Stragi e patto mafia-Stato, Violante ascoltato da Ingroia
LA DEPOSIZIONE DI VIOLANTE L'inchiesta della procura palermitana, condotta dai pm Antonino Ingroia e Nino Di Matteo, su presunte collusioni tra uomini delle istituzioni ed esponenti mafiosi prima, durante e dopo le stragi del `92 a Palermo, si e´ arricchita oggi della testimonianza dell'ex presidente della Camera Luciano Violante, che è stato presidente della commissione antimafia dal settembre 1992 al marzo 1994, (nel periodo dopo le stragi e nella stagione di processi a politici e uomini dello Stato) e in questo ambito - ha riferito lui stesso - sarebbe stato ascoltato in procura dove, in due ore d' interrogatorio, ha ricostruito alcuni episodi vissuti in quegli anni. Violante avrebbe anche parlato della richiesta di un incontro avuta da parte di Vito Ciancimino, corleonese, ex sindaco di Palermo condannato per mafia e morto nel 2002 a Roma, quando era presidente della commissione antimafia.
Secondo indiscrezioni, Ciancimino avrebbe fatto avere la richiesta a Violante attraverso un ufficiale dei carabinieri. L'ex parlamentare ha detto ai magistrati che rifiutò l'incontro. L'inchiesta sulla presunta trattativa intavolata da Cosa nostra con esponenti istituzionali per alleggerire la posizione dei boss (dentro e fuori il carcere) è aperta da diversi mesi e non è la prima su questo fronte investigativo: erano già stati indagati Totò Riina, il medico-boss Antonino Cinà e altri. L'indagine è parallela - e a tratti convergente - con quella della procura di Caltanissetta, che indaga da anni (chiudendo e aprendo diversi fascicoli come quello su Bruno Contrada) sui mandanti occulti delle stragi di Capaci e di via D'Amelio in cui furono uccisi Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e Paolo Borsellino, oltre a 8 agenti della polizia di Stato, e delle procure di Milano e Firenze dove avvennero le stragi attribuite alla mafia nel `93.
Tutte le procure si avvalgono delle dichiarazioni di Massimo Ciancimino, condannato per riciclaggio del denaro mafioso accumulato da suo padre Vito, che con la sua testimonianza ha fatto aprire (o ha dato impulso a) diversi filoni d'inchiesta in cui sono coinvolti politici, magistrati, persone dei servizi segreti e delle istituzioni. Ciancimino, inoltre, sarebbe in possesso di documenti d'interesse investigativo sui rapporti mafia-Stato, in parte gia´ consegnati alla procura palermitana, e del famoso «papello» cioè le carte contenenti le richieste di Totò Riina allo Stato per far cessare la stagione stragista, ereditati dal padre.
Oltre alle dichiarazioni di Ciancimino, i magistrati palermitani hanno agli atti dell'inchiesta dichiarazioni di diversi pentiti, tra cui Giovanni Brusca e Gaspare Spatuzza. Quest'ultimo è un collaboratore molto importante anche per la procura nissena, in quanto sta ribaltando le ricostruzioni della strage di via D'Amelio, fatte da altri pentiti come Scarantino e Candura. Le dichiarazioni di Spatuzza sono importanti anche per la difesa di alcuni condannati per la strage, che puntano al processo di revisione.
I magistrati di Palermo hanno agli atti anche gli interrogatori di esponenti delle forze dell'ordine, come l'ex ufficale dei carabinieri di Savona Michele Riccio che ascoltò le dichiarazioni del mafioso Luigi Ilardo, suo confidente. Ora l'ufficiale riporta ciò che gli disse il boss, sia in diversi verbali che nei processi come in quello, per favoreggiamento aggravato, al generale dei carabinieri Mario Mori e al colonnello Mauro Obinu, accusati di aver favorito la latitanza di Bernardo Provenzano per il suo mancaro arresto.
VIOLANTE DAI PM: MORI CERCO' UN CONTATTO. LO RIFIUTAI
Luciano Violante, ex Presidente della Camera e della Commissione nazionale antimafia è stato convocato come testimone e viene ascoltato nell'ambito dell'inchiesta sulla presunta trattativa tra mafia e Stato del `92.
E proprio su quel periodo i pm li hanno posto delle domande come ha confermato lo stesso Violante che non ha voluto però rilasciare altre dichiarazioni.
Violante è stato ascoltato dal pm Antonio Ingroia che coordina l'inchiesta sulla trattativa tra esponenti mafiosi e delle istituzioni nel `92.
Nei giorni scorsi Toto Riina, uno dei mandanti delle stragi Falcone e Borsellino, aveva accusato dal carcere: «Fu un omicidio di Stato» richiamando vecchi e nuovi veleni. Parla in codice hanno detto gli inquirenti siciliani che, da tempo, hanno riaperto inchieste su quelle vicende sia alla luce di nuovi elementi investigativi, sia per alcune deposizioni di un pentito.
E in altri due processi in corso a Palermo riecheggiano le stesse questioni, quello dove sta deponendo com eteste il figlio dell'ex sindaco di Palermo, Ciancimino e quello contro l'ex capo dei Ros, il generale Mori, per il mancato arresto di Provenzano (poi catturato) secondo le accuse espresse dall'ex ufficiale dell'Arma, il savonese Michele Riccio che ha consegnato al Tribunale nei giorni scorsi i flppy con le relazione di servizio consegnate a Mori e poi andate perdute, sino a ricomparire durante i lavori di ristrutturazione dellì'alloggio dell'ufficiale.
L'ex presidente della Camera, Luciano Violante, avrebbe ricevuto nel 1992 la richiesta dell'allora colonnello del Ros, Mario Mori, di incontrarlo riservatamente, ma il politico non accettò l'invito. È quanto emerge dalla deposizione che Violante ha reso stamani a Palermo al procuratore aggiunto Antonio Ingroia. Il politico è stato sentito come testimone nell'ambito dell'inchiesta sulla «trattativa», in cui sono indagati i mafiosi Totò Riina e Antonino Cinà, accusati di minaccia aggravata ad un Corpo politico e amministrativo dello Stato, con l'aggravante di aver agevolato la mafia. Il dichiarante Massimo Ciancimino ha raccontato ai pm che suo padre aveva chiesto agli interlocutori dello Stato, per la trattativa, fra cui ci sarebbe anche Mori, di avere come garante Violante. Per don Vito, secondo il figlio, l'ex presidente della Camera rappresentava il politico che in quel periodo poteva offrire maggiori garanzie, perché non coinvolto in Tangentopoli come altri, e poi, «perché era la cerniera fra la politica e la magistratura», e avrebbe potuto far qualcosa, secondo il dichiarante «per il processo in Cassazione che all'epoca aveva mio padre».