"Tredici anni nella morsa del racket poi ho giurato ai miei figli: mai più"
«Pagai per la prima volta nel 1995. È durata tredici anni». Giovanni Ceraulo, 47 anni, titolare dei cinque punti vendita di abbigliamento "Prima visione", racconta il pizzo visto dalla parte di chi l´ha subito e poi si è ribellato. Dal settembre scorso l´imprenditore vive sotto scorta.
Come iniziarono le richieste degli estorsori?
«Il primo negozio lo aprii nel 1990. Il nome lo ideò mia moglie. Cinque anni dopo avevamo due punti vendita. Trovammo l´Attak nel negozio di corso Finocchiaro Aprile, due giorni dopo la telefonata: "Ti devi mettere a posto"».
E cosa fa l´imprenditore?
«Cerca un amico, qualcuno che sistemi la cosa. Per la "messa a posto" venne Agostino Badalamenti, in moto, con un´altra persona. Chiese venti milioni di lire. Mi presi una settimana di tempo, poi pagai in due tranche, con i contanti in una busta. Altri due provarono a chiedere soldi, ma non glieli diedi. Poi Badalamenti morì, e io sperai che fosse finita, ma mi sbagliavo: arrivò un´altra richiesta, io mi rifiutai, e tutte le vetrine di corso Finocchiaro Aprile furono frantumate. In tredici anni si sono succeduti quattro estorsori diversi».
Quanto le è costato il pizzo in questi anni?
«Prendevano 1.500 euro ogni tre mesi, più cinquemila a Natale e altrettanti a Pasqua. La cifra comprendeva tutti i nostri punti vendita, che ricadono tutti nel mandamento di Palermo centro».
Quante le vetrine rotte?
«Almeno una decina. Dopo i primi episodi pagai. L´estorsore era Tommaso Lo Presti. Io lo chiamo il pacchione. Finì presto in galera e sperai ancora che fosse finita, ma sbagliavo».
Le è mai venuto in mente di denunciarli?
«Avevo paura. Mi veniva in mente Libero Grassi, ucciso perché lasciato solo. Poi i miei tre figli sono cresciuti: ho capito che dovevo dare i segnali giusti, e mi sono ribellato».
Dopo l´arresto di Lo Presti cosa accadde?
«Arrivarono altre intimidazioni, mi distrussero un´auto. Poi si fece vivo il cugino omonimo, Tommaso Lo Presti il lungo. Fu arrestato nel dicembre 2007 e io lì decisi: "Non tiro fuori più un euro". A febbraio dell´anno scorso mi chiamarono in questura, con le intercettazioni dell´operazione "Old bridge". Ammisi di aver pagato, ma non feci nomi. Poi arrivò la vicenda di Melchiorre Guglielmini».
Chi è?
«Lo avevo assunto perché lo conoscevo sin da ragazzo. Aveva qualche precedente penale, ma mi chiese di lavorare. Non sapevo che fosse cugino di Gaetano Savoca, il figlio del boss Pino. Venti giorni dopo quell´interrogatorio in questura, Giovanni Marino, cognato dei Lo Presti, si rivolge a Guglielmini: "Di´ a Giovanni che paghi, che si metta a posto, altrimenti iniziamo a fare danni e a rapinare i negozi". Guglielmini risponde: "Guarda che quello ti denuncia", e mi racconta l´incontro. Non sapeva che una microspia della polizia li stava ascoltando. Una settimana dopo, il fratello di Marino, Domenico, va a parlare con un altro cassiere: io avevo già licenziato Guglielmini: "Dobbiamo parlare con il signor Ceraulo". E propone un appuntamento».
Lei andò a quell´appuntamento?
«Sì, ma lui non c´era. Ricontatta il cassiere e gli dice: "Giovanni sa cosa fare". Io quel giorno impazzii: mi misi in macchina, andai da Marino in via Sant´Agostino e gli dissi che non avrei pagato. Lui rimase di ghiaccio, sostenne che forse il cassiere aveva capito male. Andai direttamente a denunciarlo, e poi contattai Addiopizzo. Dopo la denuncia mi bruciarono la porta di un magazzino e arrivò anche una lettera di minacce, poi la scorta. Ci sono stati molti complimenti e anche qualche cliente in meno, ma forse è per la crisi economica. Senza dimenticare la candidatura sfumata nelle liste di An alle ultime regionali».
Al processo "Old bridge" si è costituito parte civile contro Guglielmini, altrettanto annuncia che farà nel giudizio contro i Marino che si apre domani. Perché si è ribellato solo un anno fa?
«L´anno scorso i miei figli mi hanno chiesto se pagavo anch´io. Ho risposto: "Non più". Uno dei miei ragazzi studiava con Stefano Maiorana. Loro mi hanno aiutato moltissimo, e ora mi sento un uomo finalmente libero».
Palermo è davvero cambiata?
«Pochissimo. C´è ancora davvero tanto da fare».