Don Ciotti "La legalità, un bene fragile..."
maggio 2007 - Consumatori
"La legalità, un bene fragile. Guai ad abbassare la guardia”
Don Ciotti: “Cooperazione risorsa preziosa”
di Silvia Fabbri
A Don Luigi Ciotti, presidente di Libera e figura da anni impegnata nelle battaglie per la legalità, abbiamo chiesto proprio quale è, oggi, lo stato della legalità in generale e in particolare in Sicilia?
Viviamo un momento di grande fragilità, anche se è possibile cogliere segnali positivi. Si avverte di nuovo un bisogno di trasparenza, di chiarezza, e alcuni provvedimenti – penso ad esempio alla lotta all’evasione fiscale – iniziano a dare frutti importanti. E’ anche vero però che per affermare la legalità gli strumenti giuridici sono insufficienti. Una legge offre degli strumenti, delle opportunità, ma la legalità nasce soprattutto da una generale presa di coscienza, da percorsi educativi. La si costruisce insieme, mettendosi tutti in gioco, costruendo una cultura della condivisione e della corresponsabilità. Per quello che riguarda la Sicilia , non bisogna cadere nell’errore dell’equazione illegalità uguale mafia. Semplificazione di questo genere non aiutano, dire che tutto è mafia è come dire che niente è mafia. Bisogna distinguere: come altrove, anche in Sicilia ci sono forme di illegalità, forme di criminalità e realtà mafiose che restano forti, anche se proprio di recente ci sono state operazioni che hanno messo un crisi Cosa Nostra. Segno che, se le Istituzioni vengono davvero messe nella condizione di operare, il sogno di sconfiggere le mafie può trasformarsi in realtà.
Sembra che si siano spenti i riflettori sulla mafia, che sia calata la tensione. La sensazione dunque che le cose vadano meglio, in Sicilia e non solo. E’ davvero così?
Come ho detto sono stati ottenuti risultati importanti, arresti anche clamorosi, ma questo non deve farci abbassare la guardia. E’ necessario dare coerenza e continuità agli interventi e soprattutto agire contemporaneamente su più livelli. C’è un piano investigativo e repressivo, ma c’è anche, altrettanto importante, un piano preventivo ed educativo. Li la società civile sta facendo la sua parte. Libera aggrega ormai più di 1300 associazioni antimafia e promuove su tutto il territorio nazionale percorsi di educazione alla legalità nelle scuole, costruendo opportunità di impegno, di partecipazione, di corresponsabilità.
Lei, attraverso “Libera” è una sorta di “ambasciatore della legalità” contro le mafie. Che livello di ascolto e di attenzione trova tra le persone e in particolare tra i giovani?
Nei giovani il livello di “ascolto” è alto, ma è un ascolto che bisogna anche saper suscitare. I giovani chiedono di essere incontrati, accompagnati, sostenuti nel loro bisogno di partecipazione, di sano protagonismo. Non chiedono adulti che dicano loro cosa fare ma che facciano insieme a loro. E che siano disposti a scommettere su di loro oggi, non domani. Ma in un tempo come il nostro, condizionato sempre più dalle immagini e dalla tecnologia, è anche necessario aiutarli a calare il virtuale nel reale, trovare con loro la via per trasformare l’immagine in realtà e il sogno in responsabilità. Per questo, quando parlo di legalità, non mi riferisco a un concetto astratto ma alla saldatura tra responsabilità personale e giustizia sociale, al percorso che unisce l’io e il noi. La giustizia la chiediamo allo Stato e alle Istituzioni ma solo in base al nostro metterci in gioco come cittadini. Se la denuncia e la richiesta di giustizia non partono da questo impegno concreto, da questa continua verifica con se stessi, diventano un esercizio retorico e sfociano in un attendismo rassegnato e fatalistico.
Quale è il ruolo dell’impresa in una regione come la Sicilia ? E dell’impresa cooperativa?
Credo innanzitutto che sia necessario creare opportunità di lavoro sano, dignitoso, pulito. Il lavoro non è un optional: la nostra esperienza ci ha insegnato che, prima ancora che un diritto, è un bisogno profondo, una dimensione che da senso alla vita delle persone, le fa crescere, comunicare, da loro un reddito ma anche un identità. Il lavoro poi ha certo bisogno di spazi, opportunità, e al momento attuale abbiamo ritenuto di privilegiare soprattutto la forma della cooperativa e dell’impresa sociale. E’ anche necessario però che la politica, le Istituzioni, il mondo imprenditoriale facciano la loro parte, contribuiscano a tutelare e rafforzare realtà che cercano di dare dignità e futuro alle persone.
A che punto è l’esperienza delle cooperative che lavorano sulle terre confiscate ai boss mafiosi?
E’ un esperienza che cresce. Ne sono nate diverse, è stata creata una rete, “cooperare con Libera Terra”, sono state aperte botteghe – “i sapori della legalità” – che vendono i prodotti. Ma oggi la mafia non è più solo quella rurale, che compra gli aranceti e gli uliveti. Investe in altri ambiti, entra in società con le aziende, dispone di professionisti esperti che si mettono al suo servizio per operare nel mondo finanziario. E su questo aspetto lo strumento della confisca mostra ancora gravi carenze. I dati sono impressionanti: degli 801 beni aziendali confiscati dal 1996, 227 sono ancora da destinare; 230 non sono destinabili perché arrivati già falliti al demanio dello Stato; altri 347 sono stati forse “uccisi” preventivamente dalle mafie, sicché le procedure di chiusura sono state attivate subito dopo il provvedimento di confisca. A conti fatti sono soltanto 39 le aziende attive: un pugno di mosche. E’ necessario intervenire perché non solo le terre ma anche le aziende vengano salvaguardate. Credo che il mondo della cooperazione abbia competenze e professionalità per contribuire alla loro gestione, cambiando magari ragione sociale della società come è accaduto a Trapani con la Calcestruzzi Ericina , dove abbiamo dato una mano a far nascere una cooperativa, attivare nuove forme di produzione, conservare posti di lavoro che davano dignità e futuro a tante famiglie. Ma è anche necessario istituire un Agenzia Nazionale che coordini e segua tutte le varie fasi della confisca, si preoccupi di recuperare denaro liquido – cioè il movimento dei beni mobili; si misuri col dispositivo quadro europeo sulla confisca e rimetta ordine su questa materia. Lo strumento della confisca è previsto ormai da molte leggi in diversi ambiti – droga, tratta degli esseri umani, corruzione – e senza un attento coordinamento il rischio è di creare confusione e sovrapposizioni.
