Mafia e 'ndragheta: una sfida per la democrazia
dal sito della Comunità Progetto Sud
dal numero 69 di ALAGONMafia e 'ndragheta: una sfida per la democrazia
di Renate Sebert
Spesso si parla del fenomeno mafia/’ndrangheta innanzitutto dal punto di vista criminale.
Giustamente. Tuttavia, la criminalità organizzata di stampo mafioso è così particolare e pericolosa in modo specifico, perché ha molto a che fare con la vita quotidiana, con la qualità della vita e con la possibilità o meno di vivere in libertà. Fa parte di una diffusa rappresentazione sociale che le organizzazioni criminali mafiose appartengano al Sud, siano bande criminali che si ammazzano fra di loro e che sostanzialmente non ci riguardano, noi cittadini onesti. Purtroppo, tali idee di senso comune non solo si rivelano proiezioni che cercano di allontanare da noi un fenomeno che comunque è percepito come minaccioso e oscuro, ma sono pericolose, perché banalizzano la presenza di forze insieme economiche, sociali e politiche che hanno una lunga e articolata storia nel nostro paese e non solo. Da gruppi violenti che hanno svolto funzioni essenziali di mediazione tra periferie e centro nei processi di unificazione dello Stato italiano nella seconda metà dell’Ottocento e nel Novecento, le organizzazioni mafiose, oggi, si sono trasformate sviluppando un carattere transnazionale, sono presenti sul piano internazionale – particolarmente in contesti di sviluppo – e tendono a moltiplicarsi e/o a creare alleanze con organizzazioni criminali a carattere mafioso radicate in altri paesi del mondo. La specifica capacità criminale di tali organizzazioni risiede nel fatto che riescono a dominare contemporaneamente processi globali e processi locali, facendo tesoro di una delle loro caratteristiche storiche, vale a dire la capacità del dominio totalizzante su determinati territori e le loro popolazioni. Si tratta di una forma violenta di controllo sociale a carattere totalitario, con caratteristiche di tipo comunitario e personalizzato, che usa in modo strumentale le tradizioni, i riti religiosi, le relazioni parentali, amicali, di vicinanza e clientelari.
Per muoversi contro mafia e ’ndrangheta è molto importante essere inequivocabili sul tipo di interpretazione che si dà del fenomeno: è una questione politica. Sostanzialmente si può dire che ci sono due linee interpretative: una è quella che sostiene che la mafia è un problema che deve essere affrontato esclusivamente dallo Stato e dagli addetti ai lavori, l’altra è quella che sottolinea che ognuno di noi è direttamente e in prima persona, in quanto cittadino o cittadina, implicato, perché la mafia logora il sistema democratico dal di dentro.
Ci sono, infatti, in Italia dei territori dove i diritti civili sono sospesi, dove la stessa vita non è garantita, dove sostanzialmente vige la pena di morte. La criminalità organizzata di stampo mafioso ci minaccia su vari piani, uno dei quali – forse il più importante – è quello della democrazia. Una delle caratteristiche più significative del fenomeno mafia è la “signoria territoriale” (Umberto Santino) che è sintetizzabile in un rapporto di dominio quasi feudale su un territorio. I diritti e i doveri di cui tutti noi godiamo, che dovrebbero essere garantiti ovunque nel paese, qui, nei territori egemonizzati dalle mafie, non valgono. La mafia è una sorta di istituzione totale: non è un regime totalitario perché la mafia non intende prendere il potere esplicitamente o assumere il governo di uno Stato, ma ha un carattere totalitario perché mira ad un controllo sociale totale. Chi è sottoposto alla signoria territoriale della mafia è dominato nel proprio intimo attraverso l’angoscia di morte; la mafia, prima ancora di annientare i corpi, uccide “dentro”: uccide nella psiche, devasta gli affetti, tanto che può accadere che una madre consapevolmente assista all’uccisione del proprio figlio per mano dell’altro figlio, come in quel caso raccapricciante che abbiamo potuto vedere in un videotape trasmesso qualche anno fa in tv. La mafia tende ad abolire la distinzione tra sfera privata e sfera pubblica, la mafia entra nelle famiglie, nelle case. Chi crede di poter delegare la lotta contro tutto questo alle forze dell’ordine sbaglia, perché è impossibile combattere le mire totalitarie della mafia sul mero terreno repressivo.
Mafia/’ndrangheta e democrazia sono inconciliabili, anche se la criminalità organizzata, paradossalmente, ha bisogno di un sistema democratico per prosperare, mentre contemporaneamente soffoca e restringe gli spazi civili e liberi. In un certo senso le organizzazioni mafiose rappresentano il lato oscuro delle democrazie moderne, un “potere informale” capace di esercitare una notevole pressione sulle coscienze dei cittadini e sul sistema come tale. Dove c’è il controllo sociale mafioso si diffonde la paura, diminuiscono le nostre libertà civili: muoversi per strada in sicurezza, gestire liberamente delle attività economiche, votare seguendo un proprio giudizio autonomo, scegliere con chi avere relazioni e con chi no, fino a decidere chi sposare e chi invece no. E ancora: vivere in un ambiente sano, non segnato da discariche abusive pericolose e da altri abusi ambientali e edilizi.
Scrive Amartya Sen, premio Nobel per l’economia: “Che cos’è esattamente la democrazia? Innanzitutto occorre evitare l’identificazione fra democrazia e governo della maggioranza. La democrazia ha esigenze complesse, fra cui, naturalmente lo svolgimento di elezioni e l’accettazione del loro risultato, ma richiede inoltre la protezione dei diritti e delle libertà, il rispetto della legalità, nonché la garanzia di libere discussioni e di una circolazione senza censura delle notizie… La democrazia è un sistema che esige un impegno costante, e non un semplice meccanismo (come il governo della maggioranza), indipendente e isolato da tutto il resto”. Mafia e ’ndrangheta ci fanno regredire quanto meno ad un mero governo della maggioranza.
Sul piano storico le secolari lotte per la democrazia si sono combattute su più fronti. Vorrei citarne innanzitutto due che immediatamente – e in modo del tutto negativo – ci rimandano alla mafia. Il primo consiste nel fatto che il sistema democratico, o, se vogliamo, il processo di civilizzazione nel quale ci riconosciamo, si fonda sulla creazione progressiva di spazi territoriali pacificati al loro interno, vale a dire sull’abolizione della violenza privata (vendette e giustizia da sé), a favore del monopolio della violenza nelle mani dello Stato e delle sue istituzioni che agiscono in base ad un ordinamento trasparente, democraticamente legittimato. La democrazia si è costituita in quanto ambiente che mette i cittadini al riparo dalla violenza arbitraria e agevola la comunicazione fra cittadini e fra cittadini ed istituzioni. La democrazia è il contrario dell’omertà e della minaccia di violenza e di morte: entrambe, invece, caratteristiche fondanti di mafia e ’ndrangheta.
Il secondo fronte decisivo sul quale si è combattuto per secoli e che rappresenta una delle architravi del sistema democratico è il principio dell’uguaglianza, della parità di tutte le persone, come principio morale e come base dell’ordinamento. Notoriamente, quello che potremmo per comodità chiamare l’“ordinamento” interno delle organizzazioni di stampo mafioso è invece, dichiaratamente, antiugualitario: in primo luogo, perché l’organizzazione si autoinveste di una elitaria superiorità (“chi è uomo, lo decido io”) che si traduce nell’arroccare a sé il potere su vita e morte altrui (una prepotenza che incanta e attira facilmente persone deboli e mediocri); in secondo luogo, l’antiugualitarismo della mafia si evidenzia fortemente nel suo sessismo, nel rapporto con le donne e il femminile in generale, ma anche, come mostrano molteplici testimonianze, nelle relazioni con le singole donne, mogli, figlie, amanti e madri.
Democrazia significa poter dire di no, avere un diritto garantito al dissenso, avere il diritto di scegliere. Mafia significa sottomettersi, regredire da cittadini a regredire da cittadini a sudditi.
