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Gli indifferenti

Il pendolo sta di nuovo oscillando. Fino ai primi anni Settanta prevaleva, a sinistra, l’ostilità (supportata da robuste «controinchieste» e preoccupati manuali di «autodifesa») nei confronti di pubblici ministeri e giudici. Mentre a destra era d’obbligo esibire solide patenti di paladini della giustizia e slogan all’insegna non solo dell’ordine ma anche della legge. In meno di trent’anni tutto è cambiato. Le destra ha trovato uno dei suoi principali collanti nel tentativo di umiliare l’operato dei giudici e di controllare la giurisdizione. Sui temi della legalità e della giustizia, invece, le forze progressiste hanno maturato nuove sensibilità.

Lo hanno fatto constatando che la giurisdizione può essere - pur coi suoi limiti - garante dei diritti dei cittadini e delle regole di convivenza, nonché fattore di equilibrio del sistema istituzionale. Da qualche tempo, però, sembra doversi registrare un nuovo capovolgimento, ma solo a sinistra. Nel senso che su questo versante riaffiorano (un fiume carsico?) orientamenti che ricordano l'antica ostilità e di fatto portano larghi settori della sinistra a non distinguersi più di tanto dalla destra. Barbara Spinelli (La Stampa, 30 luglio) ha parlato di «trascuratezza in tema di legalità» che consente di scrivere «una storia degli Indifferenti in materia, che nell'ultimo decennio e più hanno perso di vista non solo l'importanza ma anche i benefici delle regole, della buona condotta finanziaria. Che hanno consentito che alla giustizia venisse dato il nome di giustizialismo forcaiolo, alla morale il nome di moralismo...È la storia di come piano piano s'è spenta la passione di Mani Pulite, e la speranza in una classe dirigente rinnovata».

Ecco, gli Indifferenti - a sinistra - vanno moltiplicandosi. Sintomatici, al riguardo potrebbero anche essere l'astio ed il livore (non solo indifferenza!) che da un po’ di tempo a questa parte certa sinistra rovescia su Marco Travaglio, con punte recentissime di speciale durezza in occasione del dibattito sul lacerante tema dell'indulto. Se intervengo, non è come...difensore d'ufficio (ci mancherebbe!). Semmai come amico. Ma soprattutto, per provare a riportare il dibattito sui binari della razionalità.

Inevitabilmente schematizzando, ma spero non troppo, partiamo da quando la destra (berlusconiana e oltre) andò al potere nel 2001. La minoranza ne fu come tramortita e rimase a lungo depressa e silente. A ridarle fiato contribuirono anche le mobilitazioni di piazza sui temi della giustizia (girotondi, Palavobis, marce della legalità ecc.), insieme a nuove forme di aggregazione, ora spontanee ora progressivamente sempre meglio organizzate, che han saputo dare corpo e sostanza alla presenza della società civile sui temi della legalità e dell'onestà anche nell'esercizio del potere.

Migliaia di cittadini, con il loro impegno e con la loro passione - spesso con la loro indignazione - han finito per contagiare (risvegliare?) anche quei politici che troppo presto si erano lasciati vincere dalla rassegnazione. Sono stati tanti i protagonisti di questa faticosa e difficile stagione. Tra loro anche Marco Travaglio. Chi abbia avuto occasione di assistere a qualche sua iniziativa pubblica, sa bene quanta forza di suggestione abbiano i suoi interventi, basati su fatti e documenti a prova di smentita. Sa bene, quindi, che anche a Travaglio va riconosciuto il merito di aver riportato all'ordine del giorno del nostro Paese temi come il rispetto delle regole, il conflitto di interessi, l'eclissi della questione morale, l'attacco volgare ai giudici ad opera di certi interessi gelosi della loro impunità, il laido teorema di indicare come «politicizzati» o «avversari» i magistrati colpevoli di tenere la schiena dritta.

È un merito che può disconoscere solo chi vive chiuso in qualche Palazzo e non ha (o non ha più) sufficienti collegamenti col mondo, chi si illude che una comparsata a «Porta a porta» o un buon rapporto con certi Fogli siano sufficienti. Certo, Travaglio - come tutti - ha i suoi difetti. A volte gli si potrebbe rimproverare una certa tendenza a fare di ogni erba un fascio, oppure l'eccessivo gusto per la «boutade». La sostanza però non cambia ed il merito di fondo rimane.

Ma la storia non è finita. Riavutasi dal ko del 2001, una parte consistente dell’establishment dell’opposizione di allora ha cominciato a mal sopportare questi dilettanti della politica che pretendevano di interloquire. Di qui una sorda, crescente resistenza anche verso i temi della giustizia e della giurisdizione. Soprattutto verso chi continuasse a proporli senza strizzatine d'occhio, magistrati compresi. «Cancro da estirpare» per la destra berlusconiana, la magistratura sempre meno è stata difesa da chi avrebbe dovuto sapere che il vero obiettivo era la legalità.

Si capisce che mai il re ama apparire nudo: vale a dire che fra destra e sinistra vi sono differenze certo abissali, ma vi è anche un filo comune. La politica, senza distinzioni, vive di consenso; se il consenso rischia di affievolirsi oltre certi limiti per effetto di inchieste che disvelino «troppa» corruzione o «troppa» collusione con la mafia, ecco che la politica - tutta la politica - più o meno consapevolmente finisce per non accettare quelle inchieste.

E se prima le sosteneva, ad un certo punto le rifiuta o le svaluta. Ma così, l'Italia delle regole - che pure ha cercato e cerca di affermarsi - vacilla. Se la richiesta o doverosa ricerca di giustizia viene contrabbandata come «oltranzismo giacobino, estremismo militante, giustizialismo, cultura del sospetto», se a queste sporche bestemmie non si reagisce con fermezza e con autentica convinzione, alla fine avranno sempre più spazio l'Italia dei furbi, degli affaristi e degli impuniti. E persino il regolare funzionamento del sistema economico finirebbe per essere gravemente alterato o inquinato.

Non cade dal cielo, allora, una caratteristica dell'ultima campagna elettorale, che ancora Barbara Spinelli rileva essere stata condotta «all'insegna di questo principio: non si sapeva se la battaglia sulla legalità avrebbe fatto vincere, e son state scelte l'indifferenza, l'afasia. Nessuna parola sul conflitto di interessi, sulle leggi ad personam della precedente legislatura, in genere sulla questione morale». Ecco: il pregiudizio e l'aggressione violenta a Marco Travaglio, sol perché le sue idee non collimano con quelle di una certa politica, credo possano inserirsi in questo contesto. Ma sono irrazionali. E l'irrazionalità può generare mostri.

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