Caso Riccio, chiesti 15 anni per l'ex colonnello. Il Pg propone anche un anno per l'ex pm Parenti
Una riforma della sentenza di primo grado, revisione del meccanismo della concessione delle attenuanti, che per alcuni reati fecero scattare in primo grado l'applicazione delle prescrizioni, affermazione della responsabilità dei diversi personaggi coinvolti, ufficiali e sottufficiali della "mitica" squadra dell'allora colonnello Michele Riccio, già allievo e componente della squadra antiterrorismo e, poi, anticrimine, del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa.
Con la richiesta principale di condanna (15 anni) per Riccio, in primo grado condannato a 9 anni in virtù di attenuanti, prescrizioni e assoluzioni di merito per diversi capi di imputazione). Chiesta la condanna anche per l'ex pm Tiziana Parenti, poi deputato e presidente della commissione antimafia per Forza Italia, quindi uscita dai ranghi di magistratura e politica, oggi avvocato a Roma.
Per l'ex pm, soprannominata "Titti la rossa" quando era pm a Savona per le sue simpatie politiche, l'accusa ha chiesto un anno di condanna per un falso in una inchiesta su un controverso traffico d'armi (caso Jenstar) inquisito a Savona negli anni Ottanta. In primo grado l'ex magistrato venne assolto nel merito.
È stata questa, in sintesi, l'articolata requisitoria del sostituto procuratore generale Pio Macchiavello (già protagonista dell'inchiesta della procura genovese quando era pm presso la stessa) nel processo di appello nei confronti appunto dell'ex colonnello Riccio e dei suoi ex collaboratori accusati di diversi reati legati alla gestione delle inchieste antidroga, con operazioni ritenute simulate o "forzate" con un disinvolto uso di mezzi, personale, parti di droga sequestrata, raffinazione di alcune quantità nella sede operativa genovese, impiego disinvolto dei carabinieri infiltrati e di alcuni stessi indagati. L'ufficiale è accusato di associazione a delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti, riciclaggio di denaro e di avere organizzato operazioni di polizia false per ottenere promozioni ed encomi. L'inchiesta iniziò nel 1997 con i pm Anna Canepa e Andrea Canciani. Dal 17 marzo inizieranno le repliche della difesa.
Con un caso clamoroso, quello di un calabrese residente a Milano, arrestato per errore in un blitz antidroga che coinvolse da giovane ufficiale, Sergio D. C., quello che sarebbe poi diventato il Capitano Ultimo dell'arresto di Totò Riina. La vittima dell'errore investigativo, "incastrato" dal colore della sua auto, venne condannato a 16 anni di carcere in via definitiva: l'esplosione del "caso Riccio" consentì al suo legale, l'avvocato Barabino di Genova, di ottenere la revisione del processo dopo 7 anni di reclusione con la liberazione e un indennizzo miliardario per i danni morali, materiali ed esistenziali subiti.
Riccio ha portato nel corso delle indagini e del processo di primo grado una serie prima di ammissioni e di motivazioni alle proprie scelte, tutte "votate" a fini di servizio, espresse nell'incidente probatorio poi rimesso in discussione nel primo grado di giudizio. Con lo stesso Riccio che accettò da indagato di deporre comunque come teste nel cosiddetto processo dei marescialli (tutti inquisiti per vicende di droga), diventando protagonista di alcuni laceranti confronti con alcuni suoi ex collaboratori coinvolti in quel processo. Con lo stesso ufficiale finito al centro del contenzioso processuale in aula, tra accusa e difese, senza esclusione di colpo alcuna.
L'accusa a Riccio (già nell'ordine di custodia dell'allora giudice Roberto Braccialini), fu quella di non avere saputo gestire, in sostanza, il comando, di avere ecceduto nelle indagini, nelle simulazioni di alcuni reati al fine di perseguirne altri replicando - come scrisse il giudice Braccialini - un metodo usato durante le indagini sul terrorismo che ebbero un caso analogo di presunti brigatisti indagati, condannati e poi assolti perché chi li accusò era stato manovrato dai carabinieri del gruppo, anche qui poi con un consistente indennizzo per i danni subiti. Una strategia che portò il giudice a definire il modus operandi contestato come il metodo Riccio.
A Riccio la procura contestò di avere agito al fine di ottenere encomi e prestigio, usando la squadra composta peraltro da bravi investigatori.
Uno, forse, su tutti: Gianmario Doneddu che era il vero 007 infiltrato nelle organizzazioni criminose dedite al traffico di droga. Finita l'esperienza nella squadra, Riccio se ne andò nei servizi di sicurezza all'ambasciata di Dubai. Quando venne colpito dall'ordine di custodia cautelare prese un aereo a proprie spese e ritornò in Italia per consegnarsi ai magistrati, protestandosi innocente. In primo grado lui e un altro sottufficiale (Angelo Piccolo, savonese) furono assolti nel merito da molte accuse con una prescrizione su un reato con Piccolo che si accollò la responsabilità del falso contestato all'ex pm Parenti, per la sostituzione di un fax nel fascicolo di inchiesta.
Le motivazioni della sentenza di primo grado (700 pagine) chiarirono, come del resto il lungo processo - iniziato, rinviato, ripreso e caratterizzato dal cambio di alcuni difensori per Riccio con una richiesta, respinta, di cambio della sede del processo - che Riccio e i suoi uomini non lucrarono mai nulla dal punto di vista economico. Facendosi in qualche caso dare in prestito del denaro per coprire le operazioni, soldi poi restituiti, con rapporti anche con i servizi segreti.
Oggi le richieste per il processo di appello.
Per Michele Riccio chiesti dal Pg 15 anni (in primo grado venne condannato a 9 anni, Riccio venne sospeso per due anni poi reintegrato in un ufficio non operativo), per Angelo Piccolo: chiesti 4 anni per un solo reato (sparizione di un rapporto su un sequestro di stupefacenti, assolto in primo grado da tutti i reati e applicazione di una prescrizione), Gianmario Doneddu prescrizione (assolto nel merito in primo grado) , ex maresciallo Augusto Del Vecchio: 18 anni (12 anni in primo grado), Maurizio Parrella 4 anni. Per Antonio Gullà, indicato come trafficante di droga, con fasi alterne di rapporto collaborativo con i carabinieri, chiesti 10 anni.
Per l'ex pm Tiziana Parenti è stata chiesta dal Pg Pio Macchiavello, la condanna a un anno. Il suo difensore Giovanni Ricco, che ha ribadito la richiesta di assoluzione applicata in primo grado, è stato oggi il primo legale a svolgere l'arringa difensiva.
L'avvocato Giovanni Ricco ha sostenuto anche l'inammissibilità dell'appello perché sbagliato tecnicamente, in subordine la conferma della sentenza di assoluzione per non aver commesso il fatto.
Graziano Cetara-Marcello Zinola