Riciclaggio, Sanremo finisce sotto la lente
Non passa anno che la Commissione nazionale antimafia non sottolinei che Sanremo, per caratteristiche e tessuto economico, posizione geografica e per la presenza del Casinò, costituisca terreno fertile per il riciclaggio di denaro sporco, cioè di provenienza illecita, manovrato il particolare da persone e famiglie legate o addirittura affiliate ai clan della camorra e della ‘ndrangheta. Non è un mistero che la Dia di Genova da qualche tempo stia monitorando il fenomeno. E più di recente, il nuovo procuratore di Sanremo Roberto Cavallone ha indicato nel riciclaggio, insieme al traffico di stupefacenti e ai reati contro la pubblica amministrazione (corruzione e concussione), le emergenze sulle quali intende concentrare l'attività investigativa. Tra i comparti a più alto rischio ed esposizione figura il commercio, settore portante dell'economia cittadina dopo il progressivo ridimensionamento cui è andata incontro la floricoltura.
Almeno due gli indicatori che destano preoccupazione e che in questi mesi hanno indotto gli "osservatori" a mettere la città sotto la lente di ingrandimento. In primo luogo l'anomala dinamicità delle licenze commerciali, con un volume di volturazioni che resta piuttosto alto anche dopo l'entrata in vigore della legge Bersani che alla fine degli anni ‘90 ha liberalizzato il settore eliminando le tabelle merceologiche e la contingentazione delle autorizzazioni commerciali. In secondo luogo, il proliferare di alcune attività, in particolare gioiellerie e agenzie immobiliari (anche se queste ultime non rientrano nelle attività sottoposte a licenza comunale): numeri che non trovano giustificazione nelle reali dimensioni dei rispettivi mercati. Sia chiaro, non è lecito generalizzare. Il commercio sanremese resta in larga misura un settore sano, che anche se vittima della crisi, continua a investire risorse ed energie nel tentativo di restare a galla e di creare reddito e occupazione. Tuttavia, il sospetto di una zona grigia, che presti il fianco a infiltrazioni a fini di riciclaggio, appare fondato. E uno degli indicatori, come detto, è rappresentato dall'anomala dinamicità nel passaggio di titolarità degli esercizi.
Nel corso del 2008 le volturazioni sono state complessivamente 142 e hanno interessato soprattutto bar e ristoranti. In un anno oltre il 20 per cento dei pubblici esercizi ha cambiato proprietà. Dato cui occorre sommare l'apertura di altre 20 attività di somministrazione di alimenti e bevande, aperture che coincidono più o meno con il numero delle cessazioni definitive. «Prima della legge Bersani, quando le tabelle merceologiche erano contingentate, eravamo in grado di avere il polso della situazione. Ora è molto più difficile. Con cessioni e nuove aperture, certi parametri sfuggono al controllo degli enti territoriali», sostengono in Comune. Le parti si mettono d'accordo per la buona uscita, le transazioni sono quasi sempre in nero e laddove i passaggi di denaro non sono ufficiali si annida più facilmente il rischio del riciclaggio. Se a ciò si aggiunge la circostanza che un congruo numero di esercizi passa di mano con una notevole frequenza (ci sono casi di attività che nell'arco di un anno registrano anche tre cambi di titolarità), i dubbi finiscono per diventare indizi.
L'altro dato sospetto è rappresentato dal numero delle gioiellerie. Anche in questo caso non bisogna certo criminalizzare il settore. Ma è anche vero che le spiegazioni storiche di una simile quantità (vicinanza con la Francia e presenza della casa da gioco) non sembrano reggere alla luce dell'incremento di questo tipo di attività. Attualmente sono 42 le gioiellerie che operano in città, quando dieci anni fa erano 22. Il movimento turistico è sensibilmente diminuito, i clienti francesi per lo più di fermano a Ventimiglia, gli incassi del Casinò sono crollati, la capacità di spesa degli italiani, e quindi anche dei sanremesi, si è notevolmente ridotta, eppure i negozi di preziosi conoscono un boom senza precedenti. I conti non tornano, insomma. A meno che le leggi di mercato non debbano essere totalmente riscritte.
fabio pin