Se il Biscione mangia il Leone
24.06.2005 - Diario
Se il Biscione mangia il Leone
Ricucci apre la strada, poi arriverà uno con soldi e strategia.
La profezia di Ubaldo Livolsi, uomo di Silvio
Un grande banchiere del Nord dice a Diario: «Se perde le elezioni e torna a occuparsi dei suoi affari a tempo pieno, ne vedremo delle belle. Quello ha i soldi e le capacità per comprarsi l’Italia». Quello è Silvio Berlusconi. E l’alternativa che si apre, di qui a un anno, è secca. O vince le elezioni e governa l’Italia, trasformando profondamente (in peggio) le regole della democrazia e mettendo in salvo per sempre i beni per le sue famiglie. Oppure le elezioni le perde, e allora si scatena: il capitalismo italiano è a una svolta, i vecchi poteri non tengono più, gli ex salotti buoni (da Rcs a Mediobanca, fino a Generali) sono sotto attacco e non potranno resistere a lungo, se agli immobiliaristi della rude razza romana si unirà chi ha soldi, strategia e alleanze per far saltare il banco.
Berlusconi ci aveva già provato, a entrare nel cuore del capitalismo italiano. Come ha ricordato Alberto Statera, nel 1979 tentò di mettere sul piatto una trentina di miliardi di lire per comprare un 3-4 per cento di Generali ed entrare nel consiglio d’amministrazione. Gli rispose, per iscritto, Cesare Merzagora: no grazie, noi del Leone di Trieste non vogliamo palazzinari. Da allora il Biscione è sempre stato tenuto fuori dai circoli della grande finanza del Nord. L’unico pezzo d’Italia che Berlusconi non è ancora riuscito a conquistare.
Ora i giochi si sono riaperti e il Biscione potrebbe saldare vecchi conti in sospeso. Ad avviare le danze sono stati i nuovi outsider. Il Gianpiero Fiorani di Lodi, di professione banchiere creativo, che per assaltare Bnl e Antonveneta mette a rischio la sua Bipielle e poi chiede i soldi ai clienti, offrendo warrant e abbonamenti al Touring club. E il Chicco Gnutti di Brescia, «capitano coraggioso» dell’assalto a Telecom. E il Giovanni Consorte di Unipol, banchiere rosso vicino a Massimo D’Alema. E, per finire in gloria, Stefano Ricucci detto Gastone, ex odontotecnico che si spacciava per dentista e ora si spaccia per finanziere alla conquista del Corriere (e in tanti, anche a sinistra, gli danno credito).
Di una compagnia così male assortita non ci sarebbe bisogno di preoccuparsi, se non fosse che i salotti buoni oggi sono così malmessi che qualunque Ezechiele lupo, con il suo soffio, può riuscire a far crollare la casa.
Ci aveva tentato un certo Michele Sindona, con i soldi del Vaticano e di Cosa nostra, ed era stato respinto da Enrico Cuccia. Appena in tempo: finì in bancarotta, con una condanna per omicidio (del commissario liquidatore delle banche sindoniane, Giorgio Ambrosoli) e una dose di stricnina nel caffè (aveva scelto partner d’affari molto severi, inflessibili).
Aveva scalato la finanza italiana anche il ragionier Roberto Calvi, successore di Sindona in certi riciclaggi di soldi a rischio: finì anch’esso in bancarotta, terrorizzato e in fuga, infine appeso a un ponte sul Tamigi con qualche mattone in tasca.
Ci riusciranno ora, e senza le precedenti disavventure, Ricucci, Fiorani e appendice rossa? Riusciranno a nobilitare se stessi e a cambiare volto al capitalismo italiano? Certo quel che non si vede all’orizzonte è uno straccio di progetto strategico, che strappi questo Paese al destino di declino dell’industria. L’Italia sembra avviata a diventare il campo in cui scorrazzano vecchi e nuovi finanzieri, producendo ricchezza per sé ma non valore per il Paese. In questo quadro, Berlusconi, una volta che la razza mattona avrà fatto da ariete, rinuncerà a raccogliere i risultati, buttando alla fine sul piatto gli unici soldi veri di tutta questa storia? Il Biscione, questa volta, potrebbe mangiarsi il Leone. E non ci sarà alcun Cuccia a mediare, alcun Merzagora a bloccare.
Che Silvio potrebbe essere della partita è annunciato da più d’un segnale. Il più lampante? L’intervista di Aldo Livolsi al Sole 24 ore, il 21 giugno, che decreta la fine dello status quo, quello delle grandi famiglie ormai tramontate e delle banche arroccate a difendere un mondo che non c’è più; e annuncia l’arrivo di una radiosa era nuova per il capitalismo italiano. Si presentano sulla scena «nuovi attori»: Ricucci, certamente (di cui Livolsi è advisor). E poi?
Livolsi lo spiega in una frase: «Ricucci può inizialmente essere l’uomo che apporta i primi capitali, che dà una scossa per valorizzare gli asset non pienamente sfruttati, per poi essere affiancato da uno o più soci-industriali capaci di portare contenuti e strategie di business». Chiaro? Ricucci sfonda, poi arriva lo stratega. Detto da Livolsi, ex manager di Berlusconi che ancora siede nel consiglio d’amministrazione di Fininvest, sembra un piano d’attacco.
Se a questo si aggiunge la possibilità che gli acquisti di azioni Generali delle ultime settimane siano manovrate da Tarak ben Ammar, imprenditore televisivo franco-tunisino che già in passato ha reso preziosi servigi a Berlusconi, il quadro è completo. Tarak ha smentito. Ma le scalate riuscite sono quelle in cui il cavaliere (bianco o nero?) si palesa solo alla fine.
Berlusconi, poi, avrebbe qualche problema perfino in Italia a dire ora in pubblico che lui, padrone della politica e della tv, di Mediolanum e della Mondadori, punta a scardinare gli equilibri di chi lo aveva respinto, a conquistare il maggior quotidiano italiano e una delle compagnie d’assicurazioni più grandi d’Europa.
Meglio aspettare le elezioni, poi si vedrà. Il Leone dorme, il Biscione ha appetito.
Dopo l’intervista del 21 giugno sul Sole 24 ore al finanziere ex Fininvest Ubaldo Livolsi («Ricucci può inizialmente essere l’uomo che apporta i primi capitali... per poi essere affiancato da uno o più soci-industriali capaci di portare contenuti e strategie di business»), Silvio Berlusconi in persona – come evocato dal nulla – ha detto la sua: non ho alcun contatto con Stefano Ricucci, escludo ogni relazione «con il mio gruppo» (ma il presidente del Consiglio non aveva risolto il conflitto d’interessi?); però lo difendo perché «dà fastidio ai cosiddetti poteri forti». Quanto alle domande sulle origini dei soldi di Ricucci, Berlusconi dice di «non essere in sintonia con le critiche» (figurarsi, non ha ancora risposto sui soldi suoi!).
Stesso giorno (23 giugno), stessa simpatia: anche a Piero Fassino, segretario dei Ds, Ricucci piace: «incomprensibile la puzza sotto il naso» che circonda i palazzinari, dichiara a Sky Tg24. Intanto Ricucci e la sua holding Magiste (come anche Chicco Gnutti e la sua Fingruppo) sono indagati dalla procura di Milano per aggiotaggio. Ma la notizia non sembra sfiorare Berlusconi né impressionare Fassino. Non una parola sul rispetto delle regole e sulla trasparenza. Ricucci è difeso (sul Corriere del 22 giugno) anche da veri esperti del ramo, come l’ex latitante Romano Comincioli e l’indagato per bancarotta Paolo Romani. Con questi chiari di luna, la difesa delle regole se l’assume il leader di Confindustria Luca Cordero di Montezemolo: «Quando in Italia negli anni passati si sono verificati fenomeni di cui non si sapeva bene l’origine, o sono spuntati capitali ingenti dalla provenienza misteriosa, spesso ci siamo trovati di fronte a delle sorprese...».
Intanto, sul fronte Antonveneta, Gianpiero Fiorani (anch’egli indagato per vari reati finanziari) cambia logo alla sua banca (da Popolare di Lodi a Banca popolare italiana), incurante del fatto che le nuove iniziali ricordino la tristemente famosa Banca privata italiana di Michele Sindona. I conti del suo istituto sotto sforzo per acquisti e scalate restano a rischio, dicono gli analisti, e dipenderanno dal successo delle operazioni d’aumento di capitale.
Per quanto riguarda la «finanza rossa», il Monte dei Paschi di Pier Luigi Fabrizi ha diviso chiaramente le sue sorti da quelle del finanziere creativo di Unipol Giovanni Consorte, impegnatissimo nelle scalate Bnl e Antonveneta (e anch’egli sotto osservazione delle procure di Milano e Roma). Anche una parte del mondo cooperativo – dal toscano Turiddu Campaini al lombardo Silvano Ambrosetti – critica Consorte per le «cattive compagnie» con cui fa affari (Fiorani, Gnutti, Ricucci, Fininvest...).
Sotto attacco (da entità ancora senza nome) anche Mediobanca e Generali. Da rifare la gara per le case Enasarco. (gb)
