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Quando i giudici son di troppo

Ha suscitato molto interesse l'intervento di Romano Prodi su «La Stampa» del 4 gennaio. Si sostiene che «esiste una vicinanza fra politica e centrali economiche che, in alcuni casi, ha debordato oltre i confini: non oltre i confini del lecito dal punto di vista giuridico, ma oltre i confini dell'opportunità politica». Si segnala il pericolo di una «sotterranea deriva qualunquistica secondo la quale la politica è una cosa sporca, i politici sono tutti uguali, pensano solo ai loro interessi...». Si sottolinea la «necessità di trovare tutti un nuovo slancio verso una maggiore trasparenza» e di individuare «nuove regole e nuovi confini per riportare la politica nel suo alveo, se da esso è uscita». Per me - di mestiere giurista - riportare la politica nel suo alveo significa anche impedire che abbiano a ripetersi taluni gravi fatti che nel campo della giustizia hanno turbato questi ultimi anni. E che dimostrano come i politici non siano tutti uguali.

Perché c'è chi, pur criticando certi profili dell'intervento giudiziario, non ne contesta la legittimità (nemmeno quando sia finito nel "tritacarne", sebbene sia rimasto nei «confini del lecito dal punto di vista giuridico»); e c'è invece chi vuole impedire tale intervento ad ogni costo, ovviamente solo quando esso contrasti con i propri interessi, senza rinunziare - per altro - a posizioni di severità e "tolleranza zero" in tutti gli altri casi. Sta qui un decisivo discrimine fra gli schieramenti che si contrappongono nella stagione politica che il nostro Paese contingentemente vive. Un discrimine che nessuna "deriva qualunquistica" può cancellare o sminuire.

Il discorso ruota intorno alle vicende giudiziarie che hanno avuto come protagonisti il Presidente del Consiglio e vari esponenti del suo "entourage". Vicende simili non sono mai casi di ordinaria amministrazione. Hanno una valenza oggettivamente politica ed effetti dirompenti inevitabili. Così è in ogni parte del mondo, dove casi analoghi sono accaduti anche di recente (basti pensare all'inchiesta denominata Cia-Gate, che negli Usa ha portato ad incriminare Levis "Scooter" Libby, braccio destro del Vice Presidente Dick Cheney, mentre è indagato Karl Rove, stratega politico del Presidente George W. Bush). Ma mai è accaduto quel che invece ha caratterizzato negativamente il nostro Paese: che l'esercizio dell'azione penale nei confronti di "santuari" del potere determini la contestazione in radice del processo, da parte dello stesso leader e della sua maggioranza, e la delegittimazione pregiudiziale dei giudici (indicati "tout court" come avversari politici). Soltanto in Italia è stata scatenata una guerra frontale ai giudici e alla giurisdizione, con il connesso rischio di travolgere l'immagine stessa della giustizia. In un crescendo che negli anni si è snodato lungo tappe che a metterle tutte in fila c'è da restare allibiti.

Eccole, queste tappe (con sullo sfondo l'insulto quotidiano ai giudici praticato come una specie di sport nazionale e l'indicazione delle attività di indagine scomode come iniziative sempre "ad orologeria"): la denuncia in sede penale degli inquirenti; la pressoché continua sottoposizione a ispezioni ministeriali e azioni disciplinari dei magistrati preposti ai processi; l'ostentato disegno di inceppare o bloccare i dibattimenti; l'approvazione di almeno tre leggi "ad personam" (la nuova disciplina delle rogatorie, la legge Cirami e il "lodo Schifani": con l'obiettivo rispettivamente di rendere più difficile l'accertamento della verità; sottrarre il processo al giudice naturale; allontanare indefinitamente nel tempo la celebrazione di un dibattimento); la richiesta - formulata da un sottosegretario - di arresto dei giudici autori di una decisione sgradita; la pesante pressione operata dalla maggioranza del Senato (con mozione approvata il 5 ottobre 2001) per indicare ai giudici la «esatta interpretazione della legge» con riferimento ad uno specifico processo.

Tutto questo, secondo il Premier ed i suoi epigoni, si è reso necessario per l'esistenza di un complotto giudiziario non diversamente sventabile. Ma è una leggenda. Una leggenda smentita dai fatti, chè anzi il complesso delle vicende giudiziarie in questione e l'esito delle stesse (di segno alterno, con casi di "assoluzione" che confermano la sussistenza materiale dei fatti, pur dichiarando la prescrizione o l'intervenuta depenalizzazione) dimostra che si è trattato di accertamenti doverosi e che, conseguentemente, la continua evocazione del complotto altro non è che lo sperimentato e studiato sistema per trasformare in verità, grazie all'ossessiva ripetizione, anche ciò che vero non è. Ma tant'è, a questo siamo ridotti. A provare quanto meno ad arginare una valanga di "bufale" che in nessun altro Paese al mondo reggerebbero più di un secondo.

Va poi sottolineato che se l'obiettivo vero erano alcuni specifici processi (per corruzione, falso in bilancio, emissione di fatture false o analoghe "bagatelle"), questi processi non potevano essere contestati da soli, senza che la contestazione perdesse per ciò stesso di credibilità. Per indorare la pillola - indigesta ai cittadini per bene - di difese non "nei" ma "dai" processi; per far inghiottire all'opinione pubblica la pozione avvelenata di soggetti che non ci stanno ad essere sottoposti come ogni altro cittadino al controllo di legalità: ecco la furbata di mettere sotto accusa l'intera stagione giudiziaria in cui quei processi si inseriscono. La stagione, iniziata nel 1992, che ha visto un inedito sviluppo di processi per corruzione e collusioni con la mafia. Di qui le insistite quanto inconsistenti accuse di "politicizzazione" della magistratura, rappresentata come piena zeppa di "toghe rosse" o tout court di comunisti assatanati di giustizialismo persecutorio. Fino al punto di proporre l'istituzione di una Commissione parlamentare di inchiesta «per accertare se ha operato e opera tuttora nel nostro Paese un'associazione a delinquere con fini eversivi, costituita da una parte della magistratura, con lo scopo di sovvertire le democratiche istituzioni repubblicane». Per arrivare infine alla controriforma dell'ordinamento giudiziario, con tutti i profili di evidente incostituzionalità che la affliggono. Una controriforma che si propone di assoggettare i giudici al controllo di un potere politico che per se stesso è refrattario ai controlli. Una controriforma grazie alla quale la cultura della maggioranza politica che ha impregnato la lettura della vicenda giudiziaria italiana dell'ultimo decennio è diventata legge.

Si tratta, come si vede, di questioni cruciali che incidono sulle regole della convivenza e possono alterare l'equilibrio del sistema istituzionale. Questioni che non possono essere relegate, semplicemente, tra le anomalie di una fase politica che pure molto ha di anomalo. Vanno ascritte alle strategie di chi preferisce "servizi" piuttosto che decisioni imparziali e mal tollera, per questo, magistrati indipendenti e gelosi di tale "status". È indispensabile allora cambiare registro. Urge pensare non più alla giustizia che interessa soltanto questo o quello, ma alla giustizia ordinaria: la giustizia del quotidiano che interessa i cittadini comuni. Anche così si può dimostrare un più forte senso dello Stato e del bene comune: quel che la stragrande maggioranza dei cittadini italiani chiede, quale che sia il suo orientamento politico-culturale. Altrimenti le tante parole sulla "giustizia giusta" resteranno quel che sono, al di là della propaganda: uno specchietto per le allodole, buono a consolidare i privilegi di pochi.

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