I Messina al timone di Ferrania
La famiglia Messina è sola al comando della Ferrania. Una lite sul laminatoio, uno dei tre fronti di sviluppo del gruppo, avrebbe provocato la frattura della compagine societaria con l'uscita, a sorpresa, degli imprenditori Vittorio Malacalza e Marcellino Gavio. La rottura si è concretizzata ieri nello studio Carlo Piana dove la sola famiglia Messina si è presentata all'appuntamento per il ripianamento delle perdite maturate dalla Società Ferrania e alla ricostituzione del capitale fino a 3,555 milioni di euro. I soci Asg Spa (gruppo Malacalza) e Sea Spa (gruppo Gavio) sono così usciti automaticamente dalla compagine societaria, rinunciando rispettivamente al proprio 35,5% e 29% delle quote...Finemme, la holding finanziaria del gruppo Messina, si trova così a detenere l'intera quota e, in una nota ufficiale, fa sapere «di riconfermare l'impegno a soluzionare positivamente i problemi di Ferrania Techonologies, confidando nel supporto delle parti sociali, delle istituzioni locali e del governo».
Ma è la frattura tra i Messina e Malacalza, ovviamente, a destare attenzione. La collaborazione tra la famiglia di armatori e l'industriale dell'acciaio era nata nel 2005, al momento della costituzione della cordata per il piano di rilancio dell'azienda valbormidese. L'idea era quella di realizzare una centrale elettrica, poi accantonata e sostituita da soluzioni alternative: il fotovoltaico, la superconduttività e la realizzazione di un laminatoio. E qui, il ruolo dell'imprenditore dell'acciaio Vittorio Malacalza diventava di fondamentale importanza. Una spinta che ha portato, alla fine dell'anno scorso, a ottenere il via libera dei soci e, soprattutto, dell'allora ministro alle Attività produttive Pierluigi Bersani e del governatore ligure Claudio Burlando, per la prosecuzione della strada intrapresa: quella di un laminatoio dalla produzione compresa tra gli 1,2 e gli 1,5 milioni di tonnellate annui e con una ricaduta occupazionale di almeno trecento unità. Il protocollo integrativo firmato a Roma l'8 aprile scorso, poi, con il placet di quattro ministeri (Attività produttive, Lavoro, Infrastrutture e trasporti e Ambiente) e le istituzioni liguri, aveva dato quella che sembrava l'accelerata definitiva.
Che cosa è successo, allora? In questi tre mesi - il primo maggio scorso, ricordiamo, è poi mancato Giorgio Messina, grande sostenitore della ripresa di Ferrania - si sarebbe incrinato il rapporto tra le parti. Dagli interessati, sull'argomento, e quindi sulle questioni più spinose, bocche cucite. Mentre Vittorio Malacalza, contattato, non ha rilasciato dichiarazioni, Stefano Messina, rappresentante della Finemme Spa, ha preferito concentrarsi sugli sviluppi futuri dell'azienda. Per ora restiamo a questo recente passato, però. Secondo quanto è stato possibile ricostruire, Malacalza avrebbe voluto procedere da solo sulla realizzazione del laminatoio, anche per una precisa volontà attribuita ai soci cinesi dell'imprenditore dell'acciaio. Questo, almeno, secondo fonti ben informate. L'idea non avrebbe trovato consensi da parte della famiglia Messina. Gli armatori avrebbero preferito piuttosto aprire una nuova società - una cosiddetta newco - sfruttando l'opportunità concessa dal protocollo firmato in aprile a Roma. Sulla eventuale costituzione della compagine societaria, sulle quote, o sulla volontà di Malacalza di proseguire da solo, o meglio con i propri soci cinesi, si sarebbe consumato lo strappo. Che, a questo punto, avrebbe rischiato di portare addirittura a una soluzione drastica e, naturalmente, drammatica per i lavoratori, già alle prese con l'incubo cassa integrazione: la messa in liquidazione della società.
Infatti Malacalza avrebbe lavorato su due fronti opposti: prima di tutto rilevare il 100% delle quote della Ferrania, o al limite la parte dei Messina, restare in sella con il solo Gavio e proseguire non solo con il progetto laminatoio, ma con il piano completo di rilancio dell'attività. La seconda opportunità sarebbe stata quella di lasciare tutto, non partecipando a ripianare le perdite di propria competenza e ricostituire il capitale. Cosa che è accaduta ieri, a otto giorni dall'assemblea che aveva deliberato le volontà dei due soci che, in tutto detenevano il 64,45% delle quote di non votare a favore della copertura delle perdite. E lasciando così i Messina nella consapevole decisione di portare avanti il progetto-Ferrania. «Ci sono almeno tre aspetti - dice al Secolo XIX Stefano Messina - per cui ci siamo impegnati a rilevare il gruppo: la strategicità dell'investimento cui partecipiamo da tre anni. Poi l'aspetto sociale, che per la famiglia Messina è sempre stato determinante e chi ci conosce lo sa. Infine, ma non ultimo, il ricordo di mio zio Giorgio, che ha dato tanto in risorse spirituali e umane alla Ferrania».
La holding della famiglia Messina conferma così la volontà di proseguire nell'"avventura" garantendo il suo impegno. Una soluzione che, in serata, è apprezzata dal senatore del Pdl, Franco Orsi: «È importante che sia stata fatta chiarezza e all'interno dell'azienda ci sia un socio di riferimento. Se c'è un interlocutore è meglio per tutti. Messina, Malacalza e Gavio sono tutti e tre grandi imprenditori, non importa che uno piuttosto che l'altro abbia preso il controllo dell'azienda. Quello che conta è avere un interlocutore. E ora c'è».
Lorenzo Cresci
(ha collaborato Alberto Parodi)
