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Morte in banchina, il Pm chiama Batini

I portuali genovesi sono «impreparati» ad affrontare le situazioni più pericolose nello scalo del capoluogo ligure. E per questo il console Paride Batini, numero uno della Compagnia Unica, è stato convocato dalla Procura insieme al suo vice Antonio Benvenuti: se non risponderà all'«invito a comparire», così si definisce in gergo tecnico, rischia di andare direttamente a processo senza passare dal giudice per le indagini preliminari...
È la svolta, clamorosa, nell'inchiesta sulla morte di Fabrizio Cannonero, il camallo morto il 29 febbraio scorso precipitando dalla "Mol Renaissance", portacontainer battente bandiera liberiana ormeggiata al terminal Sech. In un dettagliato dossier inviato al sostituto procuratore Piercarlo Di Gennaro - titolare dell'indagine sull'incidente - gli ispettori Asl specializzati in sicurezza sui luoghi di lavoro si soffermano sulle tante lacune nei sistemi di prevenzione che, a loro giudizio, sono alla base della tragedia. E il responso è agghiacciante: la caduta dall'alto, principale causa di morte, non è neppure contemplata nel «documento di previsione del rischio» redatto dalla Culmv e dal terminalista. Una situazione, tra l'altro, diffusa su tutti i moli genovesi, che sta alimentando un filone di accertamenti paralleli.

C'è di più. I tecnici dell'azienda sanitaria evidenziano «problemi di formazione e informazione» nel personale della Compagnia destinato a operazioni molto delicate, come appunto la movimentazione dei contenitori a bordo delle navi.

Batini e Benvenuti sono stati richiamati insieme a un altro responsabile-sicurezza e ad Alessandro Giannini, managing director del terminal Sech. Erano stati iscritti sul registro degli indagati alla metà di aprile, con l'accusa di omicidio colposo, ma il pubblico ministero ha deciso di approfondire la loro posizione dopo che l'Azienda sanitaria ha descritto, come mai era avvenuto in precedenza a Genova, la sistematica violazione delle norme più elementari, spesso considerate mero ostacolo alla produttività del porto.

Evidentemente gli avvisi di garanzia non erano solo un passaggio tecnico, ma il preludio a una resa dei conti su quella che si ritiene una decennale pericolosità delle banchine genovesi dove i camalli - almeno a giudicare dai rivolgimenti giudiziari - verrebbero mandati allo sbaraglio dai loro superiori.

Lo stesso terminal Sech, si legge nelle carte al vaglio del pm, non aveva inserito in modo adeguato nel documento di previsione rischi, l'eventualità della caduta dall'alto per i portuali. Come se le operazioni di carico e scarico non avvenissero sui ponti delle navi, a dieci metri dalla banchina. Come se gli strati di container accatastati, in gergo tecnico i tiri, non arrivassero a cinque, vale a dire una dozzina di metri dal piano della nave. È il principale degli atti d'accusa contenuto nella relazione dell'Asl.

Il testo unico sulla sicurezza del lavoro (il decreto 81), che ha sostituito la famosa legge 626 del 1996, prevede espressamente che ogni azienda metta per iscritto i pericoli connessi a ciascuna fase delle lavorazioni e, di conseguenza, stabilisca le misure di prevenzione necessarie, impartendo indicazioni precise e concrete ai responsabili dei vari passaggi e fornendo ai lavoratori le dotazioni indispensabili a scongiurare infortuni. Gli stessi obblighi sono stati recepiti dalla legge sul lavoro portuale del 1999.

Non solo, insiste l'azienda sanitaria, non era e non è un rischio recondito quello della caduta da una delle postazioni di lavoro in porto, ma avrebbe dovuto essere trattato come una priorità, considerando proprio che è la prima causa di morte bianca. Cannonero lavorava sul ponte della nave senza che ci fossero ringhiere e senza essere in alcun modo ancorato. Di chi era la responsabilità in quel frangente? Secondo la Asl la risposta è incontestabile: innanzitutto di chi svolge il lavoro e risponde della vita dei suoi dipendenti. Quindi la Culmv e i soci sono equiparati dalla legge ai dipendenti. In seconda battuta, gli oneri sono dell'azienda capofila che si avvale dell'opera specializzata di un'altra società. In questo caso è il Sech.

Discorso a parte per l'armatore della "Mol Renaissance". Muovere addebiti ai comandanti di navi battenti bandiera estera (dove vige la extraterritorialità) è questione difficile che ha impedito alla Procura di Genova di estendere le accuse anche a chi non ha montato le ringhiere di protezione sull'imbarcazione della tragedia. La questione di diritto internazionale è al centro d'una diatriba ben lontana da una soluzione, problema non secondario, considerando che i terminalisti attribuiscono proprio agli armatori la colpa di molti infortuni, non potendo questi ultimi intervenire su quello che succede a bordo delle navi.

La vigilanza sul rispetto della legge sulla sicurezza in porto spetta alla Asl. Lo scalo genovese - e tutti gli operatori che vi lavorano - per tradizione nei decenni passati, accusa la Procura, ha vissuto "in deroga" a norme e regolamenti. Per le concessioni così come per la prevenzione degli infortuni. E lo dimostrerebbero tutte le inchieste giudiziarie aperte a palazzo di giustizia. Da qualche tempo il vento è cambiato. E il caso del portuale morto il 29 febbraio ha impresso a questo processo una significativa accelerata.

Era notte fonda quando Fabrizio Cannnonero salì sulla nave liberiana con dieci colleghi, guidati dal caposquadra Davide S., il primo nome a finire sul registro degli indagati. E però il seguito dell'inchiesta dimostra che le responsabilità vanno cercate (molto) più in alto e indietro nel tempo.

Graziano Cetara
Matteo Indice

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