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Quinta Giornata di lotta contro la criminalità


Quinta Giornata di lotta contro la criminalità, l'illegalità e per lo sviluppo economico e sociale
Costantino (Cids): reagire è il compito delle Istituzioni

di Loredana Nicolò


«Chiedo giustizia per l'intera Locride e vi dico: impegnatevi! Ciascuno di voi, nei rispettivi ruoli, datevi da fare perché altrimenti questa terra neonata non diventerà mai grande». Queste vibranti parole, pronunciate da Liliana Esposito, madre di Massimiliano Carbone, ucciso nel settembre 2004 - presente insieme ai familiari di Renato Vettrice scomparso dall'agosto 2005 -, sono state il punto più alto e commovente dell'annuale assemblea tenuta dal Comitato interprovinciale per il diritto alla sicurezza (Cids) nel contesto della quinta Giornata di lotta contro la criminalità, l'illegalità e per lo sviluppo economico e sociale.

Al dibattito, tenutosi ieri nell'aula consiliare di Palazzo San Giorgio e moderato dall'avv. Paolo Federico, hanno partecipato l'europarlamentare Armando Veneto, il sostituto procuratore della Dda di Catanzaro Gerardo Dominijanni, il consigliere regionale Antonio Acri, il presidente nazionale de "I Socialisti" Saverio Zavettieri, il presidente della Camera di Commercio Lucio Dattola, il presidente del Cids Demetrio Costantino.

È stato Demetrio Costantino ad introdurre i lavori, ribadendo come la questione sicurezza sia «centrale e prioritaria» per la vita del Paese e richiamando l'esortazione dell'arcivescovo Mondello ai politici acché siano «coerenti».
Il presidente del Cids ha tra l'altro ricordato un dato contenuto nella relazione semestrale della Direzione nazionale antimafia, inerente «l'altissima densità criminale in Calabria (27%): ovvero su circa 2 milioni di abitanti 540 mila sono malavitosi». Ecco perché «non bisogna fingere di non capire la gravità della situazione. cosa che molti politici fanno» ha aggiunto Costantino. «Compito di chi guida le Istituzioni è: reagire». Rinnovato dal Cids l'appello a «fare piena luce sull'omicidio Fortugno», con l'invito ai politici a «supportare l'azione di magistratura e forze dell'ordine» poiché «uno Stato moderno non può fare affidamento solo sui pentiti. C'è bisogno della collaborazione di tutti». Quanto ai familiari delle vittime della 'ndrangheta, «lo Stato può attenuarne il dolore rendendo loro giustizia e facendo in modo che vi sia certezza della pena».

Il diessino Antonio Acri, componente della Commissione regionale antimafia, ha affermato la necessità di affrontare il problema sicurezza in Calabria «iniziando a coprire i pesanti vuoti negli organici della magistratura», fornendo quindi tutti gli strumenti necessari a condurre la lotta alla criminalità. Acri ha sottolineato come nel 2005 gli episodi criminosi abbiano avuto un'impennata «soprattutto in termini di efferatezza», osservando poi come sulla proposta di legge regionale inerente un Sistema integrato di sicurezza (Sis) «per la prima volta si sia registrata l'unanimità in Commissione regionale antimafia», puntando ad una «presa in carico del problema» a fronte di un'usuale «deresponsabilizzazione dei governi locali» che rimandano la domanda di sicurezza agli organi "tradizionali" dello Stato (magistratura e forze dell'ordine). Il "Sis" punta quidi ad un «legittimo spazio legislativo in ambito regionale cosicché ogni città indichi le priorità e il mix d'interventi ritenuto più opportuno ad un percorso di sicurezza né facile, né scontato. Perché fare antimafia vuol dire esporsi, con responsabilità diretta».

Tre gli strumenti di lotta alla criminalità indicati dal magistrato Gerardo Dominijanni, al termine di un intervento che ha messo a nudo le difficoltà dell'attività giudiziaria, acuite a suo dire dal decreto Bersani. E dunque: prevenzione, con il coinvolgimento della società civile e della politica; repressione, da alimentare investendo più risorse nella magistratura e nelle forze dell'ordine; riforma del codice di procedura penale «soprattutto con lo snellimento nella durata dei processi»

Con un detto di saggezza popolare (i guai 'ra pignata i sapi a cucchiara chi mania), il primo cittadino di Pazzano, Salvatore Fiorenza, ha osservato che i sindaci devono poter trasferire la conoscenza del territorio nell'azione di prevenzione dei fenomeni criminosi, da debellare «con azioni di educazione alla legalità all'interno della famiglia, della scuola, del lavoro, delle politiche sociali» per «attrarre i giovani, nostra ricchezza e nostro futuro, sottraendoli a modelli di vita più facili ma illeciti».

La scarsa presenza delle Istituzioni è stata evidenziata da Saverio Zavettieri, il quale ha rimarcato le responsabilità dell'informazione, si è interrogato sui meccanismi del consenso elettorale e «su quali risposte e quali comportamenti siano stati attuati in quest'ultimo anno da non dimenticare». Ed ha aggiunto: «Sono stati creati tanti, troppi organismi (Osservatorio regionale sulla criminalità, Commissione antimafia, assessorato regionale alla sicurezza) che sembrano risposte superficiali e di comodo» mentre «bisogna praticare la cultura della legalità», perché «dipende da ciascuno di noi, dagli esempi della politica, a fronte di un "blocco sociale" che osta alla questione sicurezza».

Secondo Lucio Dattola «la mafia non va studiata, va combattuta» compiendo «quel salto culturale necessario a fronte di uno stato di barbarie evidenziato dalle quotidiane intimidazioni». Una situazione cui la politica «è chiamata a dare risposte, al di là della creazione di inutili organismi».

Il sindaco di Reggio, Giuseppe Scopelliti, ha esortato a «dare risposte ai tanti delitti impuniti, per rafforzare il senso dello Stato sul nostro territorio» con la politica che «dev'essere da esempio. Governare le nostre città non è un privilegio: è una missione alimentata dalla voglia di mettersi al servizio della comunità». E, alla luce del recente attentato al Palazzo municipale, Scopelliti ha detto con fermezza: «Reggio è una città in crescita e non può essere ricattata» perché «le Istituzioni sono di tutti e vanno tutelate a prescindere dal colore politico».

In conclusione l'on. Armando Veneto ha dato atto dell'"opera meritoria" svolta dal Cids, rimproverando alla politica di «nutrirsi di cellulosa, di apparenza e di parate: non bisogna predicare la legalità, bensì praticarla. La battaglia per la sicurezza non è solo lotta antimafia, ma contro ogni forma di illegalità e sopraffazione». Quanto alla Calabria «non andrà da nessuna parte se non si cambia marcia, se non imparerà ad essere "eroica", ad andare oltre la semplice gestione del presente. E in tal senso una sfida terribile viene dall'Unione europea dove, dopo l'ingresso di Bulgaria e Romania (gennaio 2007), presto cesseremo di essere regione "obiettivo 1" e di avere fondi che, ad oggi, abbiamo sprecato per mancanza dei controlli di primo e secondo livello, come denunciato dalla Corte dei Conti. Viceversa, in politica "anche la moglie di Cesare dev'essere onesta". Il problema autentico resta la costruzione di una cultura della legalità, a partire dai piccoli-g randi gesti. Dobbiamo prenderne coscienza. Come pure – ha concluso l'europarlamentare Veneto – occorre capire che bisogna investire in una nuova classe dirigente, creando un'euroburocrazia competitiva, smettendola di pensare alla politica come convenienza personale».

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