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Chiudono i "bassi" e le trans si ribellano

Ordine di sgombero per le anziane lucciole italiane che ricevono nelle vecchie cantine. Pronta una petizione...


Sono rimaste in venti, decise a tenere il punto. Pronte a sfilare davanti al municipio di Genova e a fare causa al Comune che le vuole mandare via per sempre. E a dichiarare sciopero, da oggi, sospendendo le proprie prestazioni in segno di protesta. Sicure che nessuno le denuncerà per sospensione di pubblico esercizio, visto che loro fanno il lavoro più antico del mondo ma da un'angolazione decisamente "particolare".

Sono le trans (l'articolo al femminile è convenzionalmente utilizzato per chi cambia genere da maschio a femmina), che si prostituiscono nel "ghetto" del Centro storico, tra vico Croce Bianca e vico Untoria, nei vicoletti che si affacciano su via del Campo, storica strada della "graziosa" cantata da Fabrizio De André. La loro presenza è ormai storica, come dimostra la stessa età delle lucciole transessuali: tutte italiane, dai cinquant'anni in su.

Da qualche tempo, però, la loro presenza è messa in forte discussione. Donatella, ad esmpio (i nomi sono tutti d'arte, ma ben noti alla clientela) ha ricevuto un'ordinanza di sgombero perché utilizza la cantina come alcova: «Dicono che non posso avere un bagno dentro una cantina, perché è irregolare - racconta - il mio avvocato farà ricorso. Comunque sono tutte scuse: ci vogliono cacciare».

Di certo è in atto un braccio di ferro, giocato sul filo della giustizia amministrativa ma con un obiettivo chiaro: Il Comune vuole recuperare questo quadrilatero a luci rosse, trasformandolo in una zona vivibile per tutti. Lo stesso sindaco di Genova, Marta Vincenzi, lo ha detto a chiare lettere. Da qualche anno, del resto, sia il Comune sia le forze dell'ordine hanno concentrato i loro sforzi nel risanamento delle aree a luci rosse.

Nella zona della prostituzione femminile, tra vico Mele, la Maddalena e le Vigne, sono già stati monitorati i fondi che vengono utilizzati come alcove. Le prime ordinanze di chiusura con decreto giudiziario sono state inviate ai legittimi proprietari.

Basta fare una passeggiata nel dedalo di vicoli per imbattersi in più di una saracinesca abbassata con decreto giudiziario bene in vista. Ed è altrettanto chiaro che l'idea di far chiudere i "bassi" della prostituzione (trans o femminile che sia), incontra un bel po' di simpatie; soprattutto da parte dei nuovi residenti. Ma anche l'altrettanto ovvia e inevitabile contrarietà delle dirette interessate.

Talmente preoccupate da superare qualsiasi reticenza e riservatezza. «Abbiamo deciso di parlare con i giornali perché vogliamo difendere questo quartiere, che senza di noi sarebbe condannato allo spaccio e alla delinquenza comune - dice Ursula - altro che recupero. Qui se non ci fossimo noi sarebbe un disastro». Le trans che da anni sono una presenza fissa di quello che fu il ghetto ebraico, si sentono accerchiate; sanno che forse il tempo sta per scadere anche per loro.

Così è arrivata la clamorosa decisione dello sciopero e della marcia su Palazzo Tursi, sede del municipio: «Non ci siamo mai fatte sentire. Ma adesso è arrivato il momento. Se ci cacciano finiremo sulla strada noi e anche molte straniere che lavorano qua: altro che risanamento», è l'opinione di Martina, cinquantenne orgogliosa delle origini partenopee. «Gli spacciatori ci fanno schifo e li mandiamo via a calci. Soprattutto quelli maghrebini», aggiunge Annapaola. E di certo il rapporto con gli immigrati è complicato anche per le trans italiane.

Tanto che, parlando con loro, si scopre una circostanza che merita quasi uno studio sociologico: «Noi votiamo tutte quante Lega Nord. Anzi siamo d'accordo con le ronde che in passato sono state fatte nel centro storico. In fondo, con la nostra presenza qui quasi facciamo le ronde noi stesse», ammette Camilla, una trans dal fisico degno di un culturista, ma rigorosamente in guêpière. È lei che, in questa sorta di conferenza stampa da "Bocca di rosa", mostra con malcelato orgoglio il suo pied-à-terre, che, come gli altri "bassi", è così degradato visto da fuori (come la gran parte degli edifici) quanto elegantemente rifinito all'interno: salottini, televisori al plasma, vasche idromassaggi e naturalmente letti hollywoodiani.

«La nostra clientela è fatta da professionisti e persone benestanti che non si accontentano della prestazione, ma vogliono tutti i comfort. Anche se, per qualche tempo, dovranno rinunciare». Già, c'è lo sciopero in corso e le porte delle cantine-alcova potrebbero restare chiuse.

Le trans sembrano molto decise a passare all'azione e non paiono particolarmente preoccupate per le conseguenze economiche: «Sia chiaro che tutte quante abbiamo bisogno di lavorare - dice Angela, una biondona che sta all'incrocio di vico Untoria - ma non ce la passiamo così male. A differenza delle prostitute donne, noi siamo quasi tutte proprietarie del nostro fondo e anche di qualche appartamento» A proposito della clientela, anche gli aficionados del sesso trans saranno in qualche modo coinvolti, come spiega Debora (senza acca, puntualizza): «Molti sono veri amici con cui si fanno più discorsi che sesso.

A loro stiamo chiedendo di firmare una petizione a difesa della nostra permanenza qui nel ghetto. Pure gli abitanti sono in gran parte d'accordo». Ed effettivamente, a sentire i condomini dei palazzi del peccato, non sono certo le transessuali un po' "agée" a preoccupare: «Il problema sono gli stranieri disperati - conferma Fabrizio Moretti, giovane studente che abita in vico Croce Bianca - è da loro che sono stato aggredito due volte. Mentre con le trans ci si saluta con educazione. A me non hanno mai creato alcuna preoccupazione».

Anche dai negozi e dai bar delle vicine via Lomellini e via del Campo, che oggi brulicano di turisti attirati dallo shopping etnico e dai sapori genuini, non esiste una levata di scudi verso le trans e l'attività che si svolge nel ghetto: «Le conosco bene, vengono qui da me a prendere il caffè prima di lavorare e ancora "in borghese" - racconta Marco, barista - prima di indossare i panni delle trans sono persone distinte, che si potrebbero confondere facilmente. Comunque pagano sempre e non fanno mai casino».

Di commenti del genere, tra i vecchi residenti e i comercianti della zona, se ne sentono parecchi. Di certo il ghetto, così come la gran parte dei vicoli ancora rimasti, nel bene o nel male, uguali a se stessi, rappresenta un mondo a parte. Che forse merita di essere compreso meglio, prima di stravolgerlo; avendo ben presente che dai diamanti non nasce niente, ma dal letame nascono i fiori.

Edoardo Meoli

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