'utilizzo nelle proprie sale e in numerosi esercizi commerciali cittadini di slot machine. Secondo gli inquirenti le slot machine erano contraffatte. Secondo la Finanza le macchinette erano contraffatte. La maggior parte, seppure garantita dal marchio dei Monopoli di Stato e fornite di regolare nulla-osta, erano dotate - stando agli accertamenti - erano dotate di un software alterato e tale da far confluire in una memoria diversa da quella prevista dalla legge i dati relativi a quanto realmente incassato.Gli specialisti delle Fiamme Gialle ritengono che tutto fosse comandato attraverso un sofisticato meccanismo fraudolente, segretamente installato da esperti e fidati collaboratori di Campolo negli esercizi ricreativi, in grado di attivare e disattivare il software illegale, permettendo di eludere i controlli telematici e di polizia.
Le manomissioni scoperte dai finanzieri negli anni, secondo l'accusa, hanno procurato all'imprenditore facili guadagni in piena evasione dalle imposte, proporzionali al numero di giocate degli ignari avventori.
Gli inquirenti hanno ipotizzato l'esistenza di un'associazione per delinquere finalizzata a realizzare una grave e continuata frode fiscale e appropriazione indebita adi danni dei Monopoli di Stato. Dell'associazione, come ha detto il procuratore Giuseppe Pignatone, nel corso della conferenza stampa tenuta insieme con il sostituto Beatrice Ronchi, il comandante provinciale della Guardia di Finanza Francesco Gazzani, il maggiore Andrea Pecorari dello Scico e il capitano Michele Sciarretta del Gico, facevano parte oltre a Gioacchino Campolo, titolare della Are (ditta di noleggio di apparecchi da gioco), Cristofaro Assumma, 54 anni, reggino, Francesco Di renzo, 55 anni, Vibo Valentia, Antonio Morabito e Massimo Giovanni Bertolino, 36 anni, reggino, tutti dipendenti della Are.
Gioacchino Campolo è accusato anche di evasione fiscale. Secondo la Finanza tra il 1999 e il 2007 non avrebbe dichiarato redditi per oltre 25 milioni di euro. Tra gli indagati figurano anche la moglie dell'imprenditore, Renata Gatto, 59 anni, e Salvatore Giuseppe Gatto, 46 anni, legale rappresentante della Grida Srl. I due, secondo l'accusa, investivano i soldi incassati nell'acquisto di numerosi immobili sul Corso Garibaldi, il cuore commerciale cittadino, e altre zone del centro.
Tra i beni sequestrati ci sono 25 immobili tra cui alcuni appartamenti di lusso, quattro locali adibiti a sale giochi ed un altro locale utilizzato come laboratorio tecnico, l'ex cinema Orchidea, il teatro Margherita.
«La vicenda di Gioacchino Campolo - ha commentato il procuratore Pignatone - è una tipica "stranezza reggina". Già nella relazione del 2000 dell'Antimafia risultavano acquisite dichiarazioni, sia pure non travasate in atti giudiziari, che tutti i negozi bene e i palazzi del centro finivano nelle stesse mani». Il nome di Gioacchino Campolo figurava nelle informative delle forze dell'ordine per presunti rapporti con Nino Imerti, il boss di Fiumara di Muro, e componenti della famiglia De Stefano di Archi. Figura anche in un'ordinanza del processo di Catanzaro per le pressioni sui magistrati della Dda per una conversazione con uno degli imputati.
