Genova e la scommessa hi-tech...
Genova e la scommessa hi-tech,manca la cultura del rapporto fra scienza e impresa
Il primo dei miei rari confronti con Carlo Castellano avvenne una trentina di anni fa: comuni amici volevano farci conoscere e combinarono l'incontro in una trattoria di Genova Sestri Ponente. Mal gliene incolse. Già al secondo piatto era rissa: "sessantottino" (il "girotondino" di allora) mi apostofava lui; "cattocomunista" gli rispondevo io.
Per questo ho trovato insolitamente garbata la sua risposta di martedì scorso alle perplessità che - qualche giorno prima e sempre su queste colonne - avevo manifestato riguardo alla favola bella di Erzelli cittadella della scienza.
In sostanza, Castellano mi imputa di non conoscere il progetto in questione (vulgo Leonardo). Di grazia, a quale progetto si riferisce, visto che di Leonardi ne sono già passati una miriade? Certamente non quello iniziale curato da Renzo Piano; a cui il noto architetto ritirò la firma per motivi ancora da appurare.
Probabilmente si riferisce a quello votato in consiglio comunale martedì sera, con un voto singolarmente bipartisan; dalla maggioranza di centrosinistra a Forza Italia. Progetto che sancisce la certezza del migliaio di appartamenti da edificarsi e mantiene l'incertezza sulle imprese che dovrebbero insediarsi, creando nuova occupazione; che non spiega chi assicurerà la bonifica di un terreno altamente inquinato e neppure i collegamenti urbani relativi (tanto che Ingegneria, per trasferirsi, pretende a garanzia migliaia di posti macchina: più che un campus, un garage).
Ma il problema è un altro: come evitare che la cittadella di Erzelli si trasformi nell'ennesima cattedrale del deserto (fenomeno che Castellano - già stratega delle Partecipazioni Statali - dovrebbe conoscere a menadito). Dunque, quali siano le certezze che quanto si è deciso di realizzare diventi un vero ambito di fertilizzazione innovativa. Non dando per scontate cose che tali non sono.
Ad esempio, se ci fossero davvero folle di imprese hi-tech affamate di spazi vitali non si sarebbe dovuto colmare con le Ikee il vuoto creatosi a Campi deindustrializzata. Ammiro Manuela Arata e il suo Festival della Scienza. Però va detto che - ad oggi - l'orientamento alla tecnica dei nostri ragazzi (e delle loro famiglie, dunque della società genovese) resta bassissimo. Come rivelano tutte le ricerche sui percorsi formativi prevalenti.
Soprattutto, quello che manca tuttora è una cultura (o più semplicemente un atteggiamento mentale) favorevole alla relazione generativa tra scienza e impresa. Come lamentano tutti quelli che operano nella ricerca, segnalando la totale sordità alla partnership del nostro tessuto produttivo. Ci sciacquiamo la bocca con i mitici spin-off (le idee nate in ambito di ricerca che diventano nuova impresa hi-tech). Poi, se andiamo a vedere quali e quanti spin-off si sono realizzati dalle parti di Genova, il trionfalismo subisce un vero e proprio tracollo: al 2005 erano quisquilie (sostanzialmente qualche softwarehouse con due o tre addetti).
E allora? Nonostante l'impegno propagandistico profuso, non si vede una concreta, organica, strategia politica volta a far nascere un vero distretto tecnologico (con annessa ciò che l'economista Marshall chiamava "industrial atmosphere"). La comunità di cui si diceva. E l'unica certezza resta la colata di cemento che si trasformerà in abitazioni, ipermercati e altra speculazione. Come già, nel recente passato, è accaduto in quel prezioso triangolo di territorio, alla confluenza tra porto e industria storica del Ponente, che sarebbe stato perfetto quale milieux d'innovazione: Fiumara, ora ridotta a multisala con annesse cattedrali del consumo. Replica degli orrori fioriti lungo la BreBeMi , l'autostrada silos di macchine da Milano a Brescia.
Sicché l'accenno al "maniman" fatto da Castellano (l'intraducibile espressione genovese che significa il non decidere per pavidità nei confronti del nuovo) c'entra come i cavoli a merenda. Semmai più pertinente è l'immortale storiella genovese: "Hai visto? È morto Parodi". "Avrà avuto la sua bella convenienza". Nel caso del Leonardo, le banche titolari dell'affare.
Il Secolo XIX
