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Telecom - La grande evasione

La grande evasione
di EMILIANO FITTIPALDI, PETER GOMEZ E VITTORIO MALAGUTTI

Il Fisco contesta alla Telecom di avere eluso 5 miliardi. Nel mirino l'acquisto di Blu, la fusione con Olivetti e i trucchi Iva con la controllata Sparkle. Sotto accusa la gestione di Tronchetti. E ora la compagnia telefonica rischia di dover pagare multe da record
 

La marcia di avvicinamento è durata quasi due anni. Tra negoziati segreti, battaglie in Borsa, polemiche, fughe di notizie pilotate e, per finire, una lunga e quanto mai incerta vertenza all'Antitrust brasiliana. Ma dopo tanta fatica Cesar Alierta ha avuto appena il tempo di brindare. Sulla scrivania del gran capo di Telefonica, entrato pochi giorni fa nel club dei soci di comando di Telecom Italia, adesso si accumulano le grane. C'è la vecchia questione degli spioni della security, che potrebbe portare a sanzioni amministrative contro l'azienda. E soprattutto c'è il fisco. Da almeno sei mesi l'ex monopolista telefonico è entrato nel mirino della Guardia di Finanza e dell'Agenzia delle entrate. Nelle scorse settimane, come 'L'espresso' è in grado di rivelare, la multinazionale si è vista notificare verbali di constatazione e atti di accertamento nei quali si ipotizza un'elusione fiscale che potrebbe superare i 5 miliardi di euro. Inoltre la Telecom Sparkle , una controllata che vende servizi telefonici internazionali, è finita al centro di un'indagine per il mancato pagamento di Iva per 180 milioni di euro.

Il procedimento tributario nella fase più avanzata è quello che riguarda la fusione di Blu in Tim. Nel 2002 l 'azienda di telefonini controllata da Telecom assorbì, dopo averla acquistato, il concorrente affossato dalle perdite. Un'operazione che ai tempi fruttò un risparmio fiscale, in termini di minori imposte pagate, per 465 milioni. E che ora, a cinque anni di distanza, ha spinto l'Agenzia delle entrate a notificare un atto di accertamento che, in teoria, potrebbe costare una multa di oltre un miliardo all'azienda di telecomunicazioni. È invece ancora in una fase preliminare l'inchiesta sul complesso riassetto della catena di controllo del gruppo che nel 2003 si concluse con la fusione tra Olivetti e la controllata Telecom Italia. Le Fiamme Gialle, dopo una verifica durata mesi, ipotizzano una presunta elusione superiore ai 4 miliardi di euro. Di fronte alle contestazioni del Fisco è prevedibile che la compagnia telefonica ingaggi una battaglia a suon di ricorsi e perizie difensive.

Per il momento però le grane restano, scomoda eredità della gestione targata Marco Tronchetti Provera. Ma vediamo quali sono le mine fiscali che dovrà affrontare la nuova compagine di controllo riunita nella finanziaria Telco, la holding di cui sono azionisti Telefonica insieme a Benetton e alla cordata Mediobanca, Generali, Intesa Sanpaolo.

Tim si tuffa nel Blu

La scoperta della maxi elusione fiscale nella fusione tra Tim e Blu, secondo quello che ha potuto accertare 'L'espresso', inizia quasi per caso. Il dossier si apre nel caldissimo luglio del 2004. Giulio Tremonti si è appena dimesso dal dicastero dell'Economia, il 16 Domenico Siniscalco ha preso il suo posto sulla poltrona di via XX Settembre. A capo dell'Agenzia delle Entrate ci sono due fedelissimi di Tremonti, Raffaele Ferrara e Marco Di Capua. In quei giorni a Milano si lavora su un'ipotesi di mega truffa fiscale messa a segno da Bell, la società lussemburghese del finanziere Emilio Gnutti che nel 2001 cedette a Marco Tronchetti Provera il pacchetto di controllo della Telecom. Un'operazione in cui fu tentato un blitz elusivo, come si legge nell'atto di accertamento inviato agli indagati lo scorso luglio, da 600 milioni di euro.

Nell'estate 2004, dopo il siluramento del professore di Sondrio, una squadra di verificatori dell'Agenzia romana si vede dunque recapitare in ufficio un fascicolo su Blu, la vecchia compagnia fatta a pezzi e dismessa un anno e mezzo prima. Il dossier prevede un controllo di routine su una richiesta di rimborso Iva. Il cuore del 'quarto gestore telefonico' ha smesso di battere a fine 2002, quando i soci di maggioranza (Benetton, Eni e British Telecom) strozzati da stratosferici buchi in bilancio decidono di smembrare gli asset e venderli sul mercato. L'Agenzia inizia le verifiche sugli esercizi del 2000 e del 2002, ma poi estende la lente d'ingrandimento su Tim. Perché se Omnitel (oggi Vodafone), Wind e H3G si spartiscono clienti e frequenze, la società leader della telefonia mobile ha incorporato, dopo un lungo iter che coinvolge la Commissione Ue e l'Antitrust, l'intero capitale sociale di Blu. Studiando il dossier, l'attenzione degli investigatori si sposta proprio sull'operazione e sui risvolti fiscali che ne derivano. Il rimborso Iva è approvato in cavalleria, mentre viene pian piano alla luce il contenuto del vaso di Pandora: un'elusione miliardaria. Secondo l'Agenzia, Tim avrebbe infatti sfruttato illegalmente le perdite accumulate da Blu negli anni precedenti, un rosso di 857 milioni di euro, per pagare meno tasse. Un mare (Blu) di tasse in meno. Nel primo verbale (26 gennaio 2006) i rilievi contestano un'evasione di 465 milioni: l'imponibile non dichiarato sfiora il miliardo e 300 milioni di euro. L'avviso di accertamento arrivato in queste ore sulla scrivania dei legali Telecom ingloba sanzioni e interessi: la multa è ora lievitata a oltre un miliardo. Una delle sanzioni più pesanti mai commutate a una società italiana.

L'operazione è complessa, e la battaglia è senza esclusione di colpi. Tim avrebbe infatti abusato delle perdite di Blu anche perché 'coperta' da una prima autorizzazione dell'agenzia regionale del Piemonte. In casi di fusione, la società incorporante ha infatti il diritto di chiedere al fisco un 'interpello antielusivo', in pratica la disapplicazione delle norme che vietano l'utilizzo dei passivi portati in dote dall'impresa acquistata. Un permesso che per legge viene concesso solo se la concentrazione garantisce sinergie strategiche e lo sviluppo delle attività economiche del compratore. Tim giura e autocertifica che Blu è un soggetto attivo, vivo, fondamentale per il rilancio infrastrutturale. L'Agenzia regionale gli dà credito e l'ok all'istanza arriva nel marzo del 2003. Ma durante i controlli iniziati nel marzo 2005 i verificatori si accorgono - questa l'accusa dell'Agenzia - di essere stati presi in giro. Spulciando le carte, intervistando a sorpresa i dipendenti, facendo accessi negli uffici dei responsabili fiscali scoprono che Tim ha in realtà comprato un soggetto 'morto'. Una scatola vuota senza attività di rilievo. Il Fisco nega ogni possibile sinergia, visto che il core business è stato smembrato e tutti gli asset venduti agli altri concorrenti. Tim avrebbe in pratica messo in piedi, come si dice in gergo, una gigantesca 'bara fiscale'. Una frode elusiva da mezzo miliardo. Telecom nega le imputazioni con tutte le sue forze, quasi sdegnata: è talmente sicura di vincere la battaglia che, come si legge nel bilancio 2006 (nota 24), "con il conforto di autorevoli pareri" non ritiene di effettuare accantonamenti per il fondo rischi. Telecom crede che di fronte agli addebiti "la società possa validamente opporsi in tutte le sedi amministrative, e se del caso giurisdizionali".

Si vedrà. Di certo uno dei documenti chiave della partita è quello con cui il 26 settembre del 2002 l 'Antitrust di Giuseppe Tesauro diede il via libera all'incorporazione, "previo trasferimento" si legge nel parere vincolante "di separati rami d'azienda posseduti da Blu ad Omnitel, H3G e Wind, e previa rinuncia da parte di Blu alla licenza mobile ed ogni altra autorizzazione relativa a servizi di telecomunicazione di cui la stessa sia titolare". Secondo l'Agenzia l'atto prova che la concentrazione è avvenuta proprio perché Blu era stata di fatto azzerata. In realtà nel passaggio delle quote qualche struttura è sopravvissuta: 600 trasmettitori installati, alcuni sistemi informativi, un call center a Calenzano, vicino Firenze, e 739 dipendenti, di cui 150 lavorano nella sede toscana. Elementi, sospetta l'Agenzia, che non portano alcun valore aggiunto a Tim, ma conservati solo per aggirare la norma antielusione e per respingere, in seguito, l'eventuale accusa di tomba fiscale.

Ora Telecom ha 60 giorni per scegliere se aderire o andare allo scontro finale davanti al giudice. Una decisione che peserà direttamente sulle casse dell'azienda: se il 'patteggiamento' prevede l'eliminazione di alcune sanzioni e il pagamento in forma ridotta della multa, la sentenza negativa di un tribunale potrebbe accollare a Telecom per intero penali e interessi. D'altro canto le possibilità di averla vinta non sembrano remote. Le statistiche più aggiornate evidenziano che l'anno scorso l'Erario ha prevalso solo nel 30 per cento dei contenziosi promossi davanti alle commissioni tributarie provinciali.

Sparkle scivola sull'Iva

La Guardia di Finanza ha ricostruito una complessa operazione che ha consentito a Telecom Sparkle di ottenere crediti Iva per circa 180 milioni. Questa società romana, posseduta al 100 per cento dalla holding quotata in Borsa, gestisce servizi voce, dati e Internet a livello internazionale con ricavi per circa 2,3 miliardi nel 2006. In pratica, Telecom Sparkle vende traffico telefonico ad altre compagnie di telecomunicazioni e ad aziende multinazionali. L'elenco dei clienti comprende anche due società finlandesi che l'anno scorso hanno firmato un contratto da un miliardo per trasferire dati da Parigi verso Roma. È un servizio internazionale, quindi esente da Iva. Per raggiungere i destinatari finali, però, Telecom Sparkle si serve di intermediari a cui gira lo stesso traffico pagando 900 milioni. Una somma a cui va aggiunta, questa volta, l'Iva per 180 milioni. Gli intermediari in questione sarebbero un paio di piccole società romane. Grazie al loro intervento l'azienda del gruppo Telecom ottiene un credito Iva pari, appunto, a 180 milioni. Questo credito viene in parte ceduto alla holding quotata in Borsa, che lo usa per tagliare la propria Iva a debito.

Tutto regolare? Gli investigatori sospettano che l'intervento degli intermediari sia servito soltanto per creare una posta fiscale attiva. E quindi per pagare meno tasse. Adesso però c'è il rischio concreto che quella complessa operazione si trasformi in un boomerang. Tra pagamento dell'imposta evasa, multa e interessi il conto finale a carico della compagnia potrebbe toccare i 600 milioni di euro. I tecnici dell'Agenzia delle entrate sono già al lavoro sulla vicenda e nei prossimi mesi potrebbero tirare le somme dell'indagine.

Meno tasse per Olivetti

Il verbale della Guardia di Finanza è stato notificato a Telecom in ottobre ed è già arrivato anche sui tavoli degli ispettori dell'Agenzia delle entrate. Le Fiamme Gialle sono tornate ad esaminare i risvolti fiscali del riassetto che nel 2003 portò all'accorciamento della catena di controllo del gruppo telefonico all'epoca presieduto da Tronchetti Provera. In sostanza, mentre in cima alla piramide Pirelli & C si fondeva con Pirelli spa, ai piani inferiori Olivetti, dopo aver lanciato un'offerta pubblica d'acquisto in Borsa, assorbì Telecom Italia, di cui già possedeva il 55 per cento circa. A giochi fatti, la controllante prese le insegne della controllata: via Olivetti rimase solo Telecom Italia.

All'epoca l'operazione venne criticata da molti investitori perchè, tra l'altro, aveva l'effetto immediato di aumentare sensibilmente l'indebitamento già elevato del gruppo. Tutte critiche respinte al mittente dal presidente Tronchetti che nei suoi incontri con gli analisti finanziari segnalò tra i vantaggi più rilevanti del riassetto un risparmio fiscale di circa 4 miliardi di euro.

Una traccia concreta di queste ricadute positive emerge dal bilancio 2003 di Telecom Italia. In quell'anno il gruppo riuscì a dare un taglio netto alle tasse grazie, come recita la nota integrativa dei conti consolidati, "all'iscrizione di 1.266 milioni di imposte differite attive (....) a seguito della svalutazione, ai soli fini fiscali, di azioni della società incorporata (Telecom Italia, ndr) e divenute recuperabili grazie alla fusione tra le due società". Traduzione: il riassetto fruttò, da subito, un guadagno di 1,2 miliardi. La manovra partiva da lontano. Già nel 2002, quindi un anno prima di varare la fusione con Telecom Italia, la holding Olivetti aveva svalutato la sua partecipazione nel gruppo telefonico per oltre 8 miliardi. Una svalutazione, recita il bilancio dell'epoca, che serviva esclusivamente a 'usufruire di benefici fiscali altrimenti non ottenibili'.

Le esatte contestazioni avanzate dalla Guardia di Finanza nella sua indagine sono coperte dal riserbo più assoluto. È certo però che gli investigatori si sono convinti che dietro quel complesso gioco societario si nasconda una maxi elusione fiscale. Se hanno ragione loro l'avventura della nuova Telecom italo-spagnola rischia di trasformarsi in una corrida.


 E IL TIGER TEAM SPIÒ TELEFONICAdi Paolo Biondini

Nell'inchiesta sulle intercettazioni un'incursione contro i nuovi padroni

Gli spioni informatici di Pirelli-Telecom sono riusciti a violare anche i computer

di Telefonica, il colosso spagnolo delle telecomunicazioni, e delle principali società

di telefonia e Internet, come Telmex e la brasiliana Embratel, controllate dal magnate messicano Carlos Slim, considerato l'uomo più ricco del mondo. È una scoperta giudiziaria di forte impatto economico. Proprio Telefonica, infatti, è il primo socio della cordata di azionisti, riuniti nella Telco con Mediobanca, Intesa, Generali e Benetton, che ha appena perfezionato l'acquisto del pacchetto di controllo di Telecom Italia. Marco Tronchetti Provera ha chiuso l'affare con Telefonica, primo azionista di Telco con il 42,3 per cento, dopo una delicatissima trattativa che aveva portato il manager della Pirelli a un passo dall'accordo con il concorrente messicano.

Questa e altre sorprese sono documentate negli atti che accompagnano l'ordinanza d'arresto eseguita lunedì 5 novembre contro tre presunti responsabili degli attacchi informatici che, tra il 2004 e il 2005, consentirono alla divisione sicurezza del gruppo italiano di stravincere la 'guerra di spie' contro la Kroll , la più grande agenzia investigativa del mondo, che lavorava per i soci-rivali di Telecom in Brasile. Ai magistrati interessano i segreti tuttora custoditi dai tre arrestati: Roberto Rangoni Preatoni, figlio del finanziere creatore di Sharm el-Sheik; Alfredo Melloni, cervello tecnico del Tiger team, cioè della squadra di hacker di Telecom; Angelo Jannone, ex tenente colonnello dei carabinieri, diventato capo della security del gruppo italiano in Brasile, l'unico che ha ottenuto i domiciliari.

Le accuse ormai formalizzate riguardano questa prolungata operazione di spionaggio industriale: oltre un anno di intrusioni nei computer e di controllo abusivo delle email di Carla Cico, l'amministratrice italiana di Telecom Brasil, del banchiere Daniel Dantas, gestore del fondo Opportunity, e di una ventina di loro alleati o consulenti, fino a quattro investigatori della Kroll, tra cui l'allora responsabile per l'Italia Charles Carr. Le intercettazioni telematiche illegali, secondo l'accusa iniziate tra il 2003 e il 2004, sono continuate fino alla primavera del 2005, quando la prima perquisizione mise in allarme il numero uno della security del gruppo italiano, l'ex carabiniere Giuliano Tavaroli.

La missione di spionaggio in Brasile è stata documentata solo quando ne sono stati recuperati i risultati, con qualche difficoltà, negli archivi informatici sequestrati agli accusati. I dossier più delicati erano custoditi in una chiavetta (una pen-drive di marca Apacer) sequestrata a Roma, nell'ufficio di Tavaroli, il giorno del suo arresto, il 20 settembre 2006, ma che l'ex responsabile della sicurezza nega di aver mai posseduto.

Tavaroli ha però confermato di aver ordinato l'attacco, così come Fabio Ghioni, il capo del Tiger Team, che era stato arrestato per il raid informatico del 2004 contro una decina di manager della Rcs-Corriere della Sera.

I pm Fabio Napoleone, Stefano Civardi e Nicola Piacente considerano questi attacchi ormai pienamente comprovati, tanto da aver convocato le stesse vittime per riconoscere i loro file ed email.

Ma negli archivi illegali di Pirelli-Telecom c'è molto di più. E l'inchiesta va avanti. Nelle relazioni che analizzano la 'magnitudine' delle intercettazioni telematiche, gli inquirenti scrivono di avere già 'accertato' altri casi di spionaggio. E tra gli 'obiettivi' ancora inediti, i pm inseriscono, appunto, tutti i principali concorrenti di Telecom tra Europa e Sudamerica. Si va dal colosso britannico Vodafone alla Telmex di Carlos Slim, con Embratel (servizi Internet) e Telemar (telefonia fissa), fino a Telefonica e a Vivo, la compagnia di cellulari controllata dal gruppo spagnolo proprio in Brasile.

Il saccheggio dei dati riservati dei colossi stranieri, ora confermato dal ritrovamento dei primi file negli archivi degli spioni, risale allo stesso periodo dello scontro con la Kroll. Alla chiusura dell'affare con Tronchetti, dunque, mancavano più di due anni. Già nel 2005, però, gli spagnoli di Telefonica avevano avviato i primi contatti per possibili acquisizioni o alleanze con il concorrente italiano.

L'interesse di Slim è invece una sorpresa del 2007. I nuovi tronconi d'inchiesta sono ancora agli inizi. Solo quando avranno terminato l'analisi della chiavetta e degli altri serbatoi di email e file rubati, i magistrati convocheranno le vittime e chiederanno a manager e società di costituirsi come parti danneggiate. I precedenti non sono incoraggianti. Nei casi finora chiusi (Rcs e Kroll-Brasile), lo spionaggio informatico è risultato 'massiccio' sia per la durata che per l'estensione a tutti i soggetti ritenuti 'ostili' a Telecom. Compresa la Deminor , la società che assisteva i soci di minoranza, e perfino l'Autorità garante della Concorrenza e del Mercato. Ora resta da capire fino a che punto gli spioni fossero riusciti a carpire i segreti aziendali dei nuovi padroni spagnoli. 


Una girandola di fusioni

Le principali operazioni fatte dalla Telecom sotto la gestione di Tronchetti Provera

Luglio 2001 La Pirelli guidata da Marco Tronchetti Provera acquista per 7 miliardi di euro il 23 per cento di Olivetti dalla lussemburghese Bell, che controlla il 52 per cento di Telecom Italia. Per i soci di Bell, un'operazione con una plusvalenza teorica di 4,8 miliardi di euro.

Dicembre 2002 Il Tesoro vende le ultime azioni Telecom che ancora deteneva. Dopo 70 anni, lo Stato è definitivamente fuori dalla telefonia.

Giugno 2003 Telecom Italia vende il 61,5 per cento di Seat Pagine Gialle al consorzio Silver, composto da BC Partners, CVC Capital, Permira e Investitori Associati il 61.5 della Seat. Incassa 3 miliardi di euro, che diventano 3,74 tenendo conto anche di una parte dell'indebitamento.

Agosto 2003 Diventa operativa la fusione Olivetti-Telecom, voluta da Tronchetti per accorciare la catena di controllo del gruppo.

Gennaio 2005 Ulteriore accorciamento della piramide: la Tim (telefonia mobile) viene incorporata dalla controllante Telecom Italia. Gli utili della prima servono per alleggerire i debiti della seconda.

Settembre 2006 Marco Tronchetti Provera si dimette da presidente di Telecom Italia. Al suo posto arriva Guido Rossi.

Novembre 2006 Il fondo americano Blackstone si dichiara interessato a entrare nell'azionariato Telecom. Più avanti, si fanno sotto anche gli indiani di Hinduja e i russi di Sistema.

Inizio aprile 2007 La statunitense AT&T e la messicana America Movil si candidano per acquistare congiuntamente (un terzo per ciascuna), la maggioranza di Olimpia, la società che controlla il 18 per cento di Telecom. Pochi giorni dopo Rossi si dimette e alla presidenza arriva Pasquale Pistorio.

Fine aprile 2007 La cordata formata dalla spagnola Telefonica e dai partners italiani Mediobanca, Generali, Intesa Sanpaolo e Benetton, lancia un'offerta per rilevare la quota di Pirelli in Olimpia creando una nuova società, denominata Telco, che avrà il 23 per cento di Telecom Italia.

Ottobre 2007 Olimpia passa effettivamente alla Telco. Inizia l'era della Telefonica di Cesar Alierta, che dichiara: "Telefonica vuole diventare la Toyota delle telecomunicazioni". 


CAROSELLO SULL'IVA 

Gli esperti del settore le chiamano frodi carosello. Nel senso che, grazie a un tortuoso giro di società e compravendite di merci, i truffatori di turno riescono a frodare il Fisco aggirando le norme sull'Iva. Ebbene, se si riveleranno fondati i sospetti della Guardia di Finanza, messi nero su bianco in una corposa relazione, nel 2006 il gruppo Telecom Italia ha cavalcato un carosello da primato. In totale fanno circa 180 milioni di mancati pagamenti Iva. Una somma che, almeno in parte, è servita a migliorare il bilancio dell'ex monopolista telefonico.

L'indagine su Telecom Sparkle,che è presieduta da Riccardo Ruggiero, amministratore delegato della holding quotata in Borsa,è cominciata molti mesi fa e presenta numerose analogie con un'inchiesta della procura di Roma su Fastweb, da alcuni mesi passata sotto il controllo di Swisscom. Secondo l'accusa, anche Fast web avrebbe gonfiato artificialmente il proprio fatturato con l'effetto di creare crediti Iva. Tra gli indagati compare Silvio Scaglia, ex presidente ed azionista di riferimento dell'operatore con base a Milano. Nelle carte delle due inchieste si scoprono coincidenze sorprendenti.

Non solo appaiono simili i sistemi che sarebbero stati utilizzati per aggirare il fisco, ma in qualche caso coincidono anche i nomi delle società che avrebbero fatto da sponda alle due compagnie finite sotto accusa.

Tutto da chiarire, per esempio, è il ruolo che avrebbe svolto la I-Globe. Questa srl nata nel 2004 è riuscita a chiudere il bilancio del 2005 con un giro d'affari superiore ai 300 milioni di euro, ma nel luglio del 2006 ha preso il volo alla volta di Mosca dove ha trasferito la propria sede. Nell'indagine su Fastweb la I-Globe viene considerata una sorta di 'cartiera' con il compito di produrre fatture e adesso si cerca di capire per quale motivo abbia avuto rapporti anche con Telecom Sparkle. Nei mesi scorsi, interrogato dai magistrati, Scaglia ha respinto ogni accusa. E anche la compagnia ora controllata da Swisscom ha puntualizzato nei suoi bilanci la propria "piena ottemperanza delle norme contabili e delle vigenti norme tributarie".

Resta da vedere quali saranno gli sviluppi del procedimento avviato nei confronti di Telecom Sparkle, nel frattempo approdato all'Agenzia delle Entrate, ed eventualmente con quali argomenti si difenderà la società presieduta da Ruggiero. Ma ancora non basta, perché sono in corso verifiche anche su altre aziende telefoniche. Come dire, il caroselllo, questo il sospetto, non sarebbe un'esclusiva di Telecom Italia.


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