Mafia genovese. Settanta imputati, un' inchiesta infinita.
Settanta imputati, un' inchiesta infinita.E un giudice, Anna Canepa, da sempre nemica di Cosa Nostra
Mafia genovese, ultimo atto
Processo record, oggi le richieste dell' accusa Tutto cominciò ventitrè anni fa con il primo soggiorno obbligato. Ecco come la Piovra mise le mani sulla città Il magistrato in prima linea: 'Il loro obiettivo è il controllo delle attività economiche. E questo si ottiene anche grazie all' omertà'
di MASSIMO CALANDRI
massimo calandri COMINCIO' tutto con il primo «soggiorno obbligato», 23 anni fa: si chiamava Salvatore Fiandaca e veniva da Riesi, fu il Tribunale di Caltanissetta a cacciarlo dalla Sicilia e dirottarlo nel capoluogo ligure, dove - ci scommettereste? - giuravano che non avrebbe più combinato guai. Nel giro di un paio d' anni a Genova mise radici la prima «decina», quella nissena: con i Fiandaca, e agli ordini di «Piddu» Madonia, c' erano Salvatore Riggio e Angelo Stuppia (ucciso a revolverate davanti al Celesia di Rivarolo), quelli che avrebbero dato vita alla «stidda», scheggia impazzita della Piovra. Poi arrivò la «decina» di Vallelunga, con Di Giovanni e Lo Iacono, e quella dei «gelesi», con Aglietti, Morso e Monachella e soprattutto gli Emmanuello, ultimi a sbarcare all' ombra della Lanterna, nell' 89. Fu un esordio violentissimo, con sparatorie ed incendi finalizzati ad imporre il «pizzo» ai locali notturni ed agli esercizi pubblici. Dal racket alla gestione di toto e lotto nero, gioco d' azzardo e bische clandestine. Quindi il mercato della droga, per finire con l' ultimo business: i videopoker. La storia della Mafia a Genova la sta scrivendo una giovane donna dallo sguardo dolce, due occhi chiari che in questi giorni tutti hanno paura ad incrociare. Una che quando era poco più d' una ragazzina, ma già magistrato, rischiò di saltare in aria proprio in Sicilia. Una gentilissima «lady di ferro» che da circa un mese si chiude in ufficio alle otto, un ufficio sommerso dai faldoni di questo maxiprocesso, e lascia il tribunale che è quasi mezzanotte. Anna Canepa, pm della Direzione distrettuale antimafia, oggi dovrebbe leggere nell' aulabunker gli ultimi capitoli dell' epopea genovese di Cosa Nostra: la requisitoria terminerà con le richieste di pena nei confronti di 69 imputati. In ballo ci sono vent' anni di crimini - 23, per la precisione _, una lunga cronaca nera che Genova sembra quasi aver rimosso, tanto assiste distratta all' appuntamento. Eppure, basta fare la conta degli avvocati che siedono dall' altra parte per realizzare quanto importante e coinvolgente sia questo dibattimento: Emanuele Lamberti, Sandro Vaccaro, Giovanni Ricco, Enrico Franchini, Monica Tranfo, Mario Iavicoli, Maurizio Mascia, Pietro Bogliolo, Stefano Sambugaro, Vittorio Pendini, Raffaella Multedo, Romano Raimondo, Patrizia Maltagliati, Salvatore Bottiglieri, Lia Vinci, Antonio Lerici, Ferdinando Canegallo, Giulio Orlando, Sabrina Franzone, Mauro Gradi, Raffaele Caruso, Bongiorno Gallegra e altri ancora, ci sono i legali «storici» e giovani rampanti. C' è un maxischermo per il collegamento con gli imputati detenuti lontano, nelle gabbie siedono alcuni dei presunti «mafiosi». C' è una straordinaria inchiesta realizzata dai carabinieri del Raggruppamento Operativo Speciale qualche anno fa, quando a dirigerli era quel Mario Mettifogo che ha lasciato il capoluogo ligure per diventare il numero 2 del Ros, il reparto scelto dell' Arma. Ma soprattutto ci sono Anna Canepa e la sua requisitoria, un lucido e coraggioso atto d' accusa per ricordare le spartizioni del territorio genovese, l' arrivo degli Emmanuello che prima spostano l' asse «gelese» da Ponente al centro storico (San Bernardo, Maddalena) e poi entrano nella gestione di toto e lotto clandestino subentrando a Marietto Rossi e al «clan degli ergastolani (ricordate l' omicidio di Gaetano Gardini, alla Buca di San Matteo? Era l' ottobre del '90), i summit nei ristoranti per decidere l' ammazzamento di questo o di quello, l' ombra lunga di Giuseppe Madonia. E, paradossalmente, quelle «silenziose» minacce della Piovra: «Perché questi sono i presupposti della Mafia _ ha spiegato Anna Canepa _: la commissione dei reati, il controllo delle attività economiche, ma soprattutto l' utilizzo della forza di intimidazione che fa leva sul vincolo associativo. E l' omertà: all' interno del gruppo, e fuori». La mafia, l' omertà. A Genova. Vogliamo davvero fare finta di nulla?
