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Masone - Una montagna di rifiuti tossici

Sotto pochi centimetri di terra scavando con una zappa sono stati trovati bisturi arrugginiti, flebo, camici, suole di scarpe, calzari, flaconcini di vetro di vari colori, confezioni di medicinali, provette. Una perizia ha già rivelato la presenza di amianto nell’acqua di una sorgente della zona. I rifiuti sarebbero stati depositati abusivamente negli anni Ottanta



SCOPERTA UN’IMMENSA PATTUMIERA DI TRENTA ETTARI
Una montagna di rifiuti tossici
La Procura apre un’inchiesta:
blitz della Digos nelle terre del marchese Cattaneo Adorno
 

E’ un tappeto che affiora sotto l’erba e che la pioggia, i cinghiali e il tempo hanno svelato. Tra i prati e i castagneti, in una distesa di almeno trenta ettari che sa di natura incontaminata, sotto uno strato di appena pochi centimetri di terriccio, qualcuno ha nascosto un’immensa discarica di rifiuti. Apparentemente di un solo tipo: ospedalieri. E’ bastata una zappa. Chissà cosa farebbe una ruspa. In un attimo come reperti inquietanti abbiamo trovato bisturi arrugginiti, flebo, camici, suole di scarpe, calzari, flaconcini di vetro di vari colori, confezioni di medicinali, provette. Masone, località i Piani, le valli del Latte, lembo di Liguria che bussa al Piemonte. In paese c’è chi dice «che lo sapeva».
Ancora recentemente se n’è parlato. Ma ben pochi sanno che adesso, in gran segreto, la Procura ha deciso di aprire un fascicolo. La Digos ha già avviato un lungo sopralluogo. L’area potrebbe essere presto posta sotto sequestro per procedere a scavi che per anni nessuno ha mai ordinato.
 LA PERIZIA - L’inchiesta è stata aperta dal procuratore aggiunto Mario Morisani. Agli atti c’è già una perizia. Ad eseguirla è stato un biologo incaricato da un imprenditore che cinque anni fa prese in affitto l’area con l’obiettivo (diventato poi irrealizzabile) di aprire un’azienda agrituristica. Le conclusioni di questo studio sono allarmanti. Attraverso una decina di “carotaggi” compiuti a campione su varie parti degli oltre trenta ettari del terreno si è stabilito che, mediamente, sotto uno strato di non oltre trenta centimetri ci sono tracce inequivocabili e consistenti di rifiuti: ospedalieri, tossici, edilizi. “Pattume” speciale mai trattato adeguatamente come prevedono le norma e il buon senso. Senza un certo tipo di precauzioni il rischio di gravissimi danni ambientali (pensiamo alla contaminazione delle falde acquifere) è altissimo. E non sarebbero casuali quindi i risultati dell’analisi compiuta su una sorgente della zona: gli esami in laboratorio hanno rivelato che nell’acqua c’è una “significativa” percentuale di amianto.
CENTOMILA METRI CUBI - E’ la massa di terra da movimentare per stabilire cosa si nasconde per trenta ettari sotto un esile strato di erba e terriccio. A stabilirlo è stato il biologo nel corso della perizia. Secondo la quale si ipotizza la presenza di almeno trentacinquemila metri cubi di rifiuti di tutti i tipi.
IL PROPRIETARIO – I trenta ettari fanno parte di un territorio, davvero sterminato, intestato al marchese Giacomo Cattaneo Adorno, il facoltosissimo imprenditore genovese latitante da anni e coinvolto in varie inchieste riconducibili alla “Tangentopoli” genovese di metà degli anni Novanta. L’area si estende da Masone fino al comune di Bosio, in provincia di Alessandria. Attraverso i suoi avvocati il marchese in fuga è stato in causa con una signora di Ovada che a metà degli anni Novanta prese in affitto l’area anche lei con l’intenzione di avviare un’azienda agrituristica. E ha sempre perso. Lo scorso 15 giugno anche il giudice d’appello ha confermato il risarcimento a favore della donna stabilito in primo grado: poco meno di 500 mila euro.
 CHI HA PORTATO I RIFIUTI?- E’ quanto dovranno stabilire la Procura e la Digos. E non c’è solo quello da scoprire. Da quando sono stati interrati? Forse, negli anni Ottanta. Forse, prima. Sui “reperti” che abbiamo recuperato non ci sono tracce leggibili che possano indicare date di produzione o di utilizzo. Su un flacone di plastica la scadenza è scolorita. Uno dei bisturi che abbiamo trovato era quasi deformato dalla ruggine. Sulle flebo le etichette sono state decomposte dalla pioggia e dal fango. Ben difficilmente dalla semplice analisi dei singoli rifiuti si potrà stabilire la data e tantopiù la provenienza.
IL TRASPORTO - Di sicuro c’è che questa massa di migliaia di metri cubi di rifiuti speciali qualcuno l’avrà ben trasportata. E non certo in mondo invisibile. Con ogni probabilità per un certo tempo i camion hanno fatto la spola tra la provinciale e poi su per via Romitorio fino ai Piani. Oltretutto i prati sono collegati alla viabilità comunale da una serie di strade bianche carrozzabili. Larghe, apparentemente sproporzionate. Non è un azzardo pensare che tracciarle con quelle dimensioni non sia stata affatto una casualità.
LA DISCARICA - I trenta ettari sotto i quali sono sepolti i rifiuti speciali confinano con un’area che fino agli Sessanta fu una vera e propria discarica ufficiale. Dove arrivavano rifiuti solidi urbani ma pare anche “speciali” provenienti da altri comuni, compreso Genova. Poi, anche a seguito delle proteste degli abitanti, quella discarica fu chiusa e bonificata. Era un’epoca in cui le normative di salvaguardia ambientale e più in generale in materia di rifiuti erano molto blande. Il sospetto è già in quegli anni oltre alla discarica ufficiale (di circa cinque ettari) anche l’immensa area circostante era stata trasformata, in questo caso abusivamente, in una pattumiera dalle dimensioni sterminate. C’è un’altra ipotesi che lega i due “siti”. Nei trenta ettari potrebbero essere stati trasferiti i rifiuti (non solo quelli ospedalieri) rimossi dalla discarica ufficiale. Insomma una bonifica: rapida e a basso costo per chi l’avrebbe condotta magari prospettando alle autorità competenti destinazioni e budget ben diversi. Un’ipotesi, ripetiamo. Che nessuno però in tutto questo tempo ha mai scandagliato.
ANDREA FERRO  

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