Amt-Ami, viaggio fra gli interrogativi
Il punto di partenza dell'inchiesta di cui dà conto Il Secolo XIX è tanto semplice quanto dirompente: quando l'azienda di trasporto pubblico, gravata da un "buco" che rasentava i 25 milioni, fu smembrata in due parti (Amt, virtuosa, destinata a gestire la mobilità con un 41% di partecipazione privata, e Ami, totalmente pubblica, in perdita e delegata alle manutenzioni) è possibile che i nuovi acquirenti abbiano tratto «un indebito vantaggio» dalle condizioni eccessivamente favorevoli nelle quali fu presentata la parte da comprare. Ecco perché a palazzo di giustizia il caso genovese viene accostato dal punto di vista tecnico a quello di Alitalia, e alle polemiche sulla cessione super-conveniente del ramo sano agli imprenditori radunati nella cordata di Cai. Il sostituto procuratore Francesco Pinto ha aperto un fascicolo per far luce sui meccanismi di smembramento Amt-Ami, ma non va dimenticato che la vita della seconda è stata (perlomeno) turbolenta e contraddittoria. Basti pensare che proprio il nostro giornale rivelò come nel suo primo anno di vita, fra il 2005 e il 2006, Ami spese oltre 1,5 milioni di euro in consulenze, innescando la rabbia dei sindacati che ritenevano spropositate certe cifre a fronte d'un blocco nelle assunzioni e dei paventati esuberi di personale. La giustificazione fornita allora era sempre la stessa: pur essendo Ami la componente più ingombrante del binomio, gravata da debiti pesantissimi allo scopo di far decollare la sorella Amt, si era comunque deciso di darle valore incaricandola di svolgere servizi di qualità, come l'avvio del servizio di taxi collettivo. Ed era uscito dalle casse già asfittiche un fiume di denaro destinato ad architetti, ingegneri, 300 mila euro alla sola "T-Bridge" per una serie di collaborazioni professionali ed elaborazione dei piani strategici e industriali. Iniziative che, sulle prime, avevano fatto pensare alla nascita d'un gruppo duraturo. Quegli esborsi, come detto, erano finiti sotto la lente della Corte dei Conti, che aveva acquisito tutte le pratiche sulle "esternalizzazioni" del lavoro. E il polverone aveva fatto da preludio a una nuova rivelazione sui costi di Ami, stavolta in termini di stipendi ai dirigenti e di gettoni ai consiglieri di amministrazione: si era scoperto infatti che l'amministratore delegato Marco Vezzani svettava in testa alla classifica dei manager pubblici genovesi con un lordo annuo di 160 mila euro. «Azienda destinata a crescere nei servizi e nella sua autonomia», si diceva insomma di Ami per giustificarne la macchinosità. Ma con l'elezione di Marta Vincenzi a sindaco di Genova si è registrato un clamoroso cambio di direzione rispetto all'amministrazione Pericu.
Nell'estate 2007 la giunta ha deciso di fare marcia indietro e riassorbire la bad-company in Amt, progetto che ha preso corpo all'inizio di quest'anno con l'avvio della liquidazione della stessa Ami: oltre due terzi dei 450 dipendenti tornano all'ovile, il resto finisce in altre partecipate del Comune. Nel frattempo sono stati concepiti - e abortiti - vari progetti faraonici, in un gioco di chiaroscuri costato evidentemente parecchio, mentre la componente sana decollava senza fardelli. E adesso i magistrati vogliono capire se il divario fra le due creature non fosse dolosamente eccessivo.
Graziano Cetara
Matteo Indice