Vibo: l'inchiesta divide il Palazzo di giustizia
Terremoto giudiziario A undici giorni dall'operazione Dinasty 2 si colgono i primi commenti. Avvocato propone: si dimetta il Consiglio dell'Ordine
L'inchiesta divide il Palazzo di giustizia
Un magistrato rompe il silenzio: tre anni di indagini hanno dimostrato che qui la struttura è solida
di Nicola Lopreiato
L'inchiesta che ha provocato un vero e proprio terremoto giudiziario, coinvolgendo giudici, avvocati, imprenditori, politici e liberi professionisti, semina tensioni e paure soprattutto nel palazzo di Giustizia. Il rischio che la credibilità della giustizia possa rimanere offuscata da un'indagine che ha portato all'arresto di Patrizia Pasquin, presidente della sezione civile del Tribunale, è veramente alto. Lo avvertono in tanti, lo avvertono soprattutto quanti lavorano negli uffici giudiziari. «Quello che mi auguro – dice una ragazza che attraversa i corridoi del Tribunale a passo svelto con fascicoli sotto il braccio – è che ora si vada avanti. Bisogna fare chiarezza, altrimenti qui c'è il sospetto su tutto e tutti».
Un concetto che fotografa la realtà che da venerdì 10 novembre vive il palazzo di Giustizia. Tanti sospetti ma nello stesso tempo tanta gente pronta a scommettere anche sull'onestà del giudice Pasquin. «Non posso crederci, qui siamo di fronte ad una grande montatura – commenta un avvocato anziano, mentre scende le scale del tribunale – conosco il giudice fin da quando è arrivata in questo Tribunale, sono pronto a scommettere tutto sulla onestà».
Parole che non smuovono di un millimetro, che non fanno cambiare idea a chi aspetta l'evoluzione dell'inchiesta, a chi pensa addirittura che da un giorno all'altro potrebbe esserci una nuova ondata di provvedimenti restrittivi, perché convinto che «per decenni nel Palazzo molte cose non sono andate come avrebbero dovuto. Qui la giustizia è stata amministrata a loro uso e consumo. E penso che la colpa di tutto ciò non sia solo della Pasquin...».
Opinioni forti, raccolte nei corridoi del Tribunale, che danno la dimensione di uno stato di tensione piuttosto imbarazzante e di fronte al quale nessuno si sente di prendere posizione apertamente. «Se lei non fa il mio nome io sono pronto a dire la mia opinione, altrimenti lasciamo perdere...». E poi aggiunge: «Questa è una vicenda sconvolgente, una pagina triste per la nostra giustizia. Auguriamoci che arrivino subito gli ispettori che il ministero della Giustizia ha detto di voler inviare, altrimenti qui si andrà avanti sempre con il sospetto, con il timore che dietro ogni sentenza ci sia qualcuno che manovri, che tratti con i giudici».
La sfiducia, quindi, sembra prendere il sopravvento. Anche se non manca chi ritiene che bisogna state molto attenti, a non fare di tutta l'erba un fascio. E nei corridoi della Procura un magistrato rompe il muro del silenzio: «Ho letto che le indagini sono andate avanti per tre anni. Bene, allora permettetemi di dirvi che se i risultati sono questi, allora il palazzo è solido, non trema, contrariamente a quanto avete scritto in questi giorni. Immagino che in tre anni questi uffici siano stati fotografati da cima a fondo... Ora lasciateci lavorare».
Ma l'inchiesta Dinasty 2 - do ut des" è sconvolgente. Le oltre centomila intercettazioni raccolte su Patrizia Pasquin, unite a tutti gli altri colloqui registrati tra le molte delle persone coinvolte, rappresentano una montagna di accuse costruita dai pubblici ministeri della Procura distrettuale di Salerno che non sarà facile demolire. Lo stato di tensione si coglie anche negli ambienti dell'avvocatura. Il presidente Antonino Pontoriero preferisce non commentare. Si è consegnato al silenzio dal giorno in cui si è scatenato il terremoto. Il consiglio dell'Ordine si è riunito e in quell'occasione i consiglieri coinvolti hanno deciso di autosospedersi. Gli atti sono stati inviati all'Ordine di Catanzaro competente per i relativi provvedimenti. Ma l'operato dell'Ordine di Vibo non viene condiviso da molti: «Ho l'impressione che molti colleghi coinvolti non abbiamo ancora capito l'entità del danno che hanno fatto a tutto il Foro», dice un avvocato con i capelli bianchi...». Mentre qualche giovane si spinge oltre e arriva a proporre una soluzione definitiva, un colpo di spugna per pulire tutto lo «sporco» che l'inchiesta ha schizzato sulla categoria: «Si dimetta l'intero Consiglio. Si proceda subito ad un'assemblea generale per discutere. Oggi ci giochiamo una partita importante, che va oltre la semplice occupazione di una poltrona: il Foro si gioca tutta la sua credibilità».
Patrizia Pasquinin carceredal dieci novembre insiemead altre 12 persone
Terremoto giudiziario L'inchiesta della Distrettuale di Salerno accende i riflettori sul potente clan di Limbadi e mette in evidenza la sua forza di penetrazione
Dietro gli affari l'ombra dei Mancuso
La cosca incassa una quota di 53mila euro sui finanziamenti destinati alla Melograno Village srl
di Marialucia Conestabile
Da che parte si giri la frittata, in un modo o in un altro, si finisce sempre col parlare dei Mancuso di Limbadi.
Le varie inchieste condotte negli ultimi anni hanno posto in risalto la capacità di penetrazione della locale di Limbadi negli ambienti "che contano", sia a livello locale sia in ambiti più ampi. Nella recente operazione – tra l'altro simbolicamente denominata Dinasty 2 – rientra, a vario titolo, il nome dei Mancuso o per "grazie" ricevute o per affari che si intrecciavano a quelli di imprenditori locali e a interessi che avrebbero fatto capo al magistrato Patrizia Pasquin. Un ulteriore dimostrazione di quanto il binario delle attività della holding di Limbadi viaggiasse parallelo a quello del Vibonese, anzi fosse a esso legato a doppio filo. Nell'ultima inchiesta, sfociata nel blitz della Squadra Mobile su ordine della Procura distrettuale di Salerno, si svelano vicende legate ai Mancuso, a favori che avrebbero avuto in ambiti di misure di prevenzione e sequestro di beni, innanzitutto. Nell'ultima inchiesta si racconta però anche di come parte di un finanziamento pubblico ai Mancuso – o meglio allo zi 'Ntoni – sia finito e dell'interesse che questi avrebbe avuto nella realizzazione del Melograno Village. In questo affare avrebbe incassato – per tramite dell'imprenditore Antonino Castagna – 53mila euro, parte dei fondi (circa un milione di euro) assegnati come prima tranche al progetto Melograno Village.
Lo zi 'Ntoni altro non è che Antonio Mancuso, del '38, una delle figure carismatiche del clan che per un certo periodo avrebbe assunto il ruolo di leader all'interno della "famiglia" cercando di dirimere i contrasti sorti all'interno di essa e tra le sue ramificazioni.
Articolazioni che, di fatto, hanno spaccato un nucleo da sempre granitico e per questo a lungo impenetrabile. A determinare le fratture l'arresto di Luigi del '54 (alias Loigina), fratello di Antonio, e del nipote Giuseppe (Peppe), del '49 (alias 'mbrogghjia) – entrambi stanno scontando l'ergastolo – con la conseguente nascita di articolazioni "autonome" a capo delle quali si pongono i fratelli dei due boss. E così il gruppo che fa capo a Luigi Mancuso viene diretto dal fratello Cosmo, detto Michele, mentre gli antagonisti si riferiscono a lui come Michelina; mentre quello che fa capo a Peppe Mancuso risulta diretto dal fratello Diego, alias Mazzola.
In un certo modo in una posizione super partes si pone appunto lo zi 'Ntoni, mentre contestata è la figura di Pantaleone Mancuso, del 47, alias don Luni, fratello di Antonio, Luigi e Cosmo. Don Luni, infatti, è molto chiacchierato da entrambi i rami del clan i cui massimi esponenti ritengono che egli gestisca, per proprio tornaconto, gli affari di famiglia. Inoltre viene indicato come amico di molti imprenditori e – da come emerso nel corso dell'indagine della Dda di Catanzaro – come persona «che tramite altri parla con le forze dell'ordine» e da queste viene protetta assieme alle Logge massoniche occulte delle quali farebbe parte.
Il piatto forte di don Luni sarebbero le strategie messe in atto «per condizionare le scelte amministrative di Comuni di loro interesse» o anche «per "avvicinare" giudici al fine di "aggiustare" processi e rappresentanti delle forze dell'ordine per ottenere benefici di vario tipo». Infine avrebbe, appunto, rapporti con personaggi appartenenti a logge massoniche.
Inoltre, la Dda di Catanzaro e la squadra mobile di Vibo non solo hanno "fotografato" le dinamiche interne al clan ma ne hanno anche delineato il raggio d'azione. Così emerge che la locale di Limbadi condizionerebbe «le scelte commerciali di diversi imprenditori che sono dirottate su ditte compiacenti, appendici pseudo-legali di personaggi malavitosi»; controllerebbe «il traffico di mezzi pesanti da cantiere rubati al Nord» che poi, dopo alcuni passaggi da intermediari e compiacenti, arrivano in Calabria per essere piazzati. Altra "specialità" del clan sarebbero i tentativi di infiltrarsi «in grosse opere pubbliche, quali la neo gestione del porto di Tropea, l'ammodernamento della Sa-Rc, i lavori di metanizzazione, un costruendo porticciolo a Joppolo e diversi lavori in cemento» lungo la costa da Briatico fino a Nicotera, mentre il gruppo che fa capo a Diego Mancuso reinvesterebbe il denaro in locali pubblici e attività commerciali di Tropea.
La "famiglia"
Due articolazionie un sottogruppo: è volto più attuale del clan Mancuso di Limbadi, un tempo granitico e per questo a lungo impenetrabile, oggi meno compatto a causa di contrasti interni.
Sei le figure di peso all'interno della "famiglia" ma con alcuni distinguo. I fratelli Antonio e Pantaleone ('47) Mancuso infatti, mantengono una posizione super partes rispetto al gruppo che fa capo al loro fratello Luigi, che finisce in carcere e passa il comando al fratello Cosmo. Posizione equidistante anche per il gruppo riconducibile a Peppe Mancuso (nipote di Luigi, Antonio, Pantaleone e Cosmo) il quale quando va in carcere passa il testimone al fratello Diego.
Don Luni (Pantaleone) è la figura più contestata dal clan. Viene indicato quale amico delle forze dell'ordine e sarebbe stato in grado di "avvicinare" giudici per "aggiustare" processi.
Una parte dell'acconto per il melograno Village sarebbe finito ad Antonio Mancuso
Così Mico Mancuso cercava di sfuggire alla sorveglianza speciale
Il favore da chiedere al giudice per intercessione di Totò "u tappu"
Un favore da chiedere per Domenico (alias Micu nijia) Mancuso, figlio di Peppe, al fine di tenere buoni i Mancuso verso i quali sarebbe stato debitore di una rilevante somma (67mila euro). E il favore Antonio Ventura (alias 'u Tappu) avrebbe dovuto chiederlo all'avvocato dell'Inps, termine cifrato per indicare il giudice Patrizia Pasquin. In effetti all'epoca il magistrato aveva in trattazione la richiesta riguardante la misura di prevenzione con l'obbligo di soggiorno per Mico Mancuso, solo che l'ultima udienza fu fissata il 25 novembre del 2003 e la Pasquin già da luglio dello stesso anno non presiedeva più il collegio per in applicazione della variazione tabellare.
Comunque, di Ventura e degli affari che avrebbe avuto in corso Mico Mancuso e lo zio Diego ne parlano durante un coloquio intercettato (il 15 gennaio del 2003) nel carcere di Pesaro. Allo zio che gli chiedeva del Tappu , il nipote risponde: «... Ha detto... che lui come prende i soldi... pensa subito. che deve fare un lavoro grosso... ha detto che pensa per tutti...». In un'altra occasione Mico fa riferimento a una terra da vendere: «Totò u Tappu dice che si vuole vendere una terra... che se riesce a venderla acchiappiamo qualche paio di milioni...» e lo zio di rimando: «Mangiamo o mangiano».
Nell'intercettazione del 15 gennaio 2003 Diego Mancuso cerca di mettere in guardia il nipote su Ventura – «Che sa lui... che è traggiratore lui... che è amico della Polizia... Che s'è venduto pure a tuo padre...» – fino a che il discorso non scivola sulla dottoressa Pasquin. A tirarla in ballo è Mico che dice allo zio: «Ieri mi hanno detto. E la Pasquin lui la conosce...». «Come?...» gli chiede Diego e lui ribadisce: «La Pasquin... l'altra volta mangiavano... mangiano con la Pasquin al giorno... se mi fa il favore di non darmi la sorveglianza!... Solo questo ho sistemato...». «Se vuole...», ribatte Diego Mancuso per poi aggiungere: «La Pasquin è amica con tutti... con tanti... non è che vuole... se glielo fa il favore?... Pare che la Pasquin non è amica con tutti?». (m.c.)
