I due Di Pietro, il giorno più lungo
GUIDO RUOTOLO
INVIATO A NAPOLI
È indagato, Cristiano Di Pietro. La Procura di Napoli lo ha iscritto per corruzione, turbativa d'asta e abuso d'ufficio nell'ambito della inchiesta «madre» (il cui esito è allo stato imprevedibile) che riguarda il malaffare gestito dall'ex provveditore alle opere pubbliche della Campania e del Molise, Mario Mautone. E' indagato da tempo il figlio di Tonino, l'ex pm oggi leader di Italia dei Valori, che proprio ieri è stato interrogato per tre ore dal procuratore aggiunto Franco Roberti e dai sostituti D'Onofrio, Falcone e Filippelli. Ai giornalisti, il leader di IdV ha assicurato che nulla sa (o ha chiesto) della posizione del figlio, dichiarandosi «orgoglioso», come cittadino, politico, leader di IdV, di aver dato il suo contributo per «individuare le responsabilità», portando «fatti e circostanze» utili alla lotta «alla corruzione». E' vero, anche per la procura le dichiarazioni di Di Pietro senior sono state utili a dissipare i dubbi sulla «fuga di notizia» pilotata che lo portò, da ministro per le Infrastrutture (è il luglio del 2007) alla sostituzione di Mautone, richiamato a Roma.
Antonio Di Pietro ha spiegato che quando si insediò al ministero istituì una commissione amministrativa che produsse una istruttoria che si concluse con una serie di cambi di poltrone interne. E, dunque, che Mautone finì in quella «lista nera» sulla base della sua inchiesta. Di Pietro ha convinto la Procura che lui non si è fatto ricattare e che, se solo avesse avuto sentore di questo ricatto, avrebbe fatto arrestare i suoi protagonisti. Resta il fatto che Cristiano Di Pietro è indagato, come lo sono altri esponenti politici dell'IdV e di altri partiti, come il senatore di An Gennaro Coronella, nell'ambito della inchiesta «madre» della Procura di Napoli. I reati ipotizzati vanno dalla corruzione all'abuso d'ufficio e alla turbativa d'asta. E' indagato anche il senatore IdV Nello Di Nardo, che quando Di Pietro era ministro faceva parte della sua segreteria politica. Nel rapporto della Dia, depositato nell'ambito del filone «Global Service», quello di Alfredo Romeo, vi sono accenni a decine di intercettazioni telefoniche e ambientali. Non tutte quelle agli atti dell'inchiesta, naturalmente. Di Nardo parla con Mautone e sponsorizza l'affidamento di incarichi a due architetti: «Mi raccomando, sono due amici di Cristiano ai quali non bisogna far prendere collera...». E già, le raccomandazioni. E non solo.
Per esempio l'allora capogruppo al Senato di IdV, Nello Formisano - Mautone ad altri confida: «Il senatore è amico mio» - anche dopo che Di Pietro lo ha fatto fuori, il 3 novembre del 2007 parla con l'ex provveditore di Napoli. Mautone gli ricorda «di non dimenticarsi della situazione di Russo (un dirigente del Provveditorato di Napoli da promuovere, ndr)». Non sono solo le «raccomandazioni» a mettere in difficoltà Cristiano Di Pietro perché, secondo il rapporto degli investigatori, «vi sono suoi interessi anche in alcuni appalti e su alcune forniture». Quando Mautone gli dice che per i lavori per la Chiesa «è arrivata la richiesta dell'impresa "Gentile"», Cristiano commenta: «Perfetto!». Di Pietro junior, il senatore Di Nardo. E poi il sindaco di Recale, Caserta, parlamentare di IdV, Americo Porfidia. Che si scopre essere indagato per camorra. Sembra una maledizione, quella che si è abbattuta sul partito campano di Di Pietro.
Molto effervescente e dilaniato da guerre intestine. Che, per esempio, il parlamentare Franco Barbato ha denunciato pubblicamente, chiamando in causa due consiglieri regionali di IdV in odore di contiguità con la camorra. Colpisce, nella lettura delle «carte» della Procura anche l'utilizzazione di Mautone in chiave politica interna. C'è un consigliere regionale della Campania, Francesco Manzi, che scalpita, forse vuole uscire dal gruppo parlamentare regionale. Il cugino del senatore Nello Formisano spiega al provveditore Mautone che proprio il senatore «vuole dare un segnale a quello scemo di Manzi», e dunque che Mautone deve promuovere un sopralluogo nei cantieri per due chiese «i cui lavori stanno a cuore di Manzi».
L'ira di Tonino "Su di me non c'è niente"
"Mio figlio? L'indagine riguarda altro"
GUIDO RUOTOLO
DALL'INVIATO A NAPOLI
No, Cristiano non è indagato. Lo ripeto, lo escludo». Sale in macchina, nel parcheggio della Procura. Parte per Roma. L'Ansa batte la notizia che invece Cristiano Di Pietro è iscritto sul registro degli indagati. Al telefonino la prima reazione del leader di Italia dei Valori è di rabbia: «L'Ansa ha scritto questo? Vuol dire che la querelo. E' falso. Che devo fare? Buttarmi dalla finestra?». Poi, riflessivo, aggiunge amareggiato: « Pensate davvero che il problema di questa inchiesta sia mio figlio Cristiano? Pensate che lo pensino i magistrati della Procura, che stanno portando avanti il lavoro con responsabilità e correttezza? L'inchiesta non riguarda mio figlio ma vicende molto più grandi». E' come se fosse all'angolo. In difesa. Lui che, uscendo dall'interrogatorio, aveva rilanciato, insomma si era presentato ai microfoni e alle telecamere come il solito Di Pietro «giustizialista», adesso accusa il colpo. In viaggio per Roma, prima di staccare il suo cellulare, si domanda e domanda: «Davvero qualcuno può pensare che Mario Mautone fosse il mio uomo? Voi che conoscete gli atti - dice appellandosi ai giornalisti - avete mai letto una intercettazione tra Mautone e il sottoscritto?».
Nessuno, in Procura, mette in discussione l'impegno e l'onestà del leader di Italia dei Valori, però l'inchiesta non può fare sconti a nessuno. E le intercettazioni chiamano in causa Cristiano e altri esponenti del suo partito-movimento. E lui, Antonio Di Pietro, pensava di risolvere il problema con l'arringa pronunciata nella conferenza stampa: «Ho messo a verbale che la Procura deve indagare senza alcun riguardo per nessuno. Fossero anche parenti, figli compresi, o esponenti di partito. E siccome conosco la procedura, sono consapevole che i pm devono portare avanti le indagini anche a tutela degli indagati». Un modo un po' ingenuo di annunciare di aver chiesto implicitamente al procuratore aggiunto Franco Roberti e ai pm D'Onofrio, Falcone e Filippelli di iscrivere il figlio Cristiano sul registro degli indagati. Antonio Di Pietro pensava di risolvere il «problema» del figlio indagato non mettendo la Procura nelle condizioni di doverlo ufficializzare.
«Da ex magistrato - spiega al cellulare il leader di Italia dei Valori - ho ben presente che i pm mi avrebbero dovuto annunciare che mio figlio Cristiano era stato iscritto sul registro degli indagati, perché per il Codice mi sarei potuto avvalere della facoltà di non rispondere. E questa contestazione non mi è stata rivolta. Io non ho chiesto informazioni su Cristiano o chiunque altro di Italia dei Valori». E' vero, ma perché, spiegano fonti della Procura, «preliminarmente Di Pietro ha chiarito di non voler conoscere nessun atto della inchiesta, e ha precisato che lui, comunque, avrebbe risposto a qualsiasi domanda». Ma invece la notizia dell'iscrizione sul registro degli indagati è stata «ufficializzata» con il take dell'Ansa.
E adesso Antonio Di Pietro è costretto a rivedere la sua strategia. Aveva incontrato i giornalisti rassicurando che avrebbe risposto a tutte le domande. «Sono orgoglioso come cittadino, politico, leader di Italia dei Valori di aver dato un contributo per l'individuazione delle responsabilità...». Erano appena le sette e qualcosa di sera. Neppure un'ora dopo, il mondo era cambiato per Antonio Di Pietro.