La previdenza di Cosa nostra, Nicchi impone una supertassa

scritto da Repubblica il .

Il venti per cento sugli introiti per finanziare un fondo cassa destinato agli uomini d´onore bisognosi. Il diktat riferito dal padrino di Bagheria al responsabile di Brancaccio...

 
Gabriele Isman

Un fondo cassa della mafia per le famiglie in difficoltà e per i picciotti detenuti. In tempi di crisi economica, già a novembre scorso, era stato il superlatitante di Pagliarelli, il ventisettenne Gianni Nicchi ad avere l´idea. Ne aveva parlato sicuramente a due uomini di punta di Cosa nostra palermitana: Giuseppe Scaduto, il capomandamento sessantreenne di Bagheria, arrestato a dicembre nell´operazione Perseo, e Ludovico Sansone, il presunto boss di Brancaccio preso nel suo quartiere la settimana scorsa. Sono soltanto due degli oltre 130 presunti uomini d´onore arrestati negli ultimi tre mesi dai carabinieri, soprattutto dei militari del reparto operativo di Palermo, guidati dal colonnello Jacopo Mannucci Benincasa, e del gruppo di Monreale, guidati dal colonnello Pietro Salsano. In una lunga intercettazione finora inedita datata 22 novembre 2008 Scaduto e Sansone parlano anche di questa supertassa decisa da "U Picciutteddu", come loro stessi chiamano Nicchi. «Gianni ha chiesto il 20 per cento», dice Sansone. Scaduto, vicino a Gaetano Lo Presti, cerca di abbassare la quota: «Vedi che il 2 per cento», ma l´altro è irremovibile: «Il 20 per cento, per le casse». Ancora Scaduto: «Io ho capito il 20 per cento, non insisto» e subito dopo aggiunge che «c´è qualche famiglia che ha più bisogno». Ma la supertassa - che dovrebbe pesare su tutti i soldi raccolti dall´organizzazione - non piace ai boss, anche se è l´astro nascente a volerla. Sansone ad esempio commenta: «Io gli dovrei dire: "Signor Nicchi, io sono in difficoltà ora, datemi aiuto, vediamo cosa mi rispondono, noi siamo più in difficoltà di te"». Meno di un mese dopo arriverà la notte di Perseo: Scaduto con altri 95 presunti mafiosi finirà in carcere, Gaetano Lo Presti, il boss che non voleva il ritorno della Commissione provinciale magari guidata da Benedetto Capizzi si ucciderà nella sua prima sera da ospite del Pagliarelli. Due settimane fa è finito in cella il ventinoveenne Antonino Lo Presti, "Tonino", parente e sodale di Sansone, poi lo stesso Sansone. Eppure quel fondo cassa per cosche in crisi esisterebbe davvero, seppur limitato ad alcuni mandamenti, forse soltanto Pagliarelli (guidato da Nicchi) e Brancaccio, dove comandavano proprio Sansone e Lo Presti. È lo stesso "zu Ludovico" a raccontare di aver incontrato Nicchi, in questa lunga conversazione interamente captata dalle microspie dei carabinieri. E mentre i due boss si raccontavano le difficoltà di Cosa nostra e passano in rassegna le guide dei singoli mandamenti, nel quadro poi ricostruito da Perseo e dalle altre operazioni del comando provinciale dei carabinieri, non dimenticano i rischi per le aree più difficili: «Se non si aggiustano i discorsi qua, Resuttana, San Lorenzo, succede danno», e Scaduto: «Il bordello succede» e ancora Sansone: «Succede danno, l´ho visto a quelli come parlano i Biondino (parenti dell´autista storico di Totò Riina, finiti in cella con Perseo). E succede danno». Anche lo stesso capo dei capi fa capolino nell´intercettazione. Scaduto dice a Sansone che «Corleone non l´avete nelle mani.. perché il figlio di eeee (per gli inquirenti il padre è proprio Totò Riina, e il figlio è Giuseppe Salvatore, recentemente tornato in cella) si ci dice che è con loro. Mi hanno detto che Saruzzu (Rosario Lo Bue, ndr) ha chiamato a suo cugino, e suo cugino è andato da sua madre a dirgli questi discorsi che lui si deve fare i fatti suoi "a sta banna a ddabbanna"».

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