Nei vicoli, mezzo secolo di lotte di malavita

scritto da Il Secolo XIX il .

IN PRINCIPIO furono i napoletani. Cominciarono a occupare i caruggi dopo la fine della guerra. Era la mala degli anni '60, che campava di contrabbando, prostituzione e bische clandestine, traffici che rendono l'idea di una preistoria mafiosa, che fioriva nei porti e sui vizi di marinai e militari. Affari gestiti da famiglie storiche come quella guidata da Francesco Fucci, detto "Mano e pece" per la familiarità con la pistola, e dalla moglie Carmela Ferro, detta "Marechiaro", che leggenda vuole aver ispirato il personaggio di Sofia Loren di un episodio del film «Ieri, oggi e domani» di Vittorio De Sica, quello della contrabbandiera che si fa mettere incinta per non andare in prigione...

Lo scenario cambia con l'irrompere della droga. I napoletani provano ad adeguarsi ai tempi che cambiano, ma con gli anni si fanno strada i siciliani prima e i calabresi poi. È un salto di qualità del crimine. Con il diffondersi dell'eroina tra i giovani negli anni '70 si fanno affari colossali. Nascono attriti tra i clan di diverse provenienze. Ma il modello che verrà seguito da qui in avanti, e non solo a Genova, è che alla fine conviene mettersi d'accordo, quando si può. Con gli anni '80 compare la criminalità straniera, soprattutto tunisina. Iniziano facendo i "cavalli", sono al soldo dei napoletani, ma gradualmente guadagnano una certa autonomia e provano a mettersi in proprio. I Fucci, e alcuni dei figli che portano avanti il nome di famiglia, con il tempo cadono in disgrazia, vittime di tragedie personali e familiari.
Il quadro cambia radicalmente verso la fine degli anni '80. Dalla Sicilia arrivano i primi esponenti delle famiglie Fiandaca e Emmanuello legate, secondo gli inquirenti, al clan di Giuseppe "Piddu" Madonia; una circostanza, quest'ultima, non sempre provata poi nei processi. I siciliani allungano le mani sul centro storico e in linea con la strategia dei corleonesi, danno vita a una sanguinosa guerra per imporre il loro dominio.
Tra il 1990 e il 1991 le strade di Genova si tingono di rosso. Uno degli omicidi più clamorosi è quello di Gaetano Gardini, 37 anni, ex componente della banda Rossi. Viene considerato il boss del totonero genovese. Viene ammazzato perché non vuole passare il testimone. L'esecuzione avviene in maniera clamorosa. È il 6 ottobre 1990. Due killer, coperti da casco integrale, irrompono nella trattoria Buca di San Matteo e crivellano di colpi Gardini. Con lui rimane ferito Attilio Chiti, fratello di Cesare (il "boia delle carceri"). Seguono altri due omicidi illustri: quello di Angelo Stuppia, esponente della "Stidda", la mafia che uscirà perdente dalla lotta con i corleonesi, e quello di Juliano Giuliana, freddato perché in odore di "infamità".
A metà degli anni novanta segue la riscossa dello stato. Con il maxi processo ai Fiandaca-Emmanuello, che mette alla sbarra più di sessanta persone, vengono decapitati i vertici dell'organizzazione, con accuse che vanno dall'omicidio, al traffico di droga e di armi. C'è ancora spazio per i calabresi della 'ndrangheta, organizzazione che nel tempo è diventata più potente. Ma anche qui arriva il processo Taurus che inchioda molti dei vertici del clan Grimaldi-Asciutto-Avignone.
Oggi alcuni traffici sono gestiti dagli stranieri. Ma il grosso secondo gli inquirenti e le relazioni della Dia, è ancora in mani calabresi e siciliane. E Salvatore Dispensa, storico capo della Mobile genovese, avverte: «Non ci sono vuoti nel sistema mafioso e quando i capi finiscono in prigione, subentrano subito i parenti o gli avversari. Nello stile della nuova stagione mafiosa: è meglio lucrare in silenzio che sparare nelle strade».
Marco Grasso
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