La Tangentopoli silenziosa rifiutata dall'anti-politica
21.07.2007 – Il Secolo XIX
La Tangentopoli silenziosa rifiutata dall'anti-politica
di Ferruccio Sansa
Il problema non sono le frasi del gip Clementina Forleo che parla di «politici complici» dei furbetti del quartierino. La questione, davvero drammatica, è che l'Italia sta vivendo una seconda Tangentopoli senza nemmeno accorgersene.
Sono passati quindici anni dal ciclone che scosse l'Italia, che diede al nostro Paese l'occasione irripetibile di ripartire eliminando uno dei suoi mali congeniti: la corruzione, peggio, l'insofferenza nei confronti della legge. Certo, furono anni di drammi individuali e collettivi, perchéè vero che Mani Pulite fu a suo modo una rivoluzione. Da noi, infatti, pretendere l'applicazione rigorosa delle regole può essere sovversivo.
Il terremoto nato a Palazzo di Giustizia di Milano, però, si è concluso in modo paradossale: i ruoli di chi accertava le responsabilità e di chi era colpevole di reati hanno finito quasi per invertirsi. Indagato è diventato quasi sinonimo di perseguitato.
Si è diffusa un'insofferenza sempre meno dissimulata nei confronti di chi pretendeva il rispetto delle regole, forse perché gli ex-eroi di Mani Pulite alla fine ci ricordavano le nostre colpe.
E intanto i vecchi costumi sono tornati in auge. Basta leggere le cronache degli ultimi anni per rendersi conto di quante vicende economico-finanziarie si siano concluse nelle aule di giustizia. Sarebbe sufficiente citare i casi Cirio e Parmalat che hanno mandato sul lastrico decine di migliaia di piccoli risparmiatori.
Non solo: molte delle maggiori operazioni finanziarie degli ultimi anni si sono concluse in Tribunale invece che in Borsa. Prendiamo appunto la scalata della Banca Popolare di Lodi ad Antonveneta, così come quella di Unipol a Bnl. Ma non basta ancora, ci sarebbe da ricordare l'inchiesta sui tentativi di spionaggio e le intercettazioni abusive messi in atto dalla security Telecom. Che dire poi delle schedature compiute dal Sismi o della spy story sul rapimento di Abu Omar che si incrociano e si stanno concludendo in modo a dir poco assurdo: il governo che ha fatto ricorso contro la Procura e i pm che dopo un'indagine di anni si ritrovano indagati per violazione del segreto di Stato. Con Nicolò Pollari che, pur indagato per sequestro di persona, viene nominato consigliere di Stato dal governo Prodi.
Insomma, la corruzione e la mancanza del senso della legalità stanno toccando ogni aspetto della nostra vita civile. Pensiamo perfino al mondo del pallone, travolto dalla bufera di Calciopoli. E proprio questa vicenda diventa esemplare del momento che stiamo vivendo: dopo l'apparente indignazione, sul ponte di comando del mondo sportivo si rivedono le stesse persone. Moggi pontifica dai talk-show. Come se niente fosse. Ecco una differenza rispetto a Mani Pulite: l'indifferenza o, nel migliore dei casi, la rapida rassegnazione hanno sostituito la profonda indignazione di allora. Di questo si fanno forti i politici che sono finiti nelle intercettazioni telefoniche della Procura di Milano.
Le inchieste sui furbetti del quartierino sono uno dei rari casi in cui la par condicio è stata effettivamente rispettata. Esponenti dei partiti di destra e di sinistra sono ugualmente presenti nelle registrazioni in mano alla Procura. E la reazione dei due schieramenti è stata diversa nei modi, ma non nella sostanza. La Casa delle Libertà è pesantemente chiamata in causa: soltanto l'onorevole Luigi Grillo è stato intercettato 35 volte. Ma qualcosa avrebbe da spiegare anche la Lega che è sopravvissuta grazie ai finanziamenti di Gianpiero Fiorani. E poi altri deputati, alcuni vicinissimi a Berlusconi, che intrattenevano contatti con i furbetti. Lo stesso Cavaliere aveva ricevuto Fiorani in Sardegna ed ha parlato al telefono con i protagonisti della scalata la sera del via libera di Antonio Fazio. Ma il centrodestra è abituato a tutto. Del resto da anni deve rispondere ad accuse di ogni tipo che hanno toccato rappresentanti di tutti i livelli.
Diversa in apparenza la risposta del centrosinistra. Massimo D'Alema e Piero Fassino hanno reagito con un'autoassoluzione che ha convinto forse soltanto loro. Poche frasi lapidarie, stizzite, e la questione è stata archiviata. Ma se erano davvero sciocchezze, onorevole D'Alema, perché non ha rivelato prima il contenuto di quei colloqui, come le avevano chiesto in tanti (molti suoi elettori)?
Si possono anche discutere le parole utilizzate dal gip, ma la sostanza è quella: il contenuto dei colloqui tra i politici e i furbetti loro amici è discutibile. È sicuramente censurabile politicamente, se non penalmente (anche perché i deputati, beati loro, sono protetti da immunità).
Invece Mastella non trova di meglio da fare che attaccare il gip Forleo per difendere la fortezza o meglio, il Palazzo, assediato. E ancora una volta dimostra di non aver capito che la questione morale oggi è ineludibile. Che occorre agire subito prima che questa Tangentopoli silenziosa, serpeggiante travolga un Paese esausto, senza le energie dell'Italia dei primi anni Novanta.
No, non è anti-politico chi oggi si ribella a questa "Casta", come l'ha definita Gian Antonio Stella. Al contrario, lo sdegno che sta montando è frutto proprio della passione politica.
