Addio a don Balletto, prete del dialogo
Pubblichiamo ampi stralci del primo capitolo di un libro-intervista mai terminato, "L'uomo del dialogo": "L'ultima intervista: la mia gioventù" di Bruno Viani
Sarà il cardinale Angelo Bagnasco a presiedere la solenne concelebrazione dei funerali di don Antonio Balletto, domani mattina alle 11,45 presso la parrocchia di San Siro nel cuore della città vecchia. La chiesa dove don Balletto celebrava quotidianamente la messa delle 9, mentre nelle festività era solito affiancare il parroco Luigi Traverso alle 11.
Questa sera invece, sempre a San Siro, si terrà il rosario pubblico, dopo quello più riservato che ha avuto luogo ieri sera presso la clinica Montallegro . Don Balletto è morto alle 21,30 di venerdì, assistito spiritualmente da don Traverso, stretto dall'abbraccio dei parenti e degli amici più cari. E nei momenti più tragici non è mai stato solo. «Per tutto il periodo della sua degenza è stato un via vai continuo di gente - dice la nipote Alessandra - una dimostrazione continua di affetto». Sacerdoti, politici, ex studenti delle scuole cittadine dove don Balletto aveva insegnato per anni o della facoltà di Teologia del seminario, politici e personalità del mondo della cultura.
«Mi piace ricordare l'amicizia che ci legava e il suo lavoro nel volontariato come presidente del Forum del Terzo settore e della Federazione Solidarietà e Lavoro. Don Balletto era un mio punto di riferimento culturale costante, un faro morale in un momento delicato di sbandamento generale». Così il presidente della Regione Claudio Burlando, ricorda don Balletto.
«Abbiamo perso un grande personaggio, un uomo di chiesa, di cultura e di profonda carità - ha detto invece Alessandro Repetto, presidente della Provincia - un attento interprete del segno dei tempi, che ha sempre saputo essere testimone e rappresentante di una chiesa che non solo prescrive, ma soprattutto ama. Dopo Bianca Costa e don Nando Negri, con don Antonio Balletto se ne va un'altra delle più importanti figure carismatiche della comunità genovese».
Paolo Petralia, segretario generale del Forum Terzo settore (l'organismo di cui don Balletto era presidente insieme alla Federazione Solidarietà e lavoro) lo ricorda così: «Seduto tra noi, nel suo studio in salita San Matteo che negli ultimi tempi raggiungeva con fatica e a volte arrancando con dolore. Ma sempre pronto ad ascoltare e a dialogare con tutti sui problemi delle persone e della città, delle solitudini e delle necessità degli ultimi».
L'ultima intervista: la mia gioventù
Pubblichiamo ampi stralci del primo capitolo di un libro-intervista mai terminato, "L'uomo del dialogo"Bruno Viani
È una storia che inizia nella Genova del fascismo, tra gli anni Venti dei telefoni bianchi e gli anni Trenta che segneranno la caduta precipitosa verso il baratro della guerra. «Sono nato il primo gennaio 1930, poco dopo la mezzanotte - racconta don Antonio Balletto,seduto alla scrivania del suo studio di vico San Matteo - Nel quartiere di Portoria, ultimo di cinque figli. Papà Luigi era commerciante, mamma Elvira accudiva alle faccende di casa, era dolce ma forte. E all'occorrenza usava anche gli schiaffi».
Mai fatto la fame, in tempo di guerra?
«No, avevamo la fortuna di possedere un po' di campagna tra Lumarzo e Maxena, così erano garantiti in tavola i prodotti dell'orto e si poteva anche vendere qualcosa».
Erano gli anni del fascismo, se ne parlava in famiglia?
«Se ne parlava sì, e tanto. Eravamo una famiglia antifascista, noi bambini sentivamo tutto. Anche se mamma e papa ci raccomandavano di non lasciarci scappare nulla di quello che si diceva in casa. Era un rischio, certo, ma con l'inizio del conflitto era inevitabile maturare in fretta. E capivamo benissimo che non si poteva scherzare su certi argomenti».
Poi la guerra è arrivata fino alla porta di casa...
«Ricordo bene il bombardamento dal mare, era il 9 febbraio 1942, domenica mattina. Eravamo a messa e si sentivano i botti dei cannoni delle navi francesi e inglesi, sempre più vicini, così la funzione finì in fretta e furia e ci trovammo tutti in strada. Ma si vedevano i buchi nell'asfalto, la devastazione. Papà portò noi bambini nella casa di campagna, poi lui dovette rimanere in città mentre mamma faceva la spola avanti e indietro. Mio fratello Giuseppe, invece, sarebbe entrato ben presto nei partigiani».
Il conflitto stava entrando nella sua fase più dura. Come ricorda quel periodo?
«Tante volte, da quel momento, credemmo che la guerra fosse arrivata alla fine. Il 25 luglio, quando Mussolini fu arrestato, eravamo a Lumarzo e la voce passò di bocca in bocca, ma fu una gioia di breve durata. Anche l'8 settembre facemmo una gran festa. E poi fu tutto peggio di prima. Mio cugino Luigi Schenone finì in un campo di concentramento in Germania, e con lui tanti amici, ragazzi poco più grandi di me».
Anni difficili, per un ragazzino. Le memorie più piacevoli, invece?
«La verità è che, nonostante tutto, io ricordo quegli anni come un periodo tra i più felici della mia vita. Perché in campagna, si viveva tutti insieme, generazioni diversissime dai dieci ai novant'anni. E si imparava dall'esempio degli adulti e dei vecchi. Imparai ad amare gli alberi e la terra, mentre i contadini più anziani del paese mi dicevano: studia, che la penna è più leggera della vanga... Anche la morte, in un clima così sereno, non faceva paura».
Bacicìn e la morte
-La morte, per lei, è arrivata con la guerra?
«No, per me è arrivata quando è mancata Bacicìn, una vecchina che avrà avuto 85 anni ed era piena di acciacchi, io bambino le porgevo il braccio. Quando l'ho vista per l'ultima volta sul letto di morte, serena come sempre, ho capito che anche quel distacco faceva parte della natura e della vita. Non so se sarà così quando sarà davvero il mio momento, ma da allora non ho più avuto paura di morire. E in campagna ne ho poi visti tanti, cadaveri di ragazzi uccisi».
Lumarzo era una zona chiave per la resistenza partigiana. E non era possibile fare finta di niente...
«I partigiani li incontravamo a tarda sera, o di notte. Sapevamo dov'erano le loro postazioni, a volte venivano loro a casa a chiedere cibo e aiuti, a volte andavamo noi ragazzi a portare le cose di cui potevano aver bisogno. E con loro c'era anche mio fratello Giuseppe, arruolato con i Garibaldini, le brigate comuniste insieme alle quali operavano però anche piccoli gruppi di Giustizia e libertà. Me lo rivedo ancora, quando l'ho incontrato tra Sant'Alberto e la Scoffera: vestito con una specie di giacca sahariana,con il fazzoletto rosso al collo. E che orgoglio per me, mio fratello che lottava e rischiava la vita per difendere la libertà...».
"fucilato" dai fascisti
Lei aveva dodici o tredici anni: sono esperienze che segnano un ragazzino...
«Era la nostra vita, Giuseppe aveva fatto la scelta che in quel momento era la più giusta. Lo sa che una volta mi trovai anch'io al muro? Un fascista voleva che gli dicessi dov'erano i partigiani e dove nascondevano le loro cose, pensava che sarebbe stato facile far parlare un bambino. Per essere più convincente puntò il fucile e mi spinse contro una casa: o mi racconti quello che sai, o fai una brutta fine, mi disse. Ma io non parlai e lui mi lasciò andare via. Più tardi, camminando per strada, sentivo due vecchi parlare tra loro: "E nu gh'ha dittu ninte", spiegava l'uno all'altro. Fu una emozione immensa, parlavano di me».
Però si moriva davvero, in quei giorni. E pochi nel loro letto come nonna Bacicìn...
«Era la quotidianità. Ricordo un giovane che avrà avuto vent'anni ed era entrato nei partigiani come mio fratello Giuseppe. Mi imbattei nel suo corpo senza vita, un giorno, girando per i boschi. Ma non provai paura, nel vederlo pieno di sangue, semplicemente aspettai che arrivasse altra gente a portarlo via».
Suo fratello è sopravvissuto?
«Sì, anche se venne arrestato dai fascisti per una soffiata. Fu portato alla casa dello studente e rimase prigioniero un mese, sopportando botte e umiliazioni. Quando lo liberarono con un sotterfugio, grazie alla moglie del podestà, era quasi irriconoscibile, magrissimo e segnato dalle torture. Dovette rimanere nascosto fino alla Liberazione».
Se lo ricorda, quel giorno?
«Come fosse oggi. Sono nei boschi e sento suonare le campane a festa. Allora corro a casa mentre la gente non parla d'altro, ride e finalmente può parlare ad alta voce: è finita la guerra, i tedeschi scappano. Il grosso dell'armata ha firmato la resa a Genova, una colonna si arrende anche lì da noi, proprio a Maxena. I partigiani scendono dai monti, li rivediamo finalmente. Quelli veri, ma anche tanti che solo nell'ultima ora si mettono un fazzoletto rosso al collo. Tanti altri non li avremmo rivisti mai più, morti a vent'anni per difendere la libertà».
peppone e don camilloSono giorni di festa, ma anche di odio e di vendetta. Perché le parti si erano invertite, adesso erano i repubblichini ad avere paura....
«Sì, qualcuno rivelò anche a mio fratello il nome di chi lo aveva fatto arrestare con una soffiata. Lui andò a cercare il traditore e quando tornò pensavamo che fosse finita male. "Ma no, ci disse, quando l'ho visto tremava come una foglia: gli ho regalato una sigaretta e l'ho lasciato andare". Ecco, anche quella fu una lezione importante».
Si tornava ad essere uomini, non più soldati?
«Eppure anche durante la guerra le cose erano diverse da come le raccontano i libri di storia. C'erano le contrapposizioni ideologiche forti, ma alla fine quello che contava erano le persone. A Lumarzo, insieme ai tedeschi, c'era un austriaco che mi diceva sempre che vedendo me pensava a suo figlio, avevamo la stessa età e gli assomigliavo. Così lui, di soppiatto, ogni tanto ci portava anche un po' di carne».
Le contrapposizioni nuove però dovevano nascere subito. Cattolici e comunisti, chiesa e pericolo bolscevico, don Camillo e Peppone.
«C'è qualcosa di reale nel mondo dipinto da Guareschi. Una volta i fascisti e i tedeschi appiccarono il fuoco ai letti della nostra casa, a seguito dell'uccisione di un tedesco a Gattorna, per rappresaglia. Quella sera stessa, ci furono spediti quattro cuscini nuovi: due li mandava il parroco, don Francesco De Barbieri. E due il capo dei comunisti del paese, un tal Schenone, che non voleva essere da meno».
Era il vostro Peppone?
«Un po' sì. Quando ero in seminario, Schenone mi mandava a volte qualche biscotto fatto in casa da sua madre aggiungendo: ma non darlo ai tuoi amici preti, mi raccomando. E io, di rimando: bel comunista che sei...».
E lei, nella veste di don Camillo, non ha mai tentato di portarlo dalla sua parte e "convertirlo"?
«Più che le ideologie, a quel tempo contavano le relazioni tra le persone. E quando ero già un giovane sacerdote, facendo leva sulla nostra amicizia, azzardai a Schenone: sarebbe proprio ora, dopo tanti anni, che finalmente confessassi un po' i tuoi peccati a un prete. Almeno adesso che il prete sono io... lui rimase colpito. Avrebbe anche accettato, ma come poteva? E se poi si fosse saputo in giro?».
Come andò?
«Partimmo alle quattro e mezza del mattino, io e lui soltanto, e raggiungemmo il santuario della Madonna del Bosco di Pannesi dopo un'ora di cammino. Feci chiudere il portone raccomandando al sacrestano di non aprire per nessun motivo. E lì, senza testimoni, il comunista Schenone si confessò, ascoltò la messa che celebrai soltanto per lui e fece persino la comunione. Poi tornammo al paese. Alle sei e mezzo del mattino era al lavoro, come sempre. Non lo avrebbe mai saputo nessuno, il suo onore era salvo e, speriamo, anche la sua anima...».
