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La lettera di Borsellino a un Paese senza memoria

25.07.2007 - Il Secolo XIX

La lettera di Borsellino a un Paese senza memoria

di Ferruccio Sansa

Le fotografie di Paolo Borsellino e Giovanni Falcone, quelle immagini in bianco e nero scattate mentre si scambiavano un sorriso, stanno sbiadendo. Ma Salvatore Borsellino non si rassegna. E a quindici anni dalla morte del fratello scrive una lettera, uno sfogo durissimo, quasi disperato. Appunto, quasi. Rileggendo le parole del fratello del magistrato ucciso dalla mafia ci si accorge che forse dietro all'indignazione c'è proprio un residuo di speranza. E quella parola, «vendetta», che suona quasi stonata se riferita a una persona caduta per la giustizia, come Paolo Borsellino, assume soprattutto il significato della provocazione. Dell'estremo tentativo di un uomo che non vuole rassegnarsi a vedere la morte del proprio fratello perdere significato anniversario dopo anniversario. Commemorazione dopo commemorazione.
No, nonostante tutto Salvatore Borsellino non ha perso la fiducia e l'ira pare essere l'altra faccia dell'amore (per il fratello Paolo, ma non solo). La sua battaglia ormai non è soltanto quella per stabilire la verità su via D'Amelio. E non è nemmeno unicamente una ribellione contro la mafia. È il richiamo a un intero Paese che deve decidere - subito, altrimenti sarà tardi - se vuole finalmente affrontare i suoi mali congeniti: l'illegalità, la mancanza del senso del diritto e quindi della giustizia. Sul banco degli accusati, Salvatore Borsellino mette soprattutto la classe politica. E pare già di indovinare le reazioni dei chiamati in causa: un benevolo silenzio quasi a dire che la lettera di Borsellino è lo sfogo di una persona offuscata dal dolore. O magari qualcuno risponderà puntando il dito contro il "qualunquismo" di chi usa i politici come capro espiatorio.
Macché qualunquismo! Per giudicare le accuse di Borsellino lasciamo che parlino i fatti. Prendiamo la Sicilia : qui il presidente della Regione, Totò Cuffaro (Udc), è imputato per favoreggiamento e per aver rivelato notizie riservate con l'aggravante di aver favorito la mafia. Secondo la ricostruzione della Procura, avrebbe aiutato Michele Aiello, il principale imprenditore della sanità privata siciliana, legato - sostiene il pentito Giuffré - a Bernardo Provenzano.
Intanto Marcello Dell'Utri (Forza Italia) continua a sedere in Senato e a pontificare dai suoi circoli nonostante sia stato condannato in primo grado per concorso esterno in associazione mafiosa.
Sull'opposta sponda geografica e politica non va meglio: alla Regione Calabria - dove governa il centrosinistra - 30 consiglieri su 50 sono inquisiti. Il capogruppo regionale della Margherita è stato condannato a sette anni per truffa. Alzi la mano chi ricorda un discorso di Prodi sulla mafia (di Berlusconi è addirittura inutile fare cenno).
Insomma, da questa classe politica non c'è da aspettarsi granché. Ma Salvatore Borsellino non si rivolge soltanto ai politici. Parla «alle migliaia di persone che ai funerali continuavano a gridare Paolo, Paolo, Paolo». Parla a tutti noi, quindi, che abbiamo poca memoria, che coltiviamo emozioni tanto intense quanto superficiali. Noi che mascheriamo da rassegnazione quello che invece rischia di essere cinismo. Che ci preoccupiamo soprattutto di afferrare con le unghie una fetta di "tesoretto".
Borsellino ci impone di pensare. Ci ricorda che non esistono un'economia sana, un'amministrazione efficiente e una politica decente se non c'è prima una giustizia «uguale per tutti».
Ma che via di uscita indica alla fine Borsellino? «Èâ??ora di lottare finché Paolo e i suoi ragazzi non saranno vendicati. È ora di gridare finché avremo voce per pretendere la verità e di costringere a ricordare chi non ricorda».
Tocca a noi decidere che senso ha la lettera di Salvatore, ingegnere che a 65 anni ha messo in gioco tutto se stesso. Può essere uno sfogo che sbiadisce con il caldo estivo e decreta la morte definitiva di Paolo Borsellino. E può essere il segno di un nuovo risveglio, fatto di rabbia e indignazione, ma anche di speranza. Dipende da noi.

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