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Mafia albanese - stop dalla legge Pecorella

No all’appello della procura

Mafia albanese - Stop dalla legge Pecorella

di Vincenzo Curia

 

Un altro colpo all’impalcatura accusatoria del “Processo Kanun”, quello alla cosiddetta mafia albanese. Il ricorso della Procura contro l’assoluzione di dodici imputati è stato vanificato dalla “Legge Pecorella”, in forza della quale “le sentenze di assoluzione emesse in primo grado non sono più appellabili dal pubblico ministero”. Una nuova conferma, sotto certi aspetti, che il procedimento a carico dei componenti di una presunta pericolosa organizzazione dedita allo sfruttamento della prostituzione di giovani connazionali e dell’est europeo, al narcotraffico, estorsioni, detenzione e porto di armi, etc, nacque proprio sotto una cattiva stella. Perché le accuse – si ricorderà – rovinarono sotto il peso di 58 assoluzioni con formule ampie su 94 richieste di condanna. Furono azzerati i reati di associazione mafiosa. Il tribunale inflisse complessivi 260 anni di carcere, sugli 855 richiesti dai pm Silvio Franz e Francesco Nanni. Resistettero al vaglio dei giudici addebiti minori e, soltanto per alcuni, quello di associazione semplice. Quattro imputati riacquistarono subito la liberà; rimasero in carcere soltanto in sette. Questi ultimi sono ancora dentro: l’istanza di scarcerazione per decorrenza dei termini nei loro confronti è stata respinta. Nell’ordinanza emessa ieri dalla Corte d’appello (presidente Carlo Caboara; consiglieri Massimo Cappello e Sergio Vallarono; pg Pio Macchivello) si parla di pericolo di fuga, delle personalità degli imputati e della loro tendenza a delinquere, di frequentazioni di ambienti malavitosi, di rapporti con connazionali che potrebbero agevolare la fuga dall’Italia. Trattandosi di vicenda estremamente complessa, sia per il numero degli imputati ancora detenuti, sia per la molteplicità delle accuse, sia per il necessario approfondimento delle singole posizioni, il procedimento è stato aggiornato al prossimo 2 ottobre. Un rinvio inevitabile. Nel dossier originario (500 pagine) erano condensati i risultati di un’inchiesta con pochi precedenti. L’organizzazione veniva descritta cinica e crudele, gruppo malavitoso che aveva rapito, violentato, deportato decine di ragazze. Con storie di episodi brutali, che avevano avuto come teatro Milano, Caserta, Bologna, Firenze, Arezzo, Pisa, Treviso, l’Albania, Chiavari, Lavagna e naturalmente anche Genova.

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