Il patto affari-politica negli scandali di Genova
La bufera giudiziaria che si è abbattuta su Genova e sulla Liguria negli ultimi giorni è solo l'antipasto, l'entrèe di un tormentato autunno già annunciato. Le stanze e gli armadi della procura, e in particolare quelle dei pm che si occupano di pubblica amministrazione, traboccano di fascicoli in via di elaborazione che, dopo la pausa estiva, dispiegheranno tutto il loro potenziale...Non è una congiunzione astrale a determinare questa straordinaria concentrazione di inchieste. Quello che appare evidente è come sia entrato in crisi un sistema: il sistema-Genova. Mandato in tilt dagli affanni della crisi internazionale, dalle difficoltà finanziarie della città, dalla rottura di alcuni vecchi patti, modalità e accordi che non hanno più retto all'avanzare dei tempi.
Lo schema messo in evidenza dalle ultime inchieste, al di là delle differenze di ambientazione, si ripropone sempre uguale. C'è un gruppo, una corporazione, un clan. Questo, al suo interno, è scosso anche da divisioni e contrapposizioni, ma verso l'esterno fa (quasi) sempre fronte comune. Questo gruppo, nell'ambito delle sue attività, si dà delle regole e, in linea di massima, le rispetta con una certa puntualità. Peccato che questo recinto di regole sia assolutamente autarchico e che spesso entri in rotta di collisione con le norme e con le leggi della Repubblica. Le quali vengono aggirate come un inutile impiccio o, al massimo, un'enunciazione formale priva di qualsiasi effetto pratico.
E' accaduto con l'inchiesta sul Porto, che ha disegnato uno scenario in cui, al di là del ruolo e delle responsabilità dell'ex presidente Giovanni Novi, ogni argomento veniva trattato in maniera assolutamente privata, con colloqui, accordi, scontri, concessioni, chiusure e aperture. Una enclave che si sentiva legibus soluta, non soggetta alle leggi, e che probabilmente non era neppure sfiorata dal dubbio di dover dare, prima o poi, rendiconto a qualcuno.
Però la stessa cosa è stata per Mensopoli, dove un altro gruppo di potere (e nemmeno di grandissimo potere, visto che si muoveva a livello di consiglieri comunali e di politici di piccolo cabotaggio) considerava come "suo" il ricco business della ristorazione. L'intervista di Matteo Indice all'avvocato Massimo Casagrande, uno dei principali indagati di Mensopoli, pubblicato ieri da Il Secolo XIX, dice proprio questo. Le conversazioni intercettate di Casagrande, al di là delle sue spiegazioni ("la maggior parte erano di tono scherzoso") dimostrano la predisposizione ad agire su territori considerati del tutto "propri", nei quali nessuno, legge o autorità, deve mettere il becco.
E ancora identica situazione è per l'attuale inchiesta sulle bonifiche, dove un altro gruppo di muoveva in maniera tale da garantirsi la grande torta degli appalti, con un sistema calibrato e perfetto che impediva a chiunque altro, straniero, foresto, di metterci il naso. A meno che non fosse legato a filo doppio col burattinaio locale. E ancora identica, nella sostanza finale delle cose, appare la gestione scoperchiata dalla Procura sui medici. Ancora una volta un gruppo coeso si sentiva autorizzato a utilizzare a scrocco le risorse della sanità pubblica per agevolare fatiche (e parcelle e tenore di vita) della propria attività privata. E l'interrogativo più semplice, più disarmante e disarmato, quello che anche i lettori de Il Secolo XIX hanno espresso con i loro messaggi, è stato: "Ma nessuno si era mai accorto di nulla? Nessuno ha mai controllato? Oppure, molto semplicemente, funzionava così?".
Si dirà che queste cose avvengono ovunque. Che i gruppo di potere locale spadroneggiano sotto ogni latitudine, facendo lo slalom tra le leggi della Repubblica quando non facendosene esplicitamente beffe, e che questo rappresenti uno dei tumori dell'Italia.
Non è esattamente così e comunque il caso Genova è ancora più peculiare. Di fronte alle inchieste giudiziarie, il commento più frequente che appare tra quelli inviati dai lettori del nostro sito internet è: "hanno scoperto l'acqua calda". Diciamo con chiarezza: lo afferma chiunque sia nato o cresciuto in questa città. Perché sa che è così. Il passo successivo è che questo sistema è assolutamente incistito nelle carni di Genova, ne è divenuto parte integrante. Perché, in qualche modo, è riuscito in passato anche a dispiegare più di un effetto positivo, a livello di immediata quotidianità, sui suoi cittadini.
Genova non è una città "criminale", anzi. Basta ricordare come abbiamo respinto, senza alcuna esitazione, i tentativi di infiltrazione mafiosa degli anni '90. Bloccati sì da una magistratura capace e intransigente (con pm del calibro di Anna Canepa, oggi alla procura nazionale antimafia), ma anche dalla reazione nettissima e senza alcuna paura di tutti i settori della città. Non è di questo, quindi, che stiamo parlando. Anzi: da quel punto di vista Genova è una città molto più sana di altre.
Il punto è un altro. E risale al momento in cui una borghesia imprenditoriale e commerciale assai meno ottusa di quanto la si voglia spesso descrivere ha stretto un patto d'acciaio con la sinistra che ha sempre governato la città. Questo patto ha anche garantito la sviluppo, fino a un certo punto, e una forma di welfare pur sempre autarchica, ma efficace nella tutela delle fasce più deboli della popolazione.
"A Genova continueremo a reggere perché diamo da mangiare a più di metà della città", rivelava a chi scrive, solo qualche settimana fa, un esponente non di secondo piano del (passato) centrosinistra locale. Ecco. Questa è la chiave di lettura del passato. Però lo diventa anche del futuro: quel sistema che, pur spurio, ha garantito a Genova e ai genovesi qualche tornaconto, aveva (e ha) un punto debole. Si era costruito, si era organizzato (e i n tempi di vacche più grasse era anche prosperato) nella convinzione che ogni cosa di Genova funzionasse "alla genovese". Anche se al di fuori delle norme, delle regole, delle leggi. E mettiamoci pure, buon peso, che qualcuno a un certo punto abbia fatto il furbo, abbia rimestato nel torbido, abbia lavorato solo per il suo tornaconto. Il sistema, alla fine, è saltato.
Chi accusa la magistratura genovese, oggi di scarsa "comprensione" delle dinamiche cittadine ovviamente sbaglia. La magistratura non solo non può, ma non "deve" avere comprensione: deve solo applicare e far applicare le leggi. Tocca ad altri, politica per prima, superare questo tacito patto ormai travolto dai tempi e dalla semplice constatazione che troppo spesso era fuori dalle regole. E far sì che il sistema-Genova, che pure ha dato qualcosa alla città nel passato, non rischi di diventare un sigillo definitivo alle sue possibilità di crescita.
Marco Menduni
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