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La Milano dell'Expo nel mirino, ma la politica fa finta di non saperlo

La mafia invisibile continua i suoi affari. E la politica continua a far finta di niente. Tutto ciò a Milano, non nel lontano Sud. Gli arresti di giovedì e altre recenti operazioni antimafia segnano la ripresa dell´azione di contrasto alle cosche al Nord...
Ai maxiprocessi degli anni 90 era seguito un periodo di blackout. Ora finalmente la luce si riaccende: la mafia a Milano non era scomparsa, era soltanto diventata invisibile. È all´opera la seconda generazione: i figli dei vecchi boss calabresi sono diventati imprenditori apparentemente puliti, fanno affari, vincono appalti, monopolizzano l´edilizia.

Sono trentenni efficienti e dinamici, come Salvatore e Rosario Barbaro. Ma utilizzano pur sempre i metodi dei padri: l´intimidazione, la minaccia, il ricatto. Alle loro spalle, i patriarchi sono ancora in piena attività.
 
È attivo il padre di Salvatore e Rosario, Domenico Barbaro detto l´Australiano, che negli anni Settanta aveva cominciato la sua carriera criminale con i sequestri di persona e il traffico di droga. Sono attivi a Milano anche i siciliani di Cosa nostra, come Luigi Bonanno, uomo legato a famiglie "pesanti", quelle dei Fidanzati e dei Ciulla. Qui c´è posto per tutti, ci sono tanti soldi, tanti affari. Ora, con l´Expo, ancora di più.

La mafia invisibile mantiene ed estende i suoi insediamenti. Si ripulisce appena un po´, ammorbidisce i metodi, rinnova i business. Ma, al fondo, resta sempre se stessa. Cerca di non usare più le armi, ma le tiene sempre pronte, come i bazooka nascosti a Buccinasco. Non fa sparare i killer, ma li alleva e li allena nel caso debbano servire. Lavora nell´edilizia, entra come socio nella grande distribuzione, presidia le postazioni all´Ortomercato, trasforma il recupero crediti in estorsione, brucia i locali che non pagano il racket... Sfiora, con una richiesta di pizzo, perfino una gioielleria nella centralissima via Verdi, di fianco alla Scala.
Eppure in questo caso la politica non esibisce l´impegno mostrato contro gli scippi. I boss degli appalti lavorano in territori al confine con le pubbliche amministrazioni, sfiorano le scelte degli assessorati. Dagli amministratori, però, non vengono parole chiare, segnali precisi, azioni nette, ma comportamenti che, se non sono ancora collusioni, sono però a volte silenzi che diventano tolleranza, sguardi girati dall´altra parte. Per paura, certo, ma anche per sottovalutazione del problema, per non ammettere che la nascente "città metropolitana" sarà (anche) la capitale della ´ndrangheta, per non confessare che la Milano dell´Expo è a rischio mafia. Perché, per esempio, il nuovo sindaco di Buccinasco ha bloccato il progetto già avviato di fare di uno spazio confiscato alle cosche un luogo simbolo, un centro d´aggregazione, una pizzeria antimafia?
Investigatori, polizie e magistrati stanno facendo il loro lavoro. Eppure mancano ancora due cose. La prima: gli imprenditori lombardi facciano come i loro colleghi in Sicilia, facciano pulizia al loro interno, denuncino le collusioni, svelino le aree grigie degli incensurati che prestano la loro faccia (e le loro aziende) alle cosche. La seconda: la politica mostri più coraggio, mandi segnali netti, a Milano e nei Comuni dell´hinterland. Costituisca, se non una Commissione antimafia, almeno un Osservatorio che studi gli insediamenti criminali e realizzi il monitoraggio delle infiltrazioni mafiose. E forse è venuto il momento di costituire una Commissione (magari presieduta da una personalità di garanzia come Francesco Saverio Borrelli) che controlli gli appalti dell´Expo.

Gianni Barbacetto

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