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La pista dei soldi

13.11.2006 – Unità

La pista dei soldi
di Elio Veltri


Le notizie di 'ndrangheta delle ultime 48 ore riguardano l'arresto del giudice Patrizia Pasquin del tribunale di Vibo Valentia, coinvolta in un bel giro di affari della potentissima “famiglia” Mancuso di Limbadi in provincia di Vibo, “socio occulto”, secondo l'accusa, del Melograno Village e l'assalto alla Borsa di Francoforte, oltre all'acquisto di palazzi, alberghi e società, soprattutto in Germania est. In realtà non si tratta di novità. I Mancuso sono leader del traffico di cocaina. Gli unici che trattano con i colombiani direttamente perché accreditati, pagano cash e poi smistano la “roba” a Cosa Nostra e alla Camorra.

Circa il coinvolgimento del giudice arrestato, anche questo è un deja vu, perché la ndrangheta i giudici non li ammazza. Li compra. I fatti si ripetono e dimostrano che le mafie e la ndrangheta in particolare, sono imperi economici che vivono e si irrobustiscono a tre condizioni: intrattenere rapporti sociali e politici e avere tanti soldi. Poichè i nuovi gruppi dirigenti sono “borghesi”, i rapporti sociali e politici preesistevano. Con i soldi li rafforzano e li estendono.
La legge Rognoni-La Torre ha circa 14 anni di vita. Da allora il paese ha le polizie più numerose del mondo e tra le più preparate; è stata costituita la Procura Nazionale antimafia, tanti magistrati e servitori dello Stato sono stati ammazzati; moltissimi imprenditori sono venuti a patti e i pochi che si sono opposti hanno chiuso i battenti; tante trasmissioni tv e film hanno parlato di mafia e l'hanno bollata come un cancro. Perché, allora, la mafia, che pure è un fenomeno umano come ricordava Giovanni Falcone, non solo non è stata battuta, ma si è rafforzata fino a oltrepassare i confini nazionali, non come organizzazione criminale-militare, ma come potenza economia e finanziaria? La ragione è facilmente comprensibile: i tre presupposti si sono rafforzati e la lotta dello Stato è stata affidata fondamentalmente alla magistratura e alle forze di polizia. Se si vuole davvero combattere le mafie bisogna che la politica faccia il proprio dovere e le colpisca al cuore, portandogli via beni e soldi, in modo da metterne in crisi i rapporti sociali e politici. Nei giorni dei delitti di camorra, Enzo Ciconte, lo ha scritto su questo giornale in un articolo dal titolo «Il capitale della mafia» e ha indicato anche alcune misure rapide di intervento che ricordo: costituzione di una Agenzia che si occupi dei beni (c'è già in America e si chiama Marshals Service); controlli dei passaggi di proprietà e delle transazioni immobiliari; attenzione agli investimenti che si fanno a Milano, Torino e Venezia ecc, cioè nei luoghi dove circola denaro e se ne può riciclare altro.

Mentre si fanno le cose che Ciconte suggerisce, però, è necessario censire seriamente i beni sequestrati e confiscati, monitorare i procedimenti in tutte le fasi, dal provvedimento di sequestro alla confisca, per vedere dove sono gli ostacoli che impediscono confische rapide, rimuovendo i responsabili, cambiare la legge. Persino in Germania, il Berliner Zeitung, si è accorto che il commissario per la gestione e la destinazione dei beni confiscati è stato cancellato. Il governo d'Alema aveva nominato il generale Gastone Palmerini della guardia di finanza, il quale, andando persino sul posto, in un anno di lavoro era venuto a capo della mappa dei beni confiscati e destinati, calcolando anche i tempi di sosta nei vari passaggi. Il generale aveva chiesto al governo un anno di proroga dell'incarico per completare il lavoro. Ma il governo lo aveva sostituito con la dottoressa Vallefuoco, licenziata poi dal governo Berlusconi, che ha soppresso anche l'ufficio del commissario. Dalla ricerca fatta dai commissari era risultato che il più delle volte i beni vengono restituiti ai proprietari-prestanome perché nel corso dei processi non è possibile dimostrarne l'appartenenza a una associazione mafiosa;

Infatti, i tempi che vanno dalla proposta di applicazione della misura di prevenzione patrimoniale alla destinazione dei beni confiscati sono di 10-11 anni.

Una presa in giro! Eppure il dottor Laudati, magistrato della procura nazionale antimafia, ha scritto che «non ci sarebbe bisogno di manovre finanziarie se noi riuscissimo ad acquistare il patrimonio della mafia». Ma lo Stato li vuole davvero i beni mafiosi? E li vuole vendere? Il dubbio è d'obbligo. Anche perché negli ultimi anni le confische, già esigue, sono diminuite e non di poco. La verità è che qualche bene confiscato è servito come trofeo per colpire l'immaginario collettivo e i beni mafiosi, valutati mille miliardi di Euro, non sono mai stati presi in seria considerazione per affermare una politica di giustizia e nel contempo economica e finanziaria. Per farlo è necessario cambiare la legge come la Commissione Fiandaca ha proposto nel 1999 al ministro della Giustizia di allora, dopo due anni di studio. Capisaldi delle proposte della Commissione erano e restano «l'inversione dell'onere della prova», che significa che la provenienza lecita del bene la deve dimostrare il possessore; l'applicazione delle misure alle persone giuridiche quali società «finanziarie controllate o amministrate da associazioni mafiose» e la vendita (la proposta è mia) attraverso una cartolarizzazione reiterata.
Se veramente lo si volesse, si potrebbe fare in pochissimo tempo, mobilitando l'intero paese legale e per bene, con l'obiettivo di mettere in ordine i conti pubblici e di investire nei settori cruciali per il futuro del paese. Ma si vuole?

 

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